sabato 23 febbraio 2013

What I hate about

Bonjour!
Dopo la spiacevole esperienza della letteratura francese (a cui darò senz'altro una seconda opportunità, visto che Alexander Dumas mi fa una certa simpatia, ma non in un futuro prossimo recente) ho voluto iniziare questo post proprio in francese. Ieri mattina ho avuto tre brutti presentimenti su altrettanti ragazzi. Mi piace abbastanza, lo ammetto, poter dire "lo avevo detto!", oppure "io l'avevo immaginato/sognato prima!". Il fatto è che mi capita ogni tanto di avere dei presentimenti che dopo alcuni giorni/settimane/ mesi si avverano. Ecco, in questi tre casi spero proprio di sbagliarmi. Non voglio nemmeno esprimerli, sarebbe come tirarsi addosso la sfiga. Sono tre ragazzi diversi, tre caratteri diversi in tre diversi ambienti; non vorrei una relazione con nessuno di loro ma questo non significa che io auguri loro delle grane, tipo quelle che immagino. Se si avverassero i miei sospetti, tanta gente starebbe male, alcune a causa mia. E io non lo voglio, anche se so che in tali casi potrei farci ben poco. Comunque, lascio perdere queste storie per sguazzare un po' nelle cose di cui sono sicura: le cose che odio.



Odio le foto (quelle dove ci sono io soprattutto). Servono a ricordare le cose belle e allegre che ci sono successe (spesso facendoci riflettere sul fatto che nel momento in cui le guardiamo non lo siamo più) e a ricordare persone che non ci sono più. Le ultime sono comunque le peggiori, quelli che ti lasciano dei segni dentro come vecchie cicatrici. Ma basta con le cose serie, passiamo al lato "spensierato".
Non sono per niente fotogenica e ho la fortuna sfacciata di avere un'amica che vive in simbiosi con la sua malefica macchina fotografica. Un incubo. Così spesso applico la tattica del "Guarda là!", nota anche come "Per favore, ti puoi distrarre?". Una volta su tre non funziona, aiutatemi.

Odio telefonare.
Se volete rintracciarmi mandatemi un sms, o al massimo una mail. Ricevere una telefonata mi mette ansia, sia per la mia tendenza a dimenticare certe cose o a distrarmi, sia perché è facile avere delle incomprensioni. E poi sono un disastro, al telefono non mi so regolare; è come se il mio cervello mi dicesse "Senti, io me ne vado", lasciandomi in balia di un pessimo quanto imbarazzante senso dell'umorismo, o frasi del tutto fuori luogo. Per dire, se mai lavorassi in un call center erotico sarei in grado di dare del pervertito al primo cliente.


Insomma, mandatemi un sms, così sto tranquilla che non dimentico niente e soprattutto potrò sempre difendermi mostrando il testo in questione. "Ma io al telefono ti ho detto..." macché, non esiste proprio. Non voglio essere incastrata. Se una persona ha qualcosa da dirmi allora per favore perde un po' di tempo in più per scrivere un sms, che magari impara pure l'italiano. E' un po' più impegnativo per certi cervelli, lo so, ma al solo pensiero di fare una telefonata mi prende l'orticaria. E poi per telefono sono stata mollata due volte. Dalla stessa persona.
Ma comunque, questa è un'altra storia.

Odio la gente che mi chiede "Perché sei depressa?"; non se sono triste (e che cazzo, scusate, impariamo la differenza tra la tristezza e la depressione!) ma proprio perché sono depressa. E 'sti cazzi perché non ce li hai messi? Io non sono depressa, sono semplicemente incazzata, va bene? Se ascolto Apocalypse please, Blackout e Map of the problematique dei Muse non è perché sono depressa.
Se ho letto Delitto e castigo in tre pomeriggi e ho dichiarato che mi è piaciuto molto, che l'ho trovato scorrevole e gradevole, non è perché sono depressa; è perché il signor Dostoevskji ha descritto con la dovuta attenzione e cura il dramma sociale e personale di Raskolnikov (forse fino all'esasperazione, ma ci stava).

Ogni tanto, quando leggo un buon libro mi perdo. Non vedo altro che le lettere nere su uno sfondo bianco. Ormai ho perso l'abitudine di leggere in luoghi pubblici (più che altro perché potrei impazzire se qualcuno avesse l'ardire di disturbarmi e attaccare bottone chiedendomi "Stai leggendo?"; no, cara testa di cavoletto di Bruxelles, sapevo di incontrarti e mi sono attrezzata per evitarti); ma ogni tanto capita ancora che qualcuno venga a interrompere. Tipo Genitrice, che ha la strana quanto snervante abitudine di parlarmi in momenti piuttosto inopportuni, compresa la sosta in bagno e il terribile momento del mattino in cui apro gli occhi e non capisco ancora se sogno o son desta. Poche settimane fa, c'è stata una volta in cui credevo di essere sola nella stanza e leggevo tutta presa un libro (che adesso non ricordo di preciso quale fosse). All'improvviso mi sento fare pat-pat sulla testa.
"Hai capito quello che ti ho detto?" sbuffa Genitrice indispettita.
"Oh mà, se ti dico che mi sono accorta adesso che sei qui, basta come risposta?"
Da qui a "tu non mi ascolti mai", seguita da una lista interminabile di recriminazioni, il passo è un niente.
Saluto con una canzone che ho fissa in testa ogni mattina, da una settimana.

sabato 16 febbraio 2013

La colpa è della fatalità!

Pare proprio che per terminare la lettura di questo libro dovessi prendermi la febbre; di certo non posso che lanciarmi nelle mie amare conclusioni onde avvertire gente che, come me, si ritrova con l'insano pensiero di leggere questo "classico". Della serie "a volte tornano", con il sottotitolo implicito ed era meglio di no, il mio "angolo libro".
Il libro che ha popolato i miei incubi è Madame Bovary, di Gustave Flaubert.
Ho impiegato la bellezza di tre mesi per leggere un libro che neanche arriva a quattrocento pagine ed è un tempo indecente, se si considera che lessi la trilogia Millennium due volte di seguito in meno di due mesi. L'ultima volta che ci misi così tanto a finire un libro (rigorosamente non scolastico) si trattava di Mitzi, un romanzo di Delly (che manco a caso, sono tutti francesi); ma all'epoca era estate e avevo dodici anni. Sicché.
Che dire di questo romanzo? Le descrizioni dei luoghi, delle persone (da come sono vestiti pezzo per pezzo alle minuziose caratteristiche fisiche, passando per abitudini e carattere), dei pensieri, del tempo, di qualunque cosa vi venga in mente, sono talmente precise e accurate da dare la nausea, non c'è assolutamente nulla lasciato all'immaginazione del lettore. Ogni crepa su ogni muro, ogni acaro su un mobile, ogni piega di un vestito, ogni pianta in qualunque giardino del vicinato... è tutto descritto. Insomma, mi sono sentita una stalker.
Ma andiamo a vedere i due coniugi Bovary, che uno li guarda e pensa "Dio li fa e poi l'accoppia. Oppure li accoppa?". Il signor Carlo Bovary è sostanzialmente un idiota. Mi fa quasi tenerezza (quasi) e presto capirete il perché. Lui è un dottore sempliciotto che avrebbe fatto meglio a fare il contadino in una fattoria isolata da qualunque contatto con la società; è talmente buono e sprovveduto da sconfinare nella pura stupidità. Uno così con chi dovrebbe accoppiarsi? La prima moglie mente sul suo reddito (che in fondo l'aveva sposata perché i genitori lo convinsero che aveva denaro sufficiente) e muore; lui è così buono che, nonostante gli desse il tormento, gli dispiace. E tanto poi si consola subito innamorandosi della figlia di un suo paziente, la bella Emma. All' inizio tanto buona e pudica, la ragazza si crede innamorata, salvo poi capire (e questo praticamente nell'arco di tempo che va dalla cerimonia del matrimonio all'arrivo alla nuova casa, senza passare per il viaggio di nozze) che lei non lo ama affatto, anzi la annoia, le fa pure un certo ribrezzo. Lei sogna i grandi amori e le passioni sfrenate lette nei romanzi, ne sarà ossessionata per tutto il libro e non raggiungerà mai un minimo di soddisfazione, sempre alla ricerca di qualcosa di più grande (niente battute maliziose, vi prego).
Lei, la signora Bovary, è egoista, capricciosa, volubile, manca di sensibilità (persino con la figlia), di empatia e di tatto; quel poveretto la adora, si fa maltrattare e la ama imperturbabile, mentre lei lo indebita (senza la minima, lontana preoccupazione) per spassarsela con l'amante di turno: o Rodolfo, il classico Casanova affascinante, o con il romantico e mite Leone. Ma lei è così rompicoglioni che la mollano tutti. Tranne lui, il marito-zerbino.
Lei è talmente egoista che bisognerebbe inventare una parola per poterla descrivere con la dovuta forza.
L'ho davvero odiata. Ma mi va di fare qualche citazione:

Emma Bovary e il futuro amante Rodolfo:
-Tristi distrazioni, perché non vi si trova la felicità.
-Ma si può trovarla mai?- domandò lei.
-Sì, la si può incontrare, un giorno [...] la si incontra un giorno- ripeté Rodolfo -Un giorno, d'un tratto, e quando meno si sperava. Allora si aprono degli orizzonti, ed è come se una voce gridasse "eccola!". Si sente il bisogno di confidare a quella persona tutta la nostra vita, di darle tutto, di sacrificarle tutto! Non c'è bisogno di spiegarsi, ci si indovina. Ci si è intravisti nei sogni- e così dicendo la guardava -Finalmente, eccolo quel tesoro tanto cercato, eccolo davanti a noi: brilla, scintilla. Pure si dubita ancora, non si osa credere; si resta abbagliati come se si uscisse dalle tenebre alla luce.

Su questo pezzo ho da dire un paio di cose. Innanzitutto, mi faccio due grosse risate sul fatto che lui le dica che viene voglia di sacrificare tutto alla persona amata. Se ci pensate, è ironico che uno che dica così, che dica di amarla, poi sia anche uno che al primo traguardo la molla perché si crede giovane, e chi glielo fa fare di prendersi una tipa che è madre? Grande amore, eh!
Altra cosa, in questo pezzo (di un romantico che non si trova quasi mai nel romanzo) c'è tutto il concetto dell'ideale dell'amore. Per secoli ci hanno inculcato l'idea che il vero amore debba essere così: tutto rose e fiori, e trottolino-amoroso-e-dududù-dadadà, ti guardo e vedo l'universo, mi tocchi e sono sulle stelle, tu mi scrivi poemi in versi ed io ti mostro cos'ho sotto i vestiti. Ed è ancora un ideale largamente condiviso, spacciato per verità indissolubile. Secondo me è solo un modo per controllarci, un modo per farci sentire "sbagliate", delle "poco di buono". Ma tant'è che a molte non gliene frega più niente di 'sti pregiudizi della società.


Due foto, che mi annoia copiare.

Da notare quanto sia simpatica la signora con il suo amato... Mi si può perdonare di non saper fotografare

Alla fine: lei è indebitata fino al collo e anche più, tutti i suoi beni sono pignorati e l'esattore è alle porte, praticamente tutti le negano proroghe e prestiti, va a chiedere aiuto ad un procuratore e, indignata e oltraggiata, rifiuta di vendersi a lui, ma poi torna da Rodolfo (mentre in teoria sta ancora con Leone) e lui, mica cretino, non le crede quando gli dice di amarlo ancora, mentre lei non capisce quanto sia simile la proposta del procuratore con l'offrire se stessa all'ex.
A questo punto, cosa sceglie di fare la poverina? Dire finalmente al marito che sono sul lastrico? GIAMMAI! Si avvelena e sul letto di morte, mentre il signor Bovary si dispera, capisce -sorpresa sorpresa- che l'unico uomo che l'abbia davvero amata è quel disgraziato di suo marito.


Ma non è finita qui! Lei muore e lui quasi impazzisce dal dolore, continuando a dimostrare il suo livello intellettivo: pur essendo pieno di debiti, continua a pensare alle cose che sarebbero piaciute alla moglie, così le organizza un funerale costoso, si compra scarpe e cianfrusaglie costose, vende le sue cose e fa altri debiti. Cioè, lei è morta e sepolta e continua a rovinargli la vita.
D'ora in poi le barzellette sulle mogli che assillano i mariti anche dall'aldilà non mi faranno ridere mai più.

E per dare il colpo di grazia al mio già fragile interesse, Bovary trova la lettera con cui Rodolfo la lasciò e, UDITE UDITE, crede ancora che fossero solo dei cari amici. Passa il tempo, finalmente inizia ad indagare e trova le lettere d'amore sia di Leone che di Rodolfo. Il primo si era appena sposato, il secondo lo va a cercare. Il libro si conclude con una scena penosa: il cornuto e il cornificatore seduti allo stesso tavolo, bevono insieme e lui, dopo alcune riflessioni, confessa di non serbare rancore.
Cioè, non solo non ha capito niente dei tradimenti della moglie, ma lo perdona così, senza nemmeno dargli un pugno in faccia, senza nemmeno sputargli in un occhio o ricoprirlo di parolacce. E poi se ne esce con una frase che esprime al massimo la sua personalità: se sua moglie lo ha tradito, se lei si è avvelenata, la colpa è della fatalità.
No, dico và: LA COLPA E' DELLA FATALITA'.
Boh. Ditemi voi.

Pensavo di trovare un libro che descrivesse la vita di quel tempo in Francia, invece ho trovato... uhm, in effetti non lo so ancora cosa ci ho trovato. Se mi è venuta l'infelice idea di leggere questo romanzo la colpa è della fatalità.
Lascio questa sede con un appello: se capitasse qui qualcuno che ha letto Madame Bovary e che lo ha apprezzato, per favore spiegatemi perché vi è piaciuto. Voglio capire.
Se non ho capito è colpa della fatalità.

sabato 9 febbraio 2013

Avviso per diabetici: post sentimentale.

Ecco, non sono proprio una persona sentimentale, io. Okay, è vero che ho pianto per la morte di zio Keith nel telefilm One Tree Hill, che mi sono commossa come una dodicenne col cuore infranto quando nella puntata finale della quinta stagione di Supernatural Lucifero picchiò Dean mentre quello, ridotto ormai ad una pezza, diceva al suo "fratellino" che non l'avrebbe lasciato, che sarebbe rimasto comunque con lui... Ed è pure vero che ho esultato quando Mr Darcy si fece avanti per la seconda volta con Elisabeth Bennet, ero contenta come se fossero persone reali e li conoscessi. Per non parlare di tutti i drammi che mi ha fatto "vivere" la scrittrice Kathleen E. Woodiwiss.
Però è pure vero che se una persona conoscente/amica tenta di abbracciarmi la mia prima reazione è questa:

Meglio nota come: non mi avrai mai!

La seconda reazione varia da "Okay lo faccio, tanto durerà poco" a "Se ci riprovi, farò in modo che tu non lo possa rifare mai più". A me gli abbracci gratuiti da parte di chiunque non piacciono, fatemi causa.

Tornando al motivo per cui il titolo è quello che è, oggi mi sento sentimentale e siccome mi sento pure senza pudore tié.
Ieri sera parlavo con la mia amica G. che sta a Parma. Parlare con lei mi fa due effetti: mi tira su di morale e mi abbatte il morale. Mi abbatte il morale perché è lontana e ci vediamo bene o male circa due volte l'anno, lei in Emilia-Romagna ed io nella piccola città sicula da cui non riesco, dopotutto, a staccarmi. Ho il mare a due passi e lo adoro; se ho voglia di un panino con le panelle vado a colpo sicuro nel piccolo negozio in centro, dove il ragazzo che ci lavora si ricorda di me e sa che deve metterci solo sale e tanto pepe, senza salse. E non me lo chiede mai come lo voglio, perché lo sa già. Se ho voglia di guidare veloce c'è la strada grande quasi sempre deserta, se ho voglia di guidare piano e non vedermi sorpassare da degli scocciatori strombazzanti c'è l'altra strada sempre vuota.
Egoisticamente, mi solleva il morale perché sa sempre cosa dire per farmi sentire meglio, per ridarmi tranquillità, e lo fa senza rendersene conto, con poco, con la sua candida ingenuità, col suo volermi bene nonostante il mio caratteraccio, nonostante qualche volta mi sfugga di bocca qualche frase poco gentile.
Parlare con lei mi solleva il morale perché mi rendo conto di quanto sia cresciuta in un paio di anni e, anche se sono "più grande" di lei di soli undici mesi, insensatamente mi sento un po' mamma: orgogliosa di quanto sia diventata forte e indipendente e consapevole di potercela fare (che ci posso fare, ho sempre adorato dirle: te l'avevo detto che ce l'avresti fatta, lo sapevo già), fiera di come ha imparato a distinguere le persone di cui fidarsi e quelle da cui diffidare, contenta che abbia comunque conservato quella ingenuità che vedevo in lei quando l'ho conosciuta i primi anni di liceo. Prima la vedevo un po' come una sorellina da proteggere, affinché certa merda che ho vissuto non la raggiungesse e non la cambiasse, e sono stata male per diverso tempo quando una persona a cui voleva bene la deluse perché fu come se l'avessi delusa anche io, come se avessi fallito (me in versione: l'avvocato delle cause perse).
E poi mi dico che ha fatto bene ad andare via, a crearsi una strada tutta sua, perché si merita tutte le cose belle che le sono capitate, anche se lei a volte ne dubita. Quando dubita di se stessa sa che può parlare con me, che tanto credo in lei per due.
Che se fosse qui oggi, sarei io a voler abbracciare lei.

venerdì 1 febbraio 2013

Where are you?

Due giorni fa ho guardato un ragazzo con la barba appena rasata e ho pensato: guarda un po' quant'è carino... E' imperdonabile, lo so. Una come me, che adora un viso maschile barbuto, che adora (forse spinta da un insospettabile istinto masochista) sentirsi pungere dalla barba quando ci si bacia non può, semplicemente non può ammirare uno sbarbatello. Non ho potuto farne a meno come quando mi ubriaco come un (ex-)astemio all'Oktoberfest e mi vien voglia di baciare un tizio semi-sconosciuto... Euhm... Insomma, una breve visita fuori da me stessa.
Scherzi a parte (ma in fondo mica tanto), mi capita sempre più spesso di fare e dire cose che non sono espressione di ciò che sono. Mi spiego meglio: ad esempio, non ho mai avuto interesse a giocare a fare Dio, nè tantomeno a fare Cupido. Eppure l'ho fatto, ho fatto entrambe le cose e le ho fatte così d'istinto che me ne sono accorta quando ormai era troppo tardi per ritrattare.
Ho giocato a fare Dio quando in modo subdolo ho (in pratica) torturato un amico alle spalle di una amica che non aveva capito niente. E ho giocato a fare Cupido due sere fa, tirando troppo la corda per spingere due a fare un passo che evidentemente non sono ancora pronti a compiere. Nel secondo caso era più o meno a fin di bene e ci sono pure riuscita, anche se non completamente.
Io non sono così, e non so perché mi ritrovo a fare certe cose che credevo non mi appartenessero, che ho addirittura criticato in altre persone.


 Ci sono cose che neanche un bel cagnolino o una bottiglia di vino possono risolvere.
Non mi sento più me stessa, mi sono persa. E' da oltre un anno che non riesco più a scrivere storie, e dire che prima non riuscivo a dormire la notte perché vivevo di storie. E' da un paio di settimane che rifiuto persino l'idea di mettermi a leggere, e non sono sicura che la colpa sia tutta da attribuire all'odioso libro che sto leggendo. Nemmeno l'idea di rileggere per la milionesima volta un romanzo che amo mi fa tornare voglia di leggere.
Mi sento in gabbia, come quando mi trovavo in un posto e ho visto questo:

  

Quella che dovrebbe essere l'uscita di sicurezza a prova di panico è chiusa da un catenaccio. Poco male, se conosci la struttura perché, mentre qualcuno andrebbe a cercare la chiave, c'è chi sa dove si trova la porta che si apre su una vera uscita, ossia accanto a questa. Capisco perché la mia amica lesse il cartello "MANIGLIONE ANTIPATICO"

lunedì 28 gennaio 2013

Vi racconto una storia.

Sono esasperata, quindi scusate eventuali errori grammaticali, lessicali o quant'altro, ma voglio raccontare una storia.

C'era una volta sul globo terrestre un luogo non molto esteso ma vario e cangiante. Vi si trovavano verdi pianure, colline dai dolci pendii, montagne che non brillavano per imponenza ma per l'aria cristallina, vulcani capricciosi che ogni tanto mettevano in esposizione veri fuochi d'artificio. In quel luogo ogni villaggio era caratterizzato da particolari popolazioni, da diversi modi di vivere, da diversi scenari. Era un luogo magico; con i suoi difetti, certo, ma il sole splendeva.
Un giorno, però, il sole cominciò a oscurarsi e quel luogo piacevole divenne per molti casi zona di disperazione, di maledizioni e malefici. La tempesta arrivò, facendo scappare taluni e nascondere degli altri. Re, prìncipi, duchi, conti, persino la servitù e i giullari di corte, si rinchiusero nelle loro fortezze sfavillanti, un po' per difesa e un po' per menefreghismo. Correva voce in molti villaggi che tutto ciò fosse dovuto ai capricci di uno stregone e della sua cerchia di aiutanti, assetati di potere. Lo stregone Silvestro, abile manipolatore, incantava il suo pubblico con luminosi sorrisi e promesse di ricchezze future; la sua malia era sottile, subdola: un sorriso e qualcuno cambiava opinione, una pozione magica e attirava consensi, una polvere fatata e un suo nemico diventava il nemico del popolo. Il popolo, dal canto suo, affascinato dallo stregone, non riusciva a vedere oltre le sue magie e non pochi ignoravano ciò che in realtà faceva: appropriarsi della linfa vitale del Paese, che andava via via indebolendosi e minacciava di spegnersi.
Quando le sue magie si spinsero troppo in là, nel Paese ormai il sole non si vedeva più; l' oscurità era calata e sembrava non volersene più andare. Soluzioni non se ne vedevano e lo stregone Silvestre continuava le sue attività, dietro le mura dorate della sua villa, limitandosi a guardare le persone ridotte alla deriva e senza alcuna remora continuava a gettare fango maledetto su coloro che decidevano di mettersi contro di lui.
Una sera, una menestrella mezza nana si arrampicò su un palco improvvisato e mise la sua voce a disposizione di qualunque orecchio volesse ascoltarla. Ella disse:
Rimembro ancor che tempo or sono un colto signore, canuto ma distinto, offrì una parte della sua saggezza ad un gruppo di giovani. Per dimostrare il potere delle parole e delle situazioni, egli ci disse di immaginare una scena: prendete un pugno di sabbia e togliete un granello. "Quanto avete preso? E quanto vi è ancora rimasto?", ci chiese. Rispondemmo "Abbiamo tolto un misero granello da una moltitudine di granelli, ne è rimasta una moltitudine". "Togliete un altro granello. Quanto avete tolto? E quanto vi è ancora rimasto?", ripeté, i giovani risposero "Abbiamo tolto una miseria da una moltitudine, ci resta un pugno di sabbia." "Giovani, continuate a togliere un solo granello per volta finché, una volta tolto un granello, nel pugno ve ne resti soltanto uno. Anche questa volta avete tolto un singolo granello, eppure un pugno di granelli che prima ne conteneva una moltitudine adesso ne contiene soltanto uno. Fino a quando, dunque, un pugno di sabbia si può chiamare, appunto, -pugno di sabbia-?". Mentre udivo tal ragionamento pensai a quanto potere si poteva custodire in una parola, in una frase. Eppure, pensai anche che, come si può togliere un granello da un pugno di sabbia, si può anche prendere una collana d'oro massiccio da una gioielleria principesca senza che la gioielleria ne subisca una grande perdita. Ma a poco a poco, a forza di trafugare oggetti, anche una gioielleria principesca può ritrovarsi vuota...
Perché dico questo? Immaginate le casse del Paese: decenni fa era dignitosamente fornita, per quanto male distribuita. Ma adesso? Ci hanno spento il sole, sono sparite persino le casse. E noi scappiamo o ci lamentiamo, quando sappiamo bene chi ci ha privati di ciò che avevamo, chi ci ha mandati indietro invece che avanti. Ma i sensi obnubilati non ci fanno percepire dov'è il punto di non ritorno.
Mentre la menestrella iniziava ad agitarsi, a sbuffare e a farfugliare frasi sconnesse, una donna stanca di lei le gettò in faccia un maleficio e lei divenne muta.
Come finisce la storia? Che futuro ci fu per quel luogo? Qui non c'è morale, qui non troverete altro. La storia si chiude così, buonanotte.


Lo so, non ha molto senso. Ma a me i comizi elettorali e i programmi tipo Porta a Porta mi fanno questo effetto: mi agito, farfuglio tra me e me, vado fuori di testa.
Non mi lancio in nessun ragionamento filosofico/politico, però vorrei liberarmi un po' la coscienza: oggettivamente, come si può avere fiducia in Berlusconi & company? In nome del cielo, della terra e di tutto ciò che vi è nel mezzo, cosa vi fa credere che dopo venti anni di carriera politica farà veramente quello che promette? Come fate a credere che questa volta non si servirà della sua posizione per manovrare il sistema giudiziario a suo vantaggio? Con tutti i processi in corso e i suoi capi di accusa, come fate a fidarvi? A settembre-novembre voleva Monti dalla sua parte, parlava delle sue capacità, delle cose positive che aveva fatto... Poi Monti si presenta in un altro schieramento e lui, Berlusca, che fa? Fa quello che ha fatto con Prodi e con tanti altri: si lancia in una serie di dichiarazioni a metà fra diffamazione, minaccia, ricatto e presa per il culo. Per non parlare della cosiddetta "opposizione", cosa che sinceramente non vedo. Dire questo e quest'altro senza nessuna novità, senza darci una effettiva possibilità di scelta. Ma tra cosa dovremo scegliere? Perché dovremmo scegliere tra pagare questa tassa invece che quell'altra, quando il problema spesso non è SE pagare la tassa X, ma DOVE e COME trovare i soldi per pagarla. Mettete tutte le tasse che volete, ma dateci almeno la possibilità di procurarci il denaro. E soprattutto, Voi innominati, alzate il vostro rugoso e lustro deretano e smettete di mangiarvi banconote da cinquecento euro come fossero pop corn davanti a un film.

Tanto per chiudere in leggerezza, cito una canzone degli Articolo31: MOLTO SPESSO UN MAIALE NON SA CHE IL SUO FUTURO E' UNA MELA IN BOCCA E UNA CAROTA IN CU**

martedì 8 gennaio 2013

Vi prego, mettete in pausa la musica. Almeno dieci minuti!

Stamattina sono andata a Palermo, ma anche se non era una gita di piacere (espressione molto opinabile in genere, se applicata ad una città con un' aria che non posso combattere nemmeno imbottita di antistaminici) ma ci ho provato. Se faccio da turista nella mia città non vedo perché non dovrei farlo anche altrove.
Ogni volta che vado lì, resto sempre affascinata dalle solite cose, ad esempio un palazzo dall' aspetto Ottocentesco, con il prospetto color fumo di Londra (molto stile "Oliver Twist", in effetti) e interamente rivestito di rampicanti. E' selvaggio e chic allo stesso tempo.
Per qualche strano motivo fisso sempre questo pub che non ho mai visto aperto; chissà com'è dentro...





 E poi, poteva mancare la brutta figura? Mai. A parte che facevo delle faccette strane ascoltando Feeling good interpretata dai Muse, in pratica in un silenzio quasi tombale sono scoppiata a ridere. Da sola. Di punto in bianco. Perché? Perché ascoltavo Gli alberi, una canzone dei Ministri e c'è questa frase:

Chissà che fine farà la nostra città, chissà che fine farà...

e nel momento esatto di quelle parole, l' autobus passa davanti ad un muro alto circa sei metri con una schiera di immondizia alta almeno cinque e lunga parecchie di più. Bene, porta bene.

Ho notato che al porto hanno anche loro un "monumento" piuttosto contorto come quello di cui ho stra-parlato qua. Non saprei descriverlo, è come un enorme masso di cemento con sopra un paio di catene e un' àncora. Rimango perplessa ma desisto. Anche perché non dovrei commentare proprio io, che ho avuto l' indecenza di camminare per il campus universitario cantando Come as you are dei Nirvana.

Evento un po' slegato (solo un po'?): per il mio compleanno i miei amici mi hanno fatto un paio di regali (a parte la loro presenza, ndr) che potete vedere qui di seguito


Ecco un paio di orecchini ispirati ad Anacleto, il saccente gufo de La spada nella roccia (che ho sempre adorato, ma che lo dico a fà), e uno specchietto con la frase "Oops I forget to be good" che ha due piccole ironie: tendo a dimenticare certe cose e spesso non faccio quello che ci si aspetta da me. Il tutto ritratto sul nuovo divano di mamma, talmente privo di personalità da far stridere i denti.

E con questo tramonto dalla mia città, con un malinconico sottofondo di I miss you, Blink 182, vi saluto, c' ho sonno.




martedì 1 gennaio 2013

Non c'è niente di meglio che... Che??

Un altro anno se n'è andato e già ci si chiede cosa ne sarà di se stessi, che cosa ne è già stato e cosa proprio non è andata.
Capodanno mi ha sempre messo addosso tanta tristezza, ma quest' anno è stata mitigata dal nervosismo derivante una cena trascorsa con la tv sintonizzata su Rai uno con Carlo Conti, come al solito più abbronzato di quanto io potrei mai essere (pur abitando vicino ad un bel centro balneare), con le solite canzoni e le stesse facce di sempre. Io mi chiedo se persino loro non si siano rotti il cazzo di cantare la stessa canzone per trent' anni o anche più. Comunque mi sono lamentata troppe volte della musica popolare dell' ultimo decennio per poter dire altro a riguardo senza sembrare più ipocrita di così. Quindi niente, pazienza, ho lasciato che il grugno di Gigi D'Alessio mi togliesse l'appetito.
Ad accogliere il nuovo anno, la compagnia di ottimi amici e di simpatici conoscenti, di fiumi di vino e avventori con "sigarette" dall' odore dolciastro. Meglio dello zenzero, comunque.
La piazza non era gremita di gente come al solito, forse perché al posto dei soliti dj c'era un gruppo che suonava davvero; che sia stato il vino, la compagnia o il bel modo con il quale si sono esibiti, quei canti in siciliano e anche quelle canzoni interpretate con lo stile siciliano (energico, baldanzoso, allegro nonostante tutto) mi sono piaciuti, mi hanno rallegrata.

Questo è il palazzo addobbato di cui ho parlato brevemente qui: http://pusherdisogniandati.blogspot.it/2012/10/wall-of-shame-non-ho-la-luna-storta-ho.html

La piazza (più o meno)

La band

E alla fine, per sentirmi meno turista nella mia cit, il mio amico con il suo zainetto pieno di bottiglie di vino. Lode a te, oh cavaliere avvinazzato!

In realtà basta guardare le cose da una prospettiva differente per poter fare da turista nella propria città, anche se può sembrare (e talvolta lo è molto) noiosa, basta poco per trasformarla in un bellissimo posto.

Passando un po' ad altro... Tra pochi giorni sarà il mio compleanno e ancora non ho deciso che fare nella vita. Troppi interessi, e troppissime le cose che mi fanno perdere la calma. Di solito la lista dei propositi per l' anno nuovo la faccio dopo il mio compleanno, quando ormai ho digerito tutti i pranzi e le cene coi parenti. Ho pensato di farla oggi boh, sarà perché non ho dormito (troppo su di giri per riposare), o sarà per la notte chiassosa, per usare un eufemismo; avrebbero dovuto rinchiudermi per oltraggio alla quiete pubblica, con una mora aggiunta perché cantavo a voce troppo alta Jack of Diamonds dei Sonic Syndicate, I just wanna live dei Good Charlotte, On a plain dei Nirvana e It takes a fool to remain sane dei The Ark.
Comunque, non la prendo mai sul serio perché so fin dall' inizio che alcuni punti li ignorerò. E infatti sai che risultati! Ecco la mia lista:

- Essere meno diffidente verso il genere umano, insultare di meno, magari trovare anche un uomo abbastanza pazzo, testardo (sennò sai che noia) e paziente a scopo relazione fissa.

- Leggere più libri seri e meno racconti sui killer.

- Ascoltare sul fido youtube tutti i gruppi che ho annotato.

- Scrivere di più e meglio.

Basta, mi pare tutto...
AH! Per il mio compleanno voglio una torta così!
Supernatural rulez!(http://www.facebook.com/pages/%CF%83%D4%8B-%C9%B1%E1%83%A7-c%CE%B1%D1%95%D1%82%CE%B9%D1%94l/260186917334765)

Stay tuned!