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lunedì 27 maggio 2019

Un'altra storia di tragicomica inettitudine.

La mia autostima ha sempre oscillato tra un "prenderò a calci il mondo, ce la farò" e un "non ce la posso fare, sono un relitto".

Qualche settimana fa stavo in aeroporto ad aspettare il volo del Fidanzato che, tanto per ravvivare un altro poco l'ansia abbandonica, era in ritardo.
È tardi, circa mezzanotte, quando prima del suo atterra un altro aereo.
Dalle porte scorrevoli si riversa una marea di elegantoni in completo, molti con ancora la cravatta perfettamente annodata sul collo.
Ad un certo punto la gente in attesa davanti a me inizia a mormorare...
-Hai visto chi c'è?
-Ma è davvero lui?
-Ma che davvero?

Poi ad alta voce
-Mi fai un autografo?
-Facciamo un selfie?

Signori e signore, dopo un perentorio NO vedo emergere dalla piccola folla un ciuffo di capelli che, effettivamente, mi è noto ma nell'attimo di sorpresa sono rimasta pietrificata.
Intanto Ficarra in persona mi passa accanto e attraversa la sala con falcate agili e rapide.
Ficarra non ha esitato un attimo e si è divincolato dalla gente con consumata abilità. Lo posso pure capire... appena atterrato, è tardi, sarà ancora lontano da casa sua, magari aveva appena finito di lavorare prima di andare in aeroporto, magari aveva pure mangiato qualcosa tra gli sbalzi di pressione che adesso premeva per uscire (vi assicuro che non è un'esperienza augurabile)... chi avrebbe voglia di fermarsi e prolungare il tragitto verso casa?

Ormai me lo ero giocata, almeno Picone lo volevo salutare, magari dirgli "Grazie"; avrei voluto una foto con lui, sarei stata una piccoletta felice (Ficarra è più alto di quanto immaginassi) ma non volevo approfittarne.
Cinque minuti dopo, tra gli ultimi di quel volo, vedo arrivare l'adorabile faccino sorridente di Picone.
Lo stesso ragazzo che aveva tentato di tagliare la strada a Ficarra per farsi fare autografo e selfie, fa lo stesso a Picone e stavolta è più determinato nel placcaggio e anche più fortunato: ottiene l'agognata foto con una celebrità nostrana.
Osservo quell'uomo gentile nonostante la stanchezza che fa due foto e stringe la mano a qualcuno, poi viene verso di me e il mio cuore si è fermato.
Visto che il cuore si è fermato, evidentemente non mi è arrivato più sangue e ossigeno al cervello; allorché Picone finalmente mi passa vicino, non avendo più sangue in circolo, invece di dirgli una cosa con un minimo di intelligenza, che fosse un "Grazie per i vostri film" o "Sei un grande" o un misero "Ciao" , lo saluto sventolando la mano e sorridendo come una minorata.
Cioè, gli ho fatto ciao con la mano.
Ciao ciao come i bambini, ad un uomo famoso.

Mi sono data della scema da sola.
Anzi, doppiamente scema.

Ciao dignità, ciao ciao!



lunedì 18 giugno 2018

Karma: quando la sfiga non è abbastanza.

Ci sono persone sfigate. Esistono persone delle quali invece si occupa il karma.
E poi ci sono io, che le attiro entrambe.

Questa, insomma, è un'altra delle mie storie tragicomiche.
Certo, non sono stata impalata al sedere da un pesce spada volante come in un film di Fantozzi, ma sfiga e karma si sono alleati per infilzarmi.
Un sabato sera in compagnia, ero di buon umore e, complice il clima di giovialità ricco di battute e risate, mi si era sciolta la lingua a tal punto che ho asfissiato il mio fidanzato per tutto il viaggio di ritorno in auto (che non era poco, dato che eravamo in trasferta fuori città). Ad un certo punto mi accorgo che non mi ascoltava più e siccome di parlar da sola quando sono in compagnia non mi va proprio, ho chiuso la bocca. Siamo rimasti in silenzio finché non ha parcheggiato, gli faccio un appunto su quanto detesto parlare da sola, che preferisco mi si dica che non interessa il mio argomento di conversazione piuttosto che ignorarmi. Da lì siamo passati a darci fastidio a vicenda con altre cose di poco conto, poi sono arrivate le risposte sgarbate e alla fine devo aver detto qualcosa di troppo perché siamo finiti a litigare. Per cose sceme lui ha messo il muso e io mi rifiutavo di guardarlo in faccia, così vanno sempre i copioni dei nostri battibecchi.
Il giorno dopo ne abbiamo discusso con calma (va beh, calma... diciamo irritati ma senza urlarci contro), abbiamo chiarito i nostri punti di vista, portato tutto fuori e concordato la fine della discussione. L'irritazione però era rimasta, per quanto lui negasse io sentivo la sua. Ho cercato di ignorare ma non ce l'ho fatta. Non so quante volte ho riaperto la faida quel giorno, fino a quando eravamo davvero esausti e abbiamo tirato le somme: lui non si appassiona alle cose che appassionano me e io quando perdo il controllo dico cattiverie.
Sì, sono pesante, a volte. E lui non è un santo perfetto, come è normale e giusto che sia.

Comunque, passa un altro giorno, mentre sfiga e karma covano. Camminavo velocemente su un marciapiede quando all'improvviso mi blocco perché sento un gran dolore al piede. Abbasso lo sguardo e vedo un'asticella di ferro lunga e ricurva che mi esce dalla scarpa. Ovviamente non possiedo scarpe con l'antenna televisiva, per cui il mio piede si è trasformato in uno spiedino.
Il mio primo istinto è stato quello di afferrare l'asticella con una mano e tirarla via. Un attimo di sollievo, poi il dolore. Ad ogni passo, e poi ad ogni pedata sulla frizione della macchina, il dolore peggiorava. Prima di avviarmi a prendere mia madre che faceva fisioterapia, ho controllato il danno: una goccia di sangue e un buchetto piuttosto profondo. Ho maledetto ogni cattiveria che ho detto, ogni cattiveria che ho sentito e tutte le persone malvage del mondo.
Il dolore peggiorava così sono passata in farmacia, dove il direttore se n'è lavato le mani dicendo che sì, forse serviva l'antitetanica ma che dovevo prima parlare con il medico di famiglia, intanto mi ha venduto l'acqua ossigenata per disinfettare.
Bene, ma non benissimo, visto che era ora di pranzo e ci volevano due ore all'apertura dello studio medico. Intanto il dolore andava peggiorando e dal dorso del piede era arrivato fino alla pianta, tanto che non potevo appoggiarlo a terra.

Suggeritemi portafortuna più efficaci.
Ma poteva finire qui?
Assolutamente no, infatti abbiamo scoperto che il mio medico non sarebbe venuto quel giorno perché aveva impegni altrove. E io che cavolo dovevo fare?
Al pronto soccorso sarei morta di vecchiaia prima di vedere un medico, quindi sono andata alla guardia medica, pur sapendo che era aperta di sera e non di giorno.

Quando, contro ogni previsione, una simpatica dottoressa ha aperto la porta della guardia medica ho pensato "Dai, che magari non c'è bisogno di fare l'iniezione, magari disinfetta, infascia e mi manda a casa con delle simpatiche pillole per il dolore". Perché, manco a dirlo, ho il terrore per le siringhe e tutto ciò ne concerne l'utilizzo.
Il karma e la sfiga a quel punto si saranno fatte grasse risate reggendosi la pancia e dandosi pacche sardoniche l'un l'altra.
La nefasta soluzione mi è stata data sotto forma di ricetta medica per antitetanica e antibiotici. Sarei pure scappata a gambe levate ma, ecco, senza appoggiare un piede a terra non sarei potuta andare molto lontano senza che l'impietosa mano sana della Genitrice si fosse ghermita su di me.
A quanto pare l'antitetanica è diventata merce rara, per cui l'angoscia mi è stata prolungata da alcune visite in farmacia fino a trovarne una provvista. E finalmente una gentile signora mi ha potuto chiedere "Allora, destra o sinistra?". Quindi ho sacrificato la mia chiappa sinistra per la scienza, trasformandola nel tiro al bersaglio.

Ho zoppicato per una settimana, poi il dolore si è calmato, il buco ha perso profondità e ho camminato un po' sciancata per qualche tempo.

Conclusione: il fidanzato nega e ride quando lo ribadisco, ma secondo me quella asticella malefica era stata messa sul mio cammino da sfiga e karma come punizione per la mia boccaccia, dato che di solito guardo sempre dove metto i piedi perché tendo a inciampare persino sulle mattonelle leggermente sconnesse e giusto quel giorno non ho guardato.
Visto che mi sono bucata il dorso del piede e non la suola, un buco infame che per quanto piccolo ancora mi stupisco di tanto dolore, suppongo di aver calpestato l'asticella con il piede destro facendo sollevare l'altra estremità e con il passo successivo devo essermi infilzata il piede sinistro. A meno che non fosse caduto dal cielo!

Devo usare la mia boccaccia solo per mangiare e sparare cazzate, mannaggia.

giovedì 30 novembre 2017

Contraddizioni.

Questo è un blog personale. Un blog intimo, mio, un giornale di bordo dove scrivo di me e in particolare del mio mondo interiore. Vero è che uso un nickname, che non ho mai detto il nome della mia città e che non ci ho mai messo la faccia e mai penso che lo farò. Al massimo ho mostrato le mie mani, che mi piacciono abbastanza, e forse i piedi in un paio di occasioni in quasi sei anni di Adesso break! 
Oggi sento il bisogno di raccontare e di provare a spiegare. Abbiate pazienza, perché qualcosa mi ha scossa.


Per circa tre anni Adesso break! si chiamava in un altro modo. All'inizio non era neanche mio.
Mi spiego, era mio, l'idea di aprirlo è stata mia ma avevo chiesto ad un'amica di partecipare, usando il nome di una sua pagina facebook (che non esiste più da tempo) e proponendole una collaborazione alla pari. Avremmo entrambe scritto post su qualunque argomento ci venisse il capriccio di scrivere. Quel titolo avrei voluto tanto averlo pensato io, ero un po' invidiosa, e questo è il motivo per cui il mio indirizzo è "Pusher di sogni andati": mi piaceva, lei era d'accordo, voleva collaborare.
Come adolescenti pseudo depressi, pur avendo vent'anni circa, passavamo un periodo di sconforto nel quale avevamo l'impressione che i nostri sogni non si sarebbero mai realizzati, per quanto ci impegnassimo sembravano destinati a infrangersi, quindi tanto valeva regalarli a qualcun altro che magari quei sogni sarebbe riuscito a realizzarli oppure condividere lo scoraggiamento con altri proprietari di sogni infranti che non ci dicessero di stringere i denti e di andare avanti, persone che capissero che a volte la tristezza va vissuta, va subita e solo dopo la si può mettere da parte.
La mia amica scrisse un solo post prima di decidere che non faceva per lei, pur essendo una persona vanitosa che ama essere il centro dell'attenzione. Io, ai suoi diretti antipodi, così discreta, introversa, diffidente, riservata, sfiduciata, chiusa e sigillata, invece ho trovato il luogo più adatto dove sfogarmi e dove a poco a poco, negli anni, ho imparato ad aprirmi, a scongelare le mie difese. Questo blog è stato un validissimo strumento per imparare a schiudermi. Non sono diventata l'animatrice delle feste, ma almeno alle feste ci andavo e non facevo la tappezzeria.
All'inizio qui scrivevo per me, solo per me. Leggevo e seguivo già una decina di blog, ma non lasciavo mai commenti a nessuno. Non ero pronta. La scrittura e la lettura sono sempre state attività personali da condurre esclusivamente in privato. Non parlavo con i miei amici neanche dei libri che avevo letto, per darvi un'idea. Per anni i followers si contavano sulle dita di una mano; ora non è che ci sia una gran folla eh, ma sono molti di più di quelli che avevo immaginato ci sarebbero stati nel dicembre in quel 2011. Se volevo scrivere per avere migliaia di followers andavo a fare la stagista per Fabio Volo.
Ora leggo, commento quasi sempre e sono affezionata a molte persone "virtuali".
Ma, ecco, si tratta pur sempre di "persone virtuali". Sono stata sempre molto attenta a tenere i virtuali e i fisici in due mondi nettamente separati. Trovo ancora difficile, difficilissimo aprirmi con le persone, sto ancora imparando e non mi sento a mio agio nel mischiare le carte. Parlo con gli amici e scrivo ai followers, così sono tranquilla.
Tutti questi preamboli per dire alla fine che qualcuno ha saltato la barricata. Senza avvertire, senza chiedere permesso, all'improvviso ha fatto irruzione.
Il mio Quasi-Ingegnere ha preso una mia frase e l'ha cercata su google, ha trovato il post e ha riconosciuto la cornice degli eventi. Me l'ha detta una sera che eravamo a cena fuori, mentre scivolavo sul sedile dopo aver accartocciato la carta di un panino.
"Ho trovato il tuo blog" ha detto.
Sono diventata una statua di pietra e sono rimasta a fissare il vuoto per qualche secondo, intorpidita, incapace di reagire.
"Stai scherzando?"
Mi sono girata a guardarlo e sebbene il tono fosse piatto, si è messo subito in allarme.
"No. Ho cercato quella frase e ti ho trovata. Sei Adesso break! giusto?"
Sono rimasta zitta, ho sentito una nube di calore avvolgermi e mi sono sentita allontanare, chiudermi.
Si è subito scusato, ha detto che non ha resistito alla tentazione. Dice che scrivo bene ma che sembro diversa. Dice che gli piace come scrivo. Si è scusato tante volte.
Non so perché mi è così difficile arrabbiarmi con lui ma quella sera lo ero davvero e non sapevo come dimostrarglielo. Tuttavia non volevo ferirlo, ma questa sua intrusione mi ha fatto male. Gli ho ricordato che quando gli avevo parlato del blog gli avevo detto qual è il suo ruolo, la sua funzione per me. Gli avevo parlato della mia maniacale attenzione a non svelare troppo, a non dire troppo. Gli avevo detto che non ero pronta a condividerlo con lui. Parlarne era il massimo del livello di condivisione al quale sono momentaneamente pronta.
Ha detto che non mi cercherà più, neanche se io glielo chiederò, che gli dispiace troppo. Gli ho creduto e ho provato da subito ad archiviare l'accaduto.
Ad un certo punto devo avergli rivolto un brutto sguardo perché ho visto che ha fisicamente fatto un cenno di arretramento.
Non era certo la prima volta che mettevo a disagio una persona o che la facessi arretrare con un solo terribile sguardo (che esula dalla mia volontà, non so farlo a comando), ma era la prima volta che quello sguardo fosse diretto a lui e non è una reazione che vorresti innescare in una relazione amorosa.
Da allora ci ho pensato, riflettuto.
Non ha rispettato la mia privacy ma non mi ha mai fatto mancare il rispetto o la comprensione. Non pensava di farmi male, non lo voleva ma lo ha fatto. Non potevo impedire a me stessa di sentire quelle sensazioni, come non potevo negare che quella irruzione mi avesse ferita.
Gli dico quando parlo di lui, delle nostre uscite; gli ho anche letto qualcosa. Ma non pensavo che non bastasse.
Questo spazio è mio, lo gestisco io, lo riempio io come potrei anche svuotarlo. Sono affezionata a questo blog, ma di certo non lo amo quanto amo lui.
Che amaro dilemma, incazzarsi o non incazzarsi.

venerdì 10 novembre 2017

Sacherogna.

Non lo cosa mi abbia preso, francamente.
Ho iniziato a fare torte da meno di un anno, ogni ricetta che scovo la applico a modo mio. Ovvero, mi scoccia troppo in genere far montare i tuorli e gli albumi a parte, io frullo tutto l'uovo e poi aggiungo burro o olio, zucchero e se ci va anche il latte; dopodiché ci verso la farina a poco a poco e gli eventuali altri ingredienti (tipo la cannella in polvere, vi assicuro che la mia torta alla cannella è strabuona!) e l'unica cosa che setaccio è il lievito, perché altrimenti me lo ritrovo sempre a pezzetti sulla superficie della torta e diciamolo chiaramente: il lievito a pezzettini fa schifo e non si toglie più dalla lingua. Forse dovrei mescolare di più? Non lo so, so solo che ogni volta sento la voce di mia madre come una pulce dentro l'orecchio che mi tartassa dicendo "T'a spirugghiari! U lievito accuminciao!", cioè che mi devo sbrigare perché la funzione lievitante è già attiva e può perdersi. Che sia vero o no, ormai ce l'ho dentro quella voce.

Da circa sei mesi ho smesso di fare torte che nel forno si sollevano nei primi dieci minuti per poi collassare nei prossimi dieci, fino a ritrovare qualcosa di simile ad un sufflè sgonfio.
Le  mie torte in pratica sono sempre dei pan di spagna di vario genere: alla cannella (per me è degno di nota, quindi mi ripeto), alla cannella e zenzero, al limone, al cioccolato, cioccolato e cocco, cioccolato e vaniglia (marmorizzato in pratica), alle mele e all'arancia con annessa crema nel mezzo (sempre all'arancia). Un paio di volte ho tentato la crostata ma questa è mia nemica: una volta era buona ma la frolla sembrava una base biscottata, la volta dopo non so cosa sia successo ma faceva schifo e l'ho buttata.
Con tutte queste premesse non proprio ben auguranti, la sottoscritta divenuta pazza (non ho altre spiegazioni) ha pensato bene di provare una torta diversa, mai fatta e pure più complicata: la Sacher.
Per chi non lo sapesse (cito un film: va be', continuiamo così, facciamoci del male!), la Sachertorte è una delizia austriaca la cui ricetta è segretissima, conosciuta solo da una cerchia ristretta di pasticceri che lavorano esclusivamente all'Hotel Sacher di Vienna. Si tratta di due strati di pan di spagna al cioccolato, leggermente asciutto, intervallati da uno strato di marmellata all'albicocca (o ciliegie), il tutto racchiuso da una copertura di cioccolato fondente.
*Asciugo la bava*

Armata di buona volontà ho cercato le ricette on line, le imitazioni, e decisa quale seguire mi metto all'opera. Ricordate tutte le premesse? Ecco, io stavolta ci ho provato a seguire tutte le fasi, lo giuro. Ho sporcato una decina di contenitori, ho montato prima i tuorli (mi ci è voluto un quarto d'ora con la frusta elettrica), ho fatto lo zucchero a velo (o qualcosa di simile) e poi ho tentato di montare anche gli albumi ma dopo venti minuti buoni ancora non erano pronti, allora mi sono venuti i famosi cinque minuti di follia e mi sono detta: al diavolo, sono stanca, così è una rogna! Faccio a modo mio!
Risultato? Non ho mai assaggiato l'originale ma mi riprometto di farlo un giorno sperando di non dover vendere un rene per ottenerla, ma in fin dei conti la mia Sa-che-rogna non è da buttare.
Guardare per credere. E sappiate che Il Papi mio genitore ne ha mangiato una fetta enorme senza esordire con la solita frase "Ma picchì cummatte?" (non so come tradurla meglio di così: ma perché ti affatichi tanto?").


Siccome sono una farlocca di buon cuore, vi lascio la ricetta della mia Sacherogna, almeno all'incirca perché ho improvvisato dopo il mio colpo di testa, ma fidatevi: il mio è un metodo da principiante, se ce l'ho fatta io può farcela chiunque. Certo non ci vincerete un premio, non sarà buona come da pasticceria, ma "si fa mangiare volentieri".

Ingredienti:
- 3 uova
- 70 g di burro
- 80 g di cioccolato fondente al 60%, anche al 75% va bene, magari mettendo un pochino di zucchero in più
- 120 g di zucchero (la ricetta che avevo preso divideva 90 g di zucchero e 20 g di zucchero a velo, ma per la mia versione va bene anche tutto normale)
- 100 g di farina 00 (quella ricetta ne aveva 65 ma ripeto: è la mia versione da principiante)
- 1 bicchiere di yogurt quasi pieno di latte (spiegazione di cui sopra, ho dovuto aggiungerlo perché altrimenti l'impasto era troppo duro)
- un pizzico di sale
- lievito (anche questo di mia iniziativa)
- marmellata/confettura di albicocche
Per fare la copertura di cioccolato fondente ho utilizzato una bustina di preparato, non voglio dire la marca anche se è famosa, ma in pratica è una busta con dentro il cioccolato solido che si mette in un pentolino con l'acqua che bolle. Su quella che compro io c'è scritto a chiare lettere "glassa al cioccolato" (tipo quella che si versa sul profitterol).

PROCEDIMENTO.
Ricordate che sono una principiante imbranata, per cui faccio sempre le stesse mosse: per prima cosa preparo la teglia rivestendola bene di fidata carta forno, procedimento che in genere mi porta via almeno dieci minuti.
Sbattete le uova, io preferisco usare il cucchiaio di legno ma andrebbero bene anche le fruste elettriche, finché è tutto una robaccia gialla e spumosa. Sbattete e mescolate il resto sempre nello stesso verso.
Aggiungete il latte (a temperatura ambiente o non troppo freddo, per la mia esperienza non sarebbe un bene) ed il burro ammorbidito (mi raccomando, non fate come me una volta che ho riscaldato troppo il burro, poi con le uova si formano delle palline mollicce davvero poco invitanti e a quel punto è irrimediabilmente rovinato), anche qui fino a quando il composto ha delle belle bollicine.
Aggiungete il cioccolato fuso, che non deve essere né bollente né troppo freddo, altrimenti si indurisce tutto. Immagino che andrebbe bene anche il cacao amaro in polvere (di solito uso questo).
A poco a poco mettete lo zucchero (metto un poco e mescolo, poi ripeto, circa 4 volte).
A questo punto di solito accendo il forno a 170 °C, così quando finisco con l'impasto il forno è caldo.
A poco a poco, come con lo zucchero di prima, aggiungete la farina e poi il pizzico di sale.
Setacciate il lievito in polvere per evitare che faccia grumi e mescolate, sempre nello stesso verso, fino a quando è omogeneo.
Versate il composto sulla teglia già incartata, io non ci metto niente sul fondo e non ho mai bruciato una torta.
Infornate per circa 30 minuti, controllate inserendo lo stuzzicadenti: se esce asciutto allora è pronta.

Ho l'abitudine di lasciare il forno aperto con la torta dentro per qualche minuto, così che non prenda una botta di freddo, non so se faccio bene o male quindi non vi suggerisco come raffreddarla.
Quando si è raffreddata, tagliatela a metà e spalmate un bello strato di marmellata, ricomponete e spalmate con poca marmellata la superficie e i lati. Ho messo circa 200 g di marmellata, ma tutta ad occhio, quindi potrebbe variare per altezza della torta o larghezza della teglia.
Ricoprite la superficie e i lati della torta con la glassa al cioccolato fondente, fate riposare magari mezz'ora e poi bon appetit!


Se volete provare a farla, che sia Sacher oppure Sacherogna, poi fatemi sapere nei commenti, ci confrontiamo e fondiamo una società di golosi! :D

lunedì 6 marzo 2017

Passare dalle "mangiate" alla palestra. Tratto da una storia vera e triste.

Innanzi tutto si parte da un preciso evento, dal quale scaturisce un'idea persistente.
Mettiamo caso che a San Valentino il tuo fidanzato, a conoscenza della tua passione per fritti misti, pizza e dolci, prenda la brillante decisione di portarti in pizzeria con la misera scusante di una festicciola qualunque. Lui ti invita, ti sorprende con un regalo (anche se i patti prevedevano di presentarsi di "panza e presenza", ovvero senza doni ma con la fame in corpo) e ti fa quel sorriso che, mannaggia al diavolo, quando lo fa non capisci più niente e sei senza scampo. Per cui quel giorno mi sono ritrovata ad abbuffarmi (come se Natale, Capodanno e Compleanno non fossero stati sufficienti) e una piccola, subdola idea ha cominciato a manifestarsi in me.
Forse è il caso che mi iscrivo in palestra, o cene come questa le digerirò dopo una settimana.
Ma per un breve periodo ho resistito alla tentazione, con l'aggiunta dell'entusiasmo del Mezzo-Ingegnere che pensava stavolta di convincermi ad andare con lui al mattatoio in palestra.
Come se questo pensiero non fosse già di per sé disturbante, quella sera mi sento costretta ad usufruire del bagno. Per trovarlo ci vuole una mappa e a nulla sono valse le informazioni del mio Mezzo-Ingegnere, che ne aveva dovuto usufruire prima di me, poiché il bagno dei maschietti si trova all'estrema destra della pizzeria mentre quello delle donne si trova all'estrema sinistra, per altro dietro un pannello di legno situato alle spalle del bancone. Per cui non solo ho dovuto far fronte alla naturale repellenza che mi procura l'andare in un bagno pubblico, ho dovuto far fronte alla sensazione di smarrimento e scazzamento (perché deve essere così complicato una cosa così semplice come fare pipì?!) e anche al sentimento di sentirmi un'intrusa, come se mi stessi intrufolando di straforo nelle zone destinate solo ai banconisti. Purtroppo la sequenza di spiacevoli sensazioni non finisce qui. Non era abbastanza disagio, quindi hanno pensato bene di fare l'anticamera enorme, con due lavandini separati ma un solo rubinetto presente, mentre il bagno vero e proprio è uno sgabuzzino di tre metri per due di forma trapezoidale. E ciliegina sulla torta, piastrelle asfissianti ovunque: destra, sinistra, intorno alla porta, sopra e sotto (solo il tetto si è miracolosamente salvato).








Ritrovarsi circondati da tutti questi quadratini in uno spazio angusto è stato traumatico.
Un bugigattolo che può essere eletto il peggior incubo d'un claustrofobico che soffre il mal di male.









Passati questi terribili attimi, la serata è andata abbastanza liscia. Ma quell'idea di fare esercizio fisico ha messo radici, nonostante la mia convinzione (che confermo tutt'ora) che è assurdo pagare degli estranei per farsi torturare in una palestra, buttar giù sudore e farsi increspare ancora di più dei riccioli già abbastanza capricciosi. Comunque resisto all'idea e procedo con la vita di tutti i giorni.
E poi all'improvviso giunge un invito. Il caro amico suggerisce allegramente l'idea del ristorante cinese all you can eat. E tu che fai, dici di no all'amico con cui uscivi assiduamente e che ora vedi di tanto in tanto perché si è trasferito a centocinquanta km di distanza? Dici di no a tutto quel buon pesce e ai loro deliziosi amici crostacei?
Non c'ho avuto il cuore di dire no. Anche perché era da dicembre che ne parlavo con il Mezzo-Ingegnere mia metà.
Risultato? Ho mangiato più di tutti i presenti e ho rotolato per due giorni ancora sazia e panzolla.
Mezzo-Ingegnere coglie allora la palla al balzo: perché non ti iscrivi in palestra dove vado io? chiede, Ti aiuto con gli esercizi, ci andiamo due volte a settimana, che sarà mai... tra l'altro c'è un promozione, se ti iscrivi entro tot data costa di meno per un anno!
Insomma, per chi e per come, mi sono ritrovata iscritta e pure all'opera nella stessa ora.
Mi faccio coraggio, quei pantaloncini aderenti mi stanno bene nonostante le cosciotte e mi fanno pure un culo che caspita, manco sapevo di avercelo!
Iniziamo con il correre sul tapis roulant. Seguo le istruzioni e cammino per tre minuti, e fin qui tutto bene. Poi mi dice Aumenta la velocità così e corri. Mentalmente mi faccio gli auguri e spero per il meglio, obbedendo.

Dopo 3 minuti di corsa ho già le visioni mistiche alla Fantozzi, ma a me non si manifesta l'arcangelo Gabriele, bensì RAFFAELLA CARRA' in uno sfavillante vestito di paillettes che mi indica con una leggiadra mano mentre l'altra la appoggia delicatamente al suo petto. E a quel punto mi sorride e si mette a cantare SCOPPIA SCOPPIA MI SCO'! SCOPPIA SCOPPIA MI SCOPPIA IL CUOR!

E a quel punto una cosa mi è chiara: nessuno sarà mai figa quanto la Carrà. Carrà maestra di vita!

La storia vera e triste si conclude qua. Nel senso che quel giorno è stato ricoperto da una coltre nebulosa e non ricordo altro, il giorno seguente è stato meno traumatico e poi il ciclo mi ha salvata.
E qui ci sta una bella torsione all'indietro degno della Carrà che ingiuria quelli "da Trieste in su", ma tanto l'importante è farlo sempre e con chi hai voglia tu.


 
PS: Invito a fermarsi sulle parole, che magari lo sbrilluccichio distrae, secondo me si possono interpretare in modi diversi:
Se lui ti porta su un letto vuoto
il vuoto daglielo indietro a lui
fagli vedere che non è un gioco
fagli capire quello che vuoi
(...)
E se si attacca col sentimento
portalo in fondo ad un cielo blu
le sue paure di quel momento
le fai scoppiare soltanto tu

venerdì 15 aprile 2016

Mayday: Maya vs Technology.

Momento della domanda retorica: come può essere finito uno scontro tra me e la tecnologia? Ovviamente con me sconfitta.
Manco da più di un mese, ma la colpa non è tutta mia, è che la tecnologia semplicemente odia me e ama vedermi bloccata nel secolo scorso, o anche più.
Il primo ad abbandonarmi è stato il cellulare. Tutta colpa di whatsapp e dell'obbligo di aggiornarlo. In pratica mi si costringeva ad aggiornarlo, altrimenti a non usarlo mai più. Il problema vero è iniziato quando ho avviato quell'infame di Google play, che si è categoricamente rifiutato di aprirsi. Mi sono perciò ritrovata o ad aspettare venti minuti che si aprisse (invano, il cerchietto continuava sempre a roteare) oppure a visualizzare un messaggio di errore che mi chiudeva l'app. Dapprima il problema era con Google play, ma poi il telefono ha cominciato a bloccarsi mentre usavo un'app, scaricata col sudore della fronte e delle dita, e infine non si apriva più niente che richiedesse l'utilizzo di internet. La storia era sempre la stessa, ossia lo schermo diventava nero, il telefono vibrava e infine un messaggio mi diceva che l'applicazione era collassata per un qualche errore.
Quindi non solo ho dovuto fare i conti con l'irritante idea che mi dovessi comprare un nuovo telefono (che palle! Voglio il mio telefono, non uno che si fracasserà alla sua prima caduta dalle scale o il suo primo bagnetto in una pozzanghera), che già di per sé questa cosa mi faceva incazzare, ma no! Non era sufficiente! Dovevo pure ascoltare gli amici che ridendo mi dicevano "Và ettalo! Accattate un I-phone" (per i non-siculi "Buttalo! Comprati un I-phone"), ma giammai l'Apple mi avrà! E il fidanzato che spesso aggiungeva "Il tuo telefono è obsoleto, come te". Tesoro, non sono obsoleta, sono ANACRONISTICA. Comunque il fatto che sia ancora vivo e illeso vuol dire che lo amo davvero. E che quel suo sorriso dovrebbe avere delle clausole di utilizzo.
Per concludere questo capitolo, fortunatamente non ho dovuto comprare un nuovo telefono perché due settimane dopo (e un ripristino dei dati di fabbrica che non servì a nulla) lo diedi al mio amico V con una allettante promessa: prova a fare una delle tue magie, se ti riesce ti compro il paninazzo più imbottito che la tua mente riesce a concepire. Ci è riuscito (mi hanno fottuto mezza ricarica perché non ho un'offerta internet attiva, ma per lo meno funziona e ho risparmiato tante belle banconote).

Nel frattempo di questo problema, se n'è aggiunto un altro: preso di invidia, anche il mio pc ha voluto le ferie, perciò si è spento e si è rifiutato di accendersi. Se mi scoccia comprare un nuovo telefono, figuriamoci un pc nuovo! Provando e riprovando alla fine ho capito il problema, cioè che non era il pc ad essere rotto bensì il carica batterie. Da qui inizia l'epopea per trovare un alimentatore compatibile con il mio pc, che comprende un rischio di infarto quando l'unico che becco costa la bellezza di 35€. Ma che scherziamo? Un pezzetto di filo, una scatoletta per 35€, 'azz è una rapina!
Soluzione? L'ho comprato su internet a circa metà prezzo, spedito e arrivato in meno di una settimana.

Saranno finite qui le mie disavventure? NO. Un giorno mi si rompe la tv (si vede lo schermo blu e l'audio si sente se metto un supporto fisico sotto l'attacco della presa scart) e qualche giorno dopo mi ritrovo gli occhiali che mi penzolano sul naso e un'asta dei suddetti ai miei piedi. Razza di sfiga malefica, pure gli occhiali s'è presa! Non vi dico le difficoltà di fare cena e guardare la televisione indossando gli occhiali da sole. Per fortuna ho dovuto resistere solo una sera, una mattina e mezzo pomeriggio per riavere i miei occhiali integri.



Dopo tutte queste difficoltà, ho passato quasi una settimana senza alcuna voglia di usare il pc. Me ne mancava proprio la forza ogni volta che gettavo uno sguardo su di esso. Ero esausta e sconfitta.
Magari viene da pensare che in tutto questo ho avuto più tempo da dedicare alla lettura e invece niente. Più di un mese fa ho cominciato finalmente a leggere Il Conte di Montecristo ma sono ancora in alto mare, non ho avuto proprio voglia di leggere. Per di più, come successe per Grandi speranze di Dickens, mi sta piacendo molto e lo sto diluendo nel tempo (peccato che Grandi speranze ha circa 490 pagine, mentre Il Conte ne ha quasi 900). Il libro l'ho comprato durante la mia breve permanenza a Parma ed è di quel formato super fico, quelli con la copertina imbottita e il prezzo basso (4.90€ alla Feltrinelli). Non so quanto mi ci vorrà a finirlo, ma non penso sarà a breve.
Stanca ma viva.


martedì 30 settembre 2014

Inferno postale.

Attraverso la vita camminando sul filo dell'esasperazione.
In una funesta mattina soleggiata, mi viene da pensare "Mi scoccia troppo fare pulizie oggi, ma non posso guardare altri episodi di Criminal Minds altrimenti mi finisco una stagione in tre giorni. E quindi? Ma sì, dai, andiamo alla posta. I vecchietti per la pensione non ci saranno... Sì sì, vado alla posta e TORNO PRESTO."
Boom! Sfiga. 

Vado alla posta per depositare un assegno di un centinaio di euro, tutta tranquilla perché ho beccato solo semafori verdi e nessun autista che sembra aver preso la patente da autodidatta (o che l'abbia vinta con un gratta e vinci).
Entro nell'edificio e trovo un terminale vuoto ma in funzione. "Bella lì! penso Guarda un po' che culo, uscirò di qui in meno tempo di quello che mi ci è voluto per arrivarci", continuo a pensare nella mia beata ignoranza degli eventi prossimi futuri.

- Buongiorno.
Nessuna risposta. Già iniziavo a capire qualche cosa, ma non riuscivo a crederci... penso "Ma quanto cazzo è spesso 'sto vetro??". Alzo un po' la voce

- Buongiorno.
Dieci secondi di silenzio.

- Ciao.
Cazzo, ma allora sa parlare! Carramba che sorpresa! Sposto il peso da un piede all'altro, con la smania di andare via. Ormai avevo capito in quale trappola infernale ero caduta.

- Sì, ciao (balbetto). Devo depositare questo assegno.
- Un assegno?
(Perché, che ho detto?) - Sì, un assegno. Eccolo.
E gli sventolo il pezzo di carta davanti alla faccia. Lei annuisce e inizia col farmi un paio di domande. A chi è intestato? Intestato a te? E dove li vuoi mettere? E via dicendo. A quel punto ho un flash.
Oh santa pazienza martire, lei è...



Oddio, è Fabrizio Biggio dei Soliti Idioti! Solo che quella che ho beccato io era vestita meglio ma truccata molto peggio. Sembrava reduce da una sbronza non ancora smaltita, con la matita nera degli occhi sciolta fino alle occhiaie (pur non nascondendole) e una coda di cavallo con ciuffi che puntavano in direzioni diverse.

Ma perché è capitata a me!!! Inizio a urlarmi in testa. Poi sospiro e mi rassegno, sono già cinquanta domande che mi fa, con la lentezza nel parlare che una storia della buonanotte a confronto pare un rave, mi dico per consolazione che ormai stiamo finendo... Sbaglio.

Mentre pigia le sue ditina sulla tastiera di inizio anni 2000 del pc, mi estraneo un po' dal mio compito. Mi giro e scopro che ci sono almeno cinque persone dopo di me, che aspettano pazientemente il turno. Ma non è colpa mia se sono diventata quella che crea fila, è la tizia che è lentissima! Come se non bastasse, chiede al collega se può fare una certa azione (roba da posta), il collega non sa e la tizia inizia a chiamare il direttore a gran voce (si chiamerà mica Bertelli??).
Dopo cinque minuti di urla, esce un signore panciuto da una stanza e le dice che il direttore è in vacanza chissà dove. Torna a picchiettare sulla tastiera e riprende a farmi domande; per rincarare la dose, in linea con le sue azioni, la tizia mi parla a bassa voce, così sono costretta a chiederle di ripetere la domanda almeno una volta su tre.
Vorrei tanto darmi un facepalm, oppure assestare a lei una cinquina ma aimè il vetro ci separa!

Continuo a pensare, un po' per intrattenermi e un po' per trattenermi. "Perché questa si accanisce proprio con me? E dire che sono vestita abbastanza decentemente! Okay, i capelli sono ancora un po' da pazza, ma poco poco giuro, sono legati! Va bene, ho infradito, pantaloncini e t-shirt neri ma non sono vestita nello stile di Francesco Mandelli in quello sketch! Lì mi è sempre sembrato il sosia di J Ax... Ma a me manca decisamente barba, quindi perché ha scelto di andare in letargo proprio adesso!"




Okay, magari non si somigliano neanche e me lo sono immaginata, abbiate pietà di me. Hanno ampiamente abusato della mia già scarsa pazienza.
Ah, e mi hanno detto di tornare quando ci sarà il direttore.
E che cavolo, voglio depositare i miei soldi non voglio mica rapinarvi!

giovedì 17 luglio 2014

Tra feriti... Euhm, traSferiti.

Io e una collega dovevamo essere trasferite in un altro ufficio, in un'altra struttura, in un'altra parte della città.
Niente di male, no? NO! Hanno trasferito solo me, in un posto sperduto in mezzo a chilometri e chilometri e chilometri di "ciàre", ossia terreni argillosi privi di coltivazioni. Per usare un vecchio detto siciliano, si trova UNNE PEISSE I SCAIPPE U SIGNURE (dove ha perso le scarpe il Signore). E se non mi credete guardate il video che ho fatto oggi! La desolazione pura. Altro che posti da Horror Style.


E come se non bastasse, mi hanno messa a fare l'archivio. L'archivio, capite? Con tanta polvere che ben si addice alla mia allergia per la suddetta. Se un giorno decidessero di usare anche detergenti all'ammoniaca io da quell'ufficio ne uscirei dentro una sacca per cadaveri. Otto ore sommersa da carte polverose, niente elettronica. Adesso capisco la gente che si sveglia alle sei per andare a correre prima di andare in ufficio...
Sono così depressa che, dopo aver trovato un documento che cercavo dalla mattina (erano le 18.05), ho festeggiato. Tra me e me, sorridendo da sola, soddisfatta e contenta.

Mi faccio pena da sola.

GOD SAVE ME... ché alla Regina ci pensano già gli inglesi.

lunedì 17 marzo 2014

Come essere ridicoli in tv.

Ci voleva proprio la febbre a farmi riavvicinare alla tv, dopo anni che ne usufruivo solo per telefilm e telegiornali. Solo sporadicamente mi capita di guardare altro. Comunque, ieri sera iniziavo a sentirmi bene, perciò ho pensato di guardare Giass, il nuovo programma con Luca e Paolo. Inizio a dare ragione a mio padre quando dice SE FANNO TANTA PUBBLICITA' IL PROGRAMMA NON VALE NIENTE. Sorvoliamo sul fatto che entrambi abbiamo guardato Giass, quel concerto di Celentano che qualche mese fa aveva rotto le balle e quel telefilm di mafia con Rosy Abate (sorvoliamo proprio). Premetto che Giass non l'ho visto tutto, che ogni tanto mi addormentavo e che se mi fossi ricordata in tempo che a Deejay tv davano la seconda stagione di American Horror Story non mi avrebbe neanche sfiorata l'idea di saltarlo (per mia fortuna il telefilm lo danno in replica il venerdì sera).
L'idea di base del programma è di evidenziare gli aspetti positivi e notevoli del nord, del centro e del sud. Cosa buona, se non fosse che suddividere una nazione con zero senso della nazionalità non mi pare una buona idea. Se il conteggio non finisce pari per tutte e tre le "macroregioni" sarà una grandissima presa per i fondelli.

Lo so, è un po' off topic ma erano mesi che aspettavo l'occasione di usarla.


In sintesi mi è sembrato un modo per ricordare le diverse metodologie per fare una figura barbina in tv.

1. Essere Daniela Santanché. E senza neanche essere presente, che talento.

2. Passando alle cose serie: essere Alessandro Cecchi Paone e dire che la parola "frocio" non è offensivo.



Afferma anche che più si utilizza la parola "frocio" e meno potere avrà. Che dicesse sul serio o fosse una brutta battuta fatta male, se a lui quella parola piace allora ci si faccia chiamare lui così. Se fossi lesbica mi incazzerei se mi chiamassero frocio. Se in mia presenza chiamate così uno/una dei miei amici è bene se vi mettete a correre, chi si ti pigghio ti fazzo novo (che se ti prendo ti faccio nuovo). Al diavolo, mi incazzo pure se sento uno sconosciuto che viene interpellato così.
Frocio, così come finocchio e altri, sono DISPREGIATIVI e lei, caro signor Paone, da omosessuale e giornalista, dovrebbe ben saperlo.

3. Rendere ridicoli artisti e arte per sottolineare l'orientamento sessuale (tale o presunto) dell'artista e le sue capacità. Alcuni nomi erano Da Vinci, Tasso, Buonarroti.
Questi tentativi di sensibilizzare riguardo l'omosessualità hanno solo l'effetto di ridicolizzare; questo non è umorismo, questo è essere ottusi.

4. Usare cliché per le battute. I pregiudizi sulla gente del sud con famiglie numerose e con l'abitudine di gridare. Che novità. Da spaccarsi dal ridere, proprio.

5. Passeggero che emette aria nei taxi. Scherzo o esperimento? Nel 2014 dobbiamo ancora ridere di gang trite e ritrite che non facevano ridere neanche quindici anni fa a "Scherzi a parte"?
Mi sorprende che nessun autista lo abbia picchiato di brutto. Va bene lo scherzo, va bene che c'è gente veramente così maleducata, va bene che una fuga di aria può capitare. Non sono una che bacchetta, paladina del buon fare e del buon dire. Non voglio, e neanche potrei.
Io sono quella che spara parolacce anche per semplice intercalare. Io sono quella che alle feste di primavera fa a gara di rutti con gli amici. Ma almeno non infastidisco sconosciuti che lavorano. Per lo meno io faccio la rompicoglioni solo con chi mi scoccia.


Poi mi è tornato mal di testa e ho spento la tv.
American Horror story: non mi scorderò più di te.

sabato 8 marzo 2014

Angry Maya.

Già il titolo dice tutto e potrei fermarmi qui. Ma è così tanto tempo che non mi è permesso di liberare la mia vena polemica e incazzosa che il misfatto diviene obbligo.



Sono di umore nero tempestoso perché non ho il tempo di leggere, ho quel libro buttato su un tavolo a prendere polvere da un mese. Questo perché, oltre all'impegno parascolastico del pomeriggio, ho trovato una specie di lavoro part-time, sei ore per una miseria. Mai un attimo ferma o qualche banconota nel borsellino.
La sera sono esausta e otto ore di sonno non mi bastano. Durante la pausa del mattino è possibile uscire per andare nell'unico bar della zona; io che in pratica sto ancora dormendo con gli occhi aperti ho un disperato bisogno di cappuccino. Il primo sorso stavo per sputarlo in faccia alla tizia: la schiuma non sapeva di latte, sapeva di ricotta. Il giorno dopo provo il caffè, il mio cervello necessita caffeina (non potendo ottenere un paio di short di rum che mi rimetterebbero in vita). E questo è il primo errore dopo avere accettato l'impegno (e l'essere entrata in quel posto, ndr). Il caffè senza la ricotta la schiuma è pure peggio. Ma cambiatelo il filtro ogni tanto, no? Vi pare brutto? Non vi vergognate di farmi pagare 1.30 per due sorsi di schifezza??? Caffè che in qualunque altro posto mi può costare anche la metà.
La soluzione è farmi una caraffa di caffè a casa e portarmi una borraccia. Un buon caffè è un buon caffè, anche se raffreddato.

In quel contesto ho avuto anche a che fare con una donna che dire irritante è dire niente. Per me lei era, è e resterà sempre Hillary. Non ho mai capito come si chiamasse, non mi restava in mente, lei era una figura onnipresente che faceva domande personali, chiedeva di cose private, le chiedeva a tutti davanti a tutti ma lei no. Lei non diceva nulla di sè. L'ho chiamata Hillary perché era una strana combinazione tra Ilary Blasi e Hillary Clinton. Se i DNA delle due donne potessero combinarsi in un unico essere otterremmo Hillary.

Immagina, puoi.


Essendo a conoscenza dei miei impegni e delle mie opinioni (e nel totale disinteresse riguardo alla mia natura facilmente irritabile) Genitrice ha preso la snervante abitudine di dare via le mie cose mentre non sono in casa. Questo privarmi dell'espressione della mia opinione non mi fa rinunciare alla polemica. Ora, non sono una accumulatrice seriale tipo Sepolti in casa, c'è semplicemente una discreta confusione e un attaccamento verso vecchi oggetti. Un esempio, dopo mesi io ancora non mi rassegno al fatto che, sempre mentre non ero in casa, ha dato via il mio divano. Lo so che aveva più dei miei anni, so che la pelle era mal ridotta, so che non aveva più sostegni tra sè e il pavimento; però quel divano era MIO, lo era diventato quando nessuno lo voleva perché era vecchio e si trovava in un punto della casa poco "vissuto". Lo era diventato perché riposavo più su quel divano in due ore di quanto riposo per otto ore sul mio letto. Lo era diventato perché si accordava perfettamente con i miei libri datati, comprati al mercatino dell'usato. Faceva parte della mia oasi di pace.
Al divano hanno fatto seguito libri, quaderni, borse e per finire ha dato un pacco di miei biscotti a Fratello, che ovviamente li ha finiti. Temo di entrare nella mia stanza e scoprire che manca qualcosa (tranne la tv, quel piccolo esserino dei primi anni duemila che si sta auto-eliminando).
Non so perché ho accettato di andare a ballare stasera, cosa che mi indispone di per sé anche senza contare che sono già nervosa.

lunedì 3 febbraio 2014

Domande senza risposta e nane semi-veggenti.

Perché Jared Padalecki non si taglia più i capelli? E come mai diventa sempre più gnocco di anno in anno? Che le due domande precedenti siano legate? Mmh...

Perché hanno chiuso l'unico locale in questa Città-che-non-c'è dove suonavano rock dal vivo già da due anni e ancora non me ne faccio una ragione?

Perché, dato il precedente dispiacere, adesso hanno chiuso pure la mia birreria preferita? Mò dove la trovo la mia Tennent's settimanale?

Perché il mio negozio di usato preferito vendeva una vecchia macchina da scrivere proprio quel giorno che non avevo venti euro in tasca? Non è una cosa crudele sbattermela in faccia e poi venderla a qualcun altro?

Perché una volta tanto che mi sono convinta a comprare uno smalto poi scopro che non è il colore che volevo? Volevo un blu notte e invece boh, una volta asciutto è diventato blu elettrico.

Perché leggere Viaggio al termine della notte di Céline sta diminuendo la mia già scarsa gioia di vivere?


Volevo raccontare una cosa, poi mi tolgo di mezzo (almeno fino a giovedì, che ho deciso essere il giorno delle liste). Sabato sera un amico mi ha convinta ad andare in discoteca. Immaginatevi la scena: nana vestita di nero e capelli scompigliati, come sempre, che si dondola sul posto per puro sforzo della volontà. Terribilmente sobria perché mi sono accorta troppo tardi di aver speso al supermercato più di quanto ricordassi, e poi mi mette a disagio farmi offrire da bere da amici. Chissà perché. Mezzo pacchetto fumato in tre ore e all'uscita si mette a piovere. Parolacce da ogni dove. Amico che mi chiede se ce la faccio a correre, io che rispondo: sei pazzo?! Correre su 'sti gradini di marmo? Ci vuole niente per scivolare.
Neanche un secondo dopo SBAM! una ragazza alle mie spalle è caduta col culo per terra. Il mio amico sostiene che sono una veggente o una maga.

Ecco, questo è stato il momento più interessante della serata. Beh, questo e il tentativo di un altro amico di cancellarmi una impronta digitale con la sigaretta. Quando passa il rossore vi dico se ci è riuscito.


PS: Se qualcuno di buon cuore prova compassione per me e volesse regalarmi una vecchia macchina da scrivere, io vi amerei finché campo. E probabilmente anche dopo.

sabato 25 gennaio 2014

Nuovo look.

Era almeno un anno che dovevo cambiare look al blog e finalmente mi sono decisa a farlo. Più luce, colori meno cupi, altri caratteri ect ect.


Se non sono in ritardo allora non sono io. Scappate finchè siete in tempo, chissà chi è.
Sì lo so, Alias mi fa un brutto effetto.

venerdì 27 dicembre 2013

Umanità e pollame.

Un paio di post fa mi sono sfogata contro un povero ragazzo sfruttato dalla fidanzata definendolo pollo. A parte l'inequivocabile diritto a dire quello che voglio, perché mi sono permessa di esprimermi a quel modo? Semplice: anche io sono metaforicamente un pollo. Non so per quale motivo di preciso, ma ho mandato una whatsappata a mr. X per fargli gli auguri di buon Natale. Visto? Cosa dicevo? Sono un pollo.

Abbiamo pure lo stesso colorito pallido.

Stavo mandando degli auguri e mi sono detta che sarebbe stato un gesto da persona civile, matura e sicura di sé, smentita all'istante perché mi tremavano così tanto le mani che ho rischiato qualche pessimo errore ortografico o di mancare il tasto invio. Non mi aspettavo nulla in cambio, di solito le buone azioni restano impunite, no? Boh. Lui ricambia gli auguri, e un poco me lo aspettavo, mica ci vuole chissà quale cuore o quanto tempo per rispondere "anche a te". Eh, infatti. Ma chi se lo aspettava che mi avrebbe chiesto come sto, come va? Sono sei mesi che non me lo sentivo chiedere da lui. All'ultima cena con i colleghi ci siamo ignorati il più possibile, i nostri sguardi non si sono mai incrociati se non per frettolosi, superficiali e insapori saluti, alle sue battute ridevo con gli occhi lucidi, guardando delle foto lui è arrossito dopo aver fatto una battuta leggera su una mia foto, facendo sembrare falsa la sua nonchalance. Quella sera ci siamo salutati con un freddo baciarsi le guance, e sono sicura che anche lui in quel momento ha pensato a quando ci salutavamo con un abbraccio. O più di uno. Certi giorni fuori dall'edificio del corso sembrava che non avessimo la forza di andare ognuno per la sua strada di casa. A me piacevano i suoi abbracci, a me che gli abbracci non piacciono. Mi sentivo a casa, ogni volta che mi abbracciava.
E abbiamo iniziato a parlare come se questi sei mesi non fossero esistiti, come quando eravamo amici e scherzavamo invece di lavorare. Io con la mia riservatezza, le mie gaffe, le mie parole innocenti che a leggerle dopo un po' avevano un gusto amaro, se non addirittura di accusa, e lui con la sua riservatezza e i caratteri abbreviati. Questo la dice lunga su quanto mi piaceva: scriveva cose come k, bn, xò, e non ho mai fatto una piega, mentre ho flagellato il mio amico perché mi scriveva domande mettendo due punti interrogativi, o perché mi scriveva sta sera e non stasera. Son cose che fan riflettere... Per l'appunto, sono decisamente un pollo.
Sono un pollo che ha contribuito ad affossare una relazione promettente, che ha accettato atteggiamenti che avrei dovuto dirgli che mi infastidivano. So che ormai è un capitolo chiuso e irrecuperabile, per la mia scarsa fiducia nel prossimo, per lo stesso eccesso di riservatezza che abbiamo entrambi e che non ci permetterebbe di aprirci e di avere un vero rapporto. Sono troppo delusa dalla situazione, da lui ma anche molto da me. Ma è da ieri che continuo a chiedermi: mi piaceva davvero o mi piaceva perché diceva di volersi sposare giovane e avere una famiglia, cosa che placava la mia ansia da abbandono? O mi faccio queste domande inutili perché non voglio affrontare la verità, qualunque essa sia? Cazzo, quanto odio sentirmi così vulnerabile.

Già da tempo sto organizzando un altro viaggio con gli ex colleghi-amici, forse verrà anche lui. So che sarà un po' strano (un viaggio in compagnia implica sempre tanto tempo condiviso), ma so anche che mi sentirei in colpa se non partecipasse a causa mia. Però, pensandoci, credo di avere abbastanza controllo di me stessa da non fare danni e godermi il viaggio, senza ripercussioni sul gruppo. Ho già affrontato situazioni simili, quindi posso farcela ancora.
Viaggio futuro, io non ti temo.

sabato 14 settembre 2013

Se per caso cadesse il mondo, io mi sposto un po' p... BOOM!


Due sere fa avevo una spiacevole sensazione addosso, qualcosa che diceva "ricordi perché non ti piacciono le sorprese?". Sfiga portami via. Ieri mattina mi sveglio e trovo un messaggio. Il sottofondo nella mia testa è stato un tuono, un unico singolo boato nello stile in cui si annunciava la Caccia Selvaggia. Era un sms di Mister X, il mago Casanova della mia vita. Torna dopo due mesi di totale silenzio (non ho contato i giorni... No, davvero) e con un sms telegrafico. Un sms dopo quello (scritto abbreviato e senza la minima traccia di punteggiatura, ma cosa abbiamo dodici anni?) va di nuovo via, libero come il foglio con gli sconti che ti lasciano sospeso nel buco della posta e portato via dal vento. Okay, non mi sono dimostrata né felice di sentirlo né interessata alla sua risposta (e a dirla tutta non ho ancora capito cosa provassi a riguardo, e in fondo ormai non importa) ma comunque gentile ed educata, però in quale universo torni dalla persona da cui sei andato via per una manciata di parole? Perché turbare lo stato delle cose se non hai intenzione di rimanere neanche per le solite due chiacchiere di rito tra persone civilizzate? Ero di nuovo me stessa, rassegnata sul fatto che mi ero sbagliata su di lui, su di noi, lo avevo accettato e messo in archivio (quello buio e polveroso dove non si sosta mai a lungo). E poi mi sveglio e trovo un suo sms. Perché?
Da lì apriti cielo. Sono stata di malumore tutto il giorno. La mia testa ha trascorso un'ora sotto le mani di una parrucchiera, cosa che non mi era mai successa, nemmeno quella volta che mi sono fatta tagliare la bellezza di cinque dita di capelli con tanto di acconciatura (mi sembra di ricordare che fosse la mia comunione o cresima, chissà). Dopo svariati tentativi dico "okay, vanno bene così", torno a casa e tolgo tutto senza ripensamenti. Soldi buttati nel cesso. E scusate il francesismo.
E quindi via tutto! In fondo era solo per un ricevimento di matrimonio. Ma la sfiga persiste: tavolo vicino agli amplificatori (con musica alquanto discutibile), salse pesanti al punto da coprire il sapore di salmoni o gamberetti, ricevimento all'aria aperta con l'umidità che mi teneva le tempie sotto torchio, i tacchi (che già odio di per sé) che sprofondavano nel prato, e buffet. Non ho niente contro i matrimoni, anche se ne ho un'idea tutta mia, ma ho molto contro i buffet: gente che spintona, che ti ruba il cibo, che prende con le mani oppure prende, mette nel suo piatto magari mischiando aceti con salse delicate, poi si accorge che non lo vuole e lo rimette dove lo ha trovato.
Ma poi che razza di vino era? Sospetto che ci abbiano messo dentro qualcosa perché dopo appena due bicchieri neanche pieni mi ritrovo improvvisamente con il cellulare in mano e sul display il testo di un sms. Non mi aspettavo un tuo sms, avevo inconsciamente scritto. Certo che non mi aspettavo un suo sms, ma non ha senso dirlo proprio a lui. E per fortuna mi sono fermata in tempo. Tremo al pensiero di quello che gli avrei scritto se avessi bevuto vodka, invece del vino. Ma come spesso accade, ho una canzone accanto a me che mi fa stare meglio.



A dire il vero io volevo solo stare bene
Fare a meno di vederti quando fuori piove
convincere i vicini a fare l'amore
stare alla larga dai finali a crepacuore
Non muovere un dito per restare insieme
godermi l'equilibrio finché tiene
A dire il vero io volevo solo stare bene
ricordarmi che sei bella una volta al mese


A dire il vero io volevo solo stare bene
preoccuparmi dei tuoi occhi quando mi conviene
guardare il cielo solo per le comete
trovare un senso a tutto come un buon prete
A dire il vero io volevo solo stare bene
sdraiarmi sulla terra finché scende il sole
sperando che anche gli altri abbiano trovato amore
nei viali deserti delle città vuote


E chilometri e chilometri
di scogliere e di discariche
di balconi affacciati sui binari e sugli svincoli
non chiediamo altro al mondo
che distruggerci e poi salvarci
prima che sia troppo tardi per
i farmaci e per le plastiche
questa voglia di superarsi
e di spingere e di spingere


A dire il vero io volevo solo stare bene
lavare per terra una volta al mese
e non spolverare i ripiani alti
di una libreria con i piedi scalzi
A dire il vero io volevo solo stare bene
piacere alla gente che ai prelievi sviene
le corsie d'emergenza non sono mai vuote
di donatori e grosse cilindrate

E chilometri e chilometri
di scogliere e di discariche
di balconi affacciati sui binari e sugli svincoli
non chiediamo altro al mondo
che distruggerci e poi salvarci
prima che sia troppo tardi per
i farmaci e per le plastiche
questa voglia di superarsi
e di spingere e di spingere

[Ministri, Spingere, album: Per un passato migliore, 2013]

martedì 25 giugno 2013

Cose belle

No, non sto scherzando. Io, la regina delle paranoie e del pessimismo, voglio scrivere una serie di cose che mi portano ad essere allegra (almeno tento). Anche perché troppi post qui parlano di Lui, Mister X. Lui, che un po' c'è e un po' è assente. Lui, che mi fa saltare i nervi in quattro salti in padella peggio dei cambi di Supernatural nel palinsesto della Rai. Un attimo parliamo di programmi futuri e un attimo dopo PUFF! scompare nel nulla. Sparito. Dissolto. DILEGUOSSI.

 
E non mi ha lasciato nessun oggetto di cristallo per consolazione.

Diamine, basta. Mi mancano persino gli epiteti, e sospetto sia a causa delle eccessive dosi di nicotina e tabacco... Comunque, cose belle. Belle... diciamo piacevoli svaghi.

1- Panino con le panelle. L'ho mangiato talmente in fretta da non aver avuto il tempo di fare una foto.

2- Lui.



Alexander Skarsgard, e non c'è niente da aggiungere. I miei ormoni fanno la Ola.

3- Il fumetto Nemi, della norvegese Lise Myhre. E non mi piace soltanto perché per molti versi ci somigliamo, quindi andate a vedere qualche immagine in questa pagina di Facebook: https://www.facebook.com/nempaginaitalianavol2
I believe in peace, bitch



4- Ho convertito con successo un amico alla musica dei Ministri. Somma giuoia et gaudio.

5- Il refrigerio di una buona birra fredda.

Superficiale, forse, ma di sicuro non ho mai preteso di essere sempre logica, razionale e saggia.
Ahahahahahahaha, illusi.

sabato 16 febbraio 2013

La colpa è della fatalità!

Pare proprio che per terminare la lettura di questo libro dovessi prendermi la febbre; di certo non posso che lanciarmi nelle mie amare conclusioni onde avvertire gente che, come me, si ritrova con l'insano pensiero di leggere questo "classico". Della serie "a volte tornano", con il sottotitolo implicito ed era meglio di no, il mio "angolo libro".
Il libro che ha popolato i miei incubi è Madame Bovary, di Gustave Flaubert.
Ho impiegato la bellezza di tre mesi per leggere un libro che neanche arriva a quattrocento pagine ed è un tempo indecente, se si considera che lessi la trilogia Millennium due volte di seguito in meno di due mesi. L'ultima volta che ci misi così tanto a finire un libro (rigorosamente non scolastico) si trattava di Mitzi, un romanzo di Delly (che manco a caso, sono tutti francesi); ma all'epoca era estate e avevo dodici anni. Sicché.
Che dire di questo romanzo? Le descrizioni dei luoghi, delle persone (da come sono vestiti pezzo per pezzo alle minuziose caratteristiche fisiche, passando per abitudini e carattere), dei pensieri, del tempo, di qualunque cosa vi venga in mente, sono talmente precise e accurate da dare la nausea, non c'è assolutamente nulla lasciato all'immaginazione del lettore. Ogni crepa su ogni muro, ogni acaro su un mobile, ogni piega di un vestito, ogni pianta in qualunque giardino del vicinato... è tutto descritto. Insomma, mi sono sentita una stalker.
Ma andiamo a vedere i due coniugi Bovary, che uno li guarda e pensa "Dio li fa e poi l'accoppia. Oppure li accoppa?". Il signor Carlo Bovary è sostanzialmente un idiota. Mi fa quasi tenerezza (quasi) e presto capirete il perché. Lui è un dottore sempliciotto che avrebbe fatto meglio a fare il contadino in una fattoria isolata da qualunque contatto con la società; è talmente buono e sprovveduto da sconfinare nella pura stupidità. Uno così con chi dovrebbe accoppiarsi? La prima moglie mente sul suo reddito (che in fondo l'aveva sposata perché i genitori lo convinsero che aveva denaro sufficiente) e muore; lui è così buono che, nonostante gli desse il tormento, gli dispiace. E tanto poi si consola subito innamorandosi della figlia di un suo paziente, la bella Emma. All' inizio tanto buona e pudica, la ragazza si crede innamorata, salvo poi capire (e questo praticamente nell'arco di tempo che va dalla cerimonia del matrimonio all'arrivo alla nuova casa, senza passare per il viaggio di nozze) che lei non lo ama affatto, anzi la annoia, le fa pure un certo ribrezzo. Lei sogna i grandi amori e le passioni sfrenate lette nei romanzi, ne sarà ossessionata per tutto il libro e non raggiungerà mai un minimo di soddisfazione, sempre alla ricerca di qualcosa di più grande (niente battute maliziose, vi prego).
Lei, la signora Bovary, è egoista, capricciosa, volubile, manca di sensibilità (persino con la figlia), di empatia e di tatto; quel poveretto la adora, si fa maltrattare e la ama imperturbabile, mentre lei lo indebita (senza la minima, lontana preoccupazione) per spassarsela con l'amante di turno: o Rodolfo, il classico Casanova affascinante, o con il romantico e mite Leone. Ma lei è così rompicoglioni che la mollano tutti. Tranne lui, il marito-zerbino.
Lei è talmente egoista che bisognerebbe inventare una parola per poterla descrivere con la dovuta forza.
L'ho davvero odiata. Ma mi va di fare qualche citazione:

Emma Bovary e il futuro amante Rodolfo:
-Tristi distrazioni, perché non vi si trova la felicità.
-Ma si può trovarla mai?- domandò lei.
-Sì, la si può incontrare, un giorno [...] la si incontra un giorno- ripeté Rodolfo -Un giorno, d'un tratto, e quando meno si sperava. Allora si aprono degli orizzonti, ed è come se una voce gridasse "eccola!". Si sente il bisogno di confidare a quella persona tutta la nostra vita, di darle tutto, di sacrificarle tutto! Non c'è bisogno di spiegarsi, ci si indovina. Ci si è intravisti nei sogni- e così dicendo la guardava -Finalmente, eccolo quel tesoro tanto cercato, eccolo davanti a noi: brilla, scintilla. Pure si dubita ancora, non si osa credere; si resta abbagliati come se si uscisse dalle tenebre alla luce.

Su questo pezzo ho da dire un paio di cose. Innanzitutto, mi faccio due grosse risate sul fatto che lui le dica che viene voglia di sacrificare tutto alla persona amata. Se ci pensate, è ironico che uno che dica così, che dica di amarla, poi sia anche uno che al primo traguardo la molla perché si crede giovane, e chi glielo fa fare di prendersi una tipa che è madre? Grande amore, eh!
Altra cosa, in questo pezzo (di un romantico che non si trova quasi mai nel romanzo) c'è tutto il concetto dell'ideale dell'amore. Per secoli ci hanno inculcato l'idea che il vero amore debba essere così: tutto rose e fiori, e trottolino-amoroso-e-dududù-dadadà, ti guardo e vedo l'universo, mi tocchi e sono sulle stelle, tu mi scrivi poemi in versi ed io ti mostro cos'ho sotto i vestiti. Ed è ancora un ideale largamente condiviso, spacciato per verità indissolubile. Secondo me è solo un modo per controllarci, un modo per farci sentire "sbagliate", delle "poco di buono". Ma tant'è che a molte non gliene frega più niente di 'sti pregiudizi della società.


Due foto, che mi annoia copiare.

Da notare quanto sia simpatica la signora con il suo amato... Mi si può perdonare di non saper fotografare

Alla fine: lei è indebitata fino al collo e anche più, tutti i suoi beni sono pignorati e l'esattore è alle porte, praticamente tutti le negano proroghe e prestiti, va a chiedere aiuto ad un procuratore e, indignata e oltraggiata, rifiuta di vendersi a lui, ma poi torna da Rodolfo (mentre in teoria sta ancora con Leone) e lui, mica cretino, non le crede quando gli dice di amarlo ancora, mentre lei non capisce quanto sia simile la proposta del procuratore con l'offrire se stessa all'ex.
A questo punto, cosa sceglie di fare la poverina? Dire finalmente al marito che sono sul lastrico? GIAMMAI! Si avvelena e sul letto di morte, mentre il signor Bovary si dispera, capisce -sorpresa sorpresa- che l'unico uomo che l'abbia davvero amata è quel disgraziato di suo marito.


Ma non è finita qui! Lei muore e lui quasi impazzisce dal dolore, continuando a dimostrare il suo livello intellettivo: pur essendo pieno di debiti, continua a pensare alle cose che sarebbero piaciute alla moglie, così le organizza un funerale costoso, si compra scarpe e cianfrusaglie costose, vende le sue cose e fa altri debiti. Cioè, lei è morta e sepolta e continua a rovinargli la vita.
D'ora in poi le barzellette sulle mogli che assillano i mariti anche dall'aldilà non mi faranno ridere mai più.

E per dare il colpo di grazia al mio già fragile interesse, Bovary trova la lettera con cui Rodolfo la lasciò e, UDITE UDITE, crede ancora che fossero solo dei cari amici. Passa il tempo, finalmente inizia ad indagare e trova le lettere d'amore sia di Leone che di Rodolfo. Il primo si era appena sposato, il secondo lo va a cercare. Il libro si conclude con una scena penosa: il cornuto e il cornificatore seduti allo stesso tavolo, bevono insieme e lui, dopo alcune riflessioni, confessa di non serbare rancore.
Cioè, non solo non ha capito niente dei tradimenti della moglie, ma lo perdona così, senza nemmeno dargli un pugno in faccia, senza nemmeno sputargli in un occhio o ricoprirlo di parolacce. E poi se ne esce con una frase che esprime al massimo la sua personalità: se sua moglie lo ha tradito, se lei si è avvelenata, la colpa è della fatalità.
No, dico và: LA COLPA E' DELLA FATALITA'.
Boh. Ditemi voi.

Pensavo di trovare un libro che descrivesse la vita di quel tempo in Francia, invece ho trovato... uhm, in effetti non lo so ancora cosa ci ho trovato. Se mi è venuta l'infelice idea di leggere questo romanzo la colpa è della fatalità.
Lascio questa sede con un appello: se capitasse qui qualcuno che ha letto Madame Bovary e che lo ha apprezzato, per favore spiegatemi perché vi è piaciuto. Voglio capire.
Se non ho capito è colpa della fatalità.