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lunedì 11 novembre 2019

Dove le cimici vanno a morire.

Nei venti giorni tra settembre e ottobre che ho trascorso in Veneto dal mio fidanzato tre cose mi saranno indelebili nei ricordi: le coccole, i dolori da ciclo che non si sono arresi neanche alle pillole e le cimici.
In quella zona ci sono cimici a bizzeffe e a quanto pare hanno scambiato l'appartamento per un limbo prima della finale dipartita. Ho trovato cadaveri rinsecchiti di cimici ovunque, in particolare sul pavimento del bagno e sul balcone (probabilmente troppo rincoglionite per trovare quel buco enorme sulla zanzariera che avrebbe permesso l'accesso in casa). Le ho viste spesso aggirarsi a mezz'aria, galleggiare come ubriachi alle cinque del mattino dopo una notte di bagordi; le ho viste sbattere contro la finestra della cucina (altra zona top per le bestiole in fin di vita) e ho assistito alla misera e indegna lotta per riconquistare la posizione sulle loro zampette. E mai che ci riuscissero: le ritrovavo dopo ore ancora sdraiati sulla schiena. Una pietà che non vi dico.
Io mi trovavo lì, nel posto dove le cimici vanno a morire, nel nordico fresco autunnale, mentre nella mia città vigeva ancora un certo tepore tale da permettere alla gente di andare a farsi il bagno al mare per poi farmi lievitare l'amaro in bocca mettendo foto sui social.
Insomma, io là con la felpa e gli stivali, loro in acqua col bikini. La mia Maledizione di Fine Estate (MFE) quest'anno si è evoluta. Ebbene sì, ogni anno mi colpisce questa sfiga puntualissima. La genesi risale ai miei primi cicli mestruali: ogni anno, che sia settembre o ottobre, il mio ciclo coincide con l'ultima settimana di caldo della stagione balneare. Alla fine di quei fatidici giorni, il primo giorno utile per farmi una nuotata in mare è un miraggio: quel giorno c'è sempre mal tempo e le temperature andranno sempre più calando fino ad arrivare all'inverno.




Il mio blog si è trasformato in una cimice negli ultimi sei mesi. Il mio ragazzo ad un certo punto ha suggerito di scrivere l'ultimo post per dire addio ma solo ipotizzarlo mi ha messo tristezza. L'ho messo da parte è vero, eppure non riesco ad abbandonarlo del tutto... leggo i blog altrui ogni tanto (mi ci vorrà un po' di tempo per rimettermi in pari), non ho più commentato, sono una lavativa.
Semplicemente, non riesco a decidermi di chiudere, mi sembra sbagliato: ci ho messo così tanto impegno negli anni, mi è stato d'aiuto più di quanto abbiano fatto certe persone in carne ed ossa, mi sono aperta qui come di rado faccio nel mondo reale, qui dentro ci sono io.
Qui sono davvero io. E di questo non posso fare a meno.

giovedì 7 marzo 2019

Run to you.

Manco da un po', il morale è stato abbastanza basso ultimamente ed è ancora in corso una lenta ripresa.
Sono stata dieci giorni in Veneto dal mio ragazzo e non ho perso tempo per deprimermi. Già sull'aereo, con la sensazione delle mie viscere sballottate dai cambi di pressione, avevo nelle orecchie le mie fidate cuffie rosse e una playlist di canzoni tristi. Durante il tragitto notturno aeroporto-casa la malinconia non poteva che circondarmi e ammantarmi, quasi una coccola invisibile nel buio.
Sin da quel momento, ho avuto idea per un post, che per la precisione sto scrivendo adesso: canzoni tristi, di quelle che fanno venire il magone, che stringono la gola, che fanno venire voglia di piangere. Per me, alcune canzoni di questo tipo sono le seguenti:





Lucio Battisti, Pensieri e parole.
In questo video c'è una breve intervista con spiegazione del testo della canzone, che io sapevo fosse stata scritta da Battisti insieme a Mogol e che la seconda voce raccontava di un fatto accaduto durante la giovinezza di Mogol.
"Davanti a me c'è un'altra vita
la nostra è già finita
e nuove notti e nuovi giorni
Cara, vai o torni con me
Davanti a te ci sono io
(dammi forza mio Dio)
o un altro uomo?
(chiedo adesso perdono)
e nuove notti e nuovi giorni
Cara, non odiami se puoi"



Dalida, Bang Bang.

Bella anche la cover precedente cantata da Milena Cantù (l'originale è di Sonny e Cher), la cui voce mi piace tantissimo ma Dalida è sempre un gradino sopra a tutte. La tristezza che esprime la voce di Dalida è tangibile, ferisce e brucia come i tagli provocati dai fogli di carta; tutta quella tristezza e malinconia sono cose che non si potrebbero recitare, non con tutta la sua intensità.
"Son passati gli anni e poi
noi ci siamo innamorati
Correvamo per i prati
Tu scherzavi insieme a me, bang bang
per ridere, bang bang
sparavi a me, bang bang
e vincerà, bang bang
chi al cuore colpirà.
Certo non scherzavi tu
quando mi sparavi al cuor
nel mirar non sbagliavi mai
prova a negare se tu vuoi
 Ora non mi ami più
ed ho sentito un colpo al cuore
quando mi hai detto che
non vuoi stare più con me
bang bang, e resto qui
bang bang, a piangere
bang bang, hai vinto tu
bang bang, il cuore non l'ho più"



Amy Winehouse, Back to black.

Un'altra donna a pezzi con un grande talento, il cui successo ancora una volta non è stato sufficiente per un'altra vita e la salvezza. Già appena uscita mi faceva effetto facendomi tremare il fiato.
"With his same old safe bet
Me and my head high
and my tears dry
Get on without my guy
You went back to to what you knew
So far removed from all that we went through
and I tread a troubled track
My odds are stacked
(...)
We only said goodbye with words
I died a hundred times
You go back to her
and I go back to black"

(Con la sua solita vecchia scommessa sicura/ Io e la mia testa alta/ e le mie lacrime asciutte/ Vado avanti senza il mio uomo/ Sei tornato a quello che conoscevi/ Così lontano da quello che abbiamo passato insieme/ E ho percorso una strada dissestata/ Le circostanze mi sono sfavorevoli (...) Ci siamo detti addio solo a parole/ Sono morta un centinaio di volte/ Tu sei tornato da lei/ e io torno in lutto).



Good Charlotte, S.O.S.

Adoro l'intero album The Chronicles of life and death dei Good Charlotte, è uno dei miei preferiti in assoluto e secondo me è il loro miglior album, dove viene fuori al meglio la capacità di Joel Madden di modulare la voce, di comunicare, di raccontare in note. Non è semplice riuscire a fare quello che hanno fatto i Good Charlotte con questo album, non è da tutti produrre canzoni con una base che potrebbe essere definita persino "allegra" e nel frattempo cantarci su un testo così cupo, non soltanto per una traccia (come questa) ma per quasi tutte. Davvero è un racconto di vita e di morte, di positivo e di negativo, di gioia e di tristezza. 
Insomma, conoscere i Good Charlotte solo per loro travestiti da cibo nel video di I just wanna live è molto, molto riduttivo, e un pochino ingiusto se devo dirla tutta.
"I've been stranded here and I'm miles away
making signals hoping they save me
I lock myself inside these walls
'cause out there I'm always wrong
I don't think I'm gonna make it
So while I'm sitting here
on the eve of my defeat
I write this letter and hope it saves me

Is anybody listening?
Can you hear me when I call?
Shooting signals in the air
'cause I need somebody's help
I can't make it on my own
So I'm givin up myself
I anybody listening?
...
I'm lost here
I can't make it on my own
I don't want to die alone
I'm so scare
drowing now
reaching out
Holding onto everything I love
crying out
dying now"

(Mi sono incagliato qui e sono miglia lontano/ facendo segnali e sperando che mi salvino/ Ho chiuso me stesso dentro queste mura/ perché là fuori sono sempre sbagliato/ Non penso di farcela/ Quindi mentre sto seduto qui/ alla vigilia della mia sconfitta/ scrivo questa lettera e spero che mi salvi/ Qualcuno sta ascoltando?/ Potete sentirmi quando chiamo? Lanciando segnali nell'aria/ perché ho bisogno dell'aiuto di qualcuno/ Non posso farcela da solo/ Mi sto arrendendo/ Qualcuno sta ascoltando?/.../ Sono perso qui/ Non posso farcela da solo/ Non voglio morire solo/ Sono così spaventato/ Annegando adesso/ protendendo/ Aggrappandomi ad ogni cosa che amo/ piangendo/ morendo)



Muse, Madness.

Mi basterebbe citare il minuto 4:08 e sarebbe già abbastanza; tutta la canzone è un lento progredire fino a quel magico momento catartico, quella specie di urlo liberatorio, quell'attimo di perfetta chiarezza che si prova di rado e che ci fa svoltare nella vita. Altro che pelle d'oca, le piume si arruffano.
"And I have finally seen the light
And I have finally realized
what you mean
And now I need to know if it's real love
or is it just madness
keeping us afloat
...
And I have finally realized
I need to love
Come to me
just in a dream
Come on and rescue me
Yes, I know, I can be wrong
Maybe I'm too head-strong"

(E adesso ho finalmente visto la luce/ e ho finalmente realizzato/ cosa significhi/ E adesso ho bisogno di sapere se è vero amore/ o è solo follia/ che ci tiene a galla/ .../ E ho finalmente realizzato/ ho bisogno di amare/ Vieni da me/ come in un sogno/ Vieni e salvami/ Sì, lo so, posso sbagliarmi/ Forse sono troppo testardo)




Massimo Ranieri, Perdere l'amore.

Non mi so spiegare il perché ma Ranieri a pelle non mi piace, mi infastidisce addirittura quando parla, eppure questa canzone cantata da lui mi da sempre i brividi, prevaricando il naturale quanto indefinito senso di antipatia che mi procura. Cantata da altri non ha la stessa forza, la stessa energia, anche se l'ho trovata piacevole quando una volta la cantò con Nina Zilli in televisione (o forse era "Mi sei scoppiata dentro il cuore", non ricordo bene).
"Perdere l'amore
quando si fa sera
quando sopra il viso
c'è una ruga che non c'era
Provi a ragionare
fai l'indifferente
fino a che ti accorgi
che non sei servito a niente
E vorresti urlare
soffocare il cielo
sbattere la testa mille volte contro il muro
respirare forte il suo cuscino
Dire è tutta colpa del destino
se non ti ho vicino
Perdere l'amore
Maledetta sera
che raccoglie i cocci di una vita immaginaria
Pensi che domani è un nuovo giorno
ma ripeti: non me l'aspettavo"



The Rasmus, Run to you.

Incredibile quanto rimangano impresse certe cose vissute, ascoltate, sentite, provate nell'adolescenza, anche a distanza di anni. Rimango sempre impressionata quando, come con questa canzone, passano anni (otto, per esempio) senza mai ascoltarla, la ritrovo all'improvviso e non solo mi ricordo ancora tutte le parole, ora che la mia memoria qualche volta fallisce, ma ricordo anche come mi sentivo allora, a cosa mi faceva pensare, a come certe volte mi stringesse alla gola. E in quanto a canzoni depressive, questo gruppo tra il 2003 e il 2008 (cioè il periodo in cui li ho seguiti, perché ci sono stati altri album sia prima che dopo) ne ha sfornate parecchie. Però mai, mai avrei immaginato di sentirla come una specie di colonna sonora di base, mentre saluto la persona amata, prima di partire da sola, sapendo di non poter rimanere con lui, almeno per un po' di tempo.
"Tomorrow's taking me away from you
like a jealous lover
Kiss me one last time
before I go down this broken road I follow
(...)
I will run to you
when my journey is over
Wait for me
Keep our love alive
I will dream of you
'till I reach the sun
then I'll turn around and run to you
I hate to see you cry
The way you look away
makes me wanna die"

(Il futuro mi sta portando lontano da te/ come un amante geloso/ Baciami un'ultima volta/ prima che io vada per questa strada rotta che sto seguendo/ .../ Correrò da te/ quando il mio viaggio sarà finito/ Aspettami/ Mantieni vivo il nostro amore/ Sognerò di te/ finché raggiungerò il sole/ allora mi volterò e correrò da te/ Odio vederti piangere/ Il modo in cui distogli lo sguardo/ mi fa morire)




 
Queste sono solo sette canzoni che mi fanno reidratare i bulbi oculari, sette è un numero che mi piace ma voi potete scrivermi nei commenti tutte le canzoni che ritenete opportune, se vi va di condividere un po' di tristezza. Quali sono le canzoni che vi commuovono spesso e volentieri?
Ogni tanto piace anche a me fare del buon cuttigghio 😉











(PS: in siciliano cuttigghio vuol dire sparlare, raccontarsi i fatti altrui; a me piace usarlo in senso ironico, non ho assolutamente intenzione di raccogliere informazioni da raccontare altrove né insultare in nessuna maniera: è un invito a chiacchierare)

sabato 3 novembre 2018

Stringere i denti.

Sono mesi che mi ripeto che bisogna stringere i denti. Così si fa, si stringono i denti e si va avanti con la stessa faccia da schiaffi di sempre, anche se gli schiaffi li ricevi ma non ne dai mai. O quasi mai, dai, non prendiamoci in giro.
Il 2018 ci ha preso decisamente gusto a prendermi a schiaffi.

Ad agosto avevo una brutta sensazione di disagio, di minaccia incombente e ancora una volta ci ho azzeccato più di quanto mi aspettassi. E la veggenza non aiuta.
Come se non bastasse che mia madre si sia dovuta operare, che il mio piede sia diventato uno spiedino, che le mie nonne e mio fratello siano stati male (ora stanno meglio), ad agosto ci calao l'aisso. Vale a dire che nella partita a briscola che è la mia vita, la vita ha deciso che a questa mano doveva metterci l'asso. Quindi è successo che mi sono incidentata. Anzi, scusate il francesismo: mi hanno inculato la macchina.
Il mio fidanzato dice che sono aggressiva alla guida, ma sono una automobilista responsabile. Certo non perfetta, ogni tanto sgarro con i limiti di velocità, però mi fermo sempre agli stop, do la precedenza il più delle volte (anche in casi in cui la precedenza è mia), mi fermo a far passare i pedoni anche senza le adeguate strisce, non parcheggio mai sulle strisce gialle o rosa, mai in doppia fila, in sosta vietata e neanche su mezzo centimetro di marciapiede. Poi succede che me ne sto ferma e tranquilla come mio dovere di automobilista rispettoso e una persona non abbastanza attenta ha beccato proprio il mio Cassonetto, come amorevolmente l'ho sempre chiamato.
Io quella macchina non la volevo, me ne piaceva un'altra blu metallizzato, un colore bellerrimo, ma ahimè l'avevano già venduta, e allora che palle il cassonetto grigio mi è toccato, quello o niente per il mio budget e i miei requisiti minimi. Certo non l'ho comprata con i miei soldi, ci hanno pensato i miei, però la considero la mia prima auto.
Questo rapporto di amore-odio è stato sbilanciato da questa avventura, alla fine della quale ho rischiato solo un'ulcera perché, credetemi, ho raccontato la storia con minuziosi dettagli non so quante volte a non so quante persone mandate dall'assicurazione.
Belli miei, vi dovete rassegnare: io ho ragione e voi torto. C'è il CID e un testimone oculare che non avevo mai visto prima e nonostante tutto mi hanno tartassata di tentativi di darmi la colpa. Beh, scusate un cazzo se proprio quel giorno stavo in quella determinata strada a quella determinata ora. Vi tocca pagare per la distrazione umana dell'ALTRO automobilista, non certo per la mia.
Sono arrivata al punto da non riuscire a dormire la notte per i pensieri.
Sono rimasta per due mesi senza macchina e quando il mio Cassonetto è tornato a casa l'ho abbracciato. Prima il sedile, poi non ancora soddisfatta ho abbracciato il volante (che ha risposto con un affettuoso colpo di clacson) e accarezzato il cruscotto. E subito mi sono tornate alla mente due puntate dei Simpson, una dove Homer abbraccia la tv e sussurra dolcemente "Non litighiamo mai più", nell'altra sono Bart e Lisa ad abbracciare la tv (non ricordo se sono due scene della stessa puntata o due diverse, in caso qualcuno lo sappia apprezzerei un commento a riguardo).





A settembre l'ennesima sorpresa: il mio fidanzato emigra in Padania per lavoro. Tanto fiera, orgogliosa e contenta per lui, purtroppo personalmente non la sto prendendo bene. Ancora non mi capacito. Non mi capacito di dover passare settimane senza vederlo e toccarlo, come non riesco ad accettare l'idea di lasciare un giorno la Sicilia, con amici e parenti annessi, e il paninaro di fiducia, le feste di quartiere, ect, non mi va proprio, ma se lo assumono a tempo indeterminato per un lavoro che gli piace, io cosa cazzo dovrei fare? L'unica alternativa accettabile è che anche io, un giorno, mi trasferisca.
Che schifo, manco nella fortuna trovo la gioia.
Avevo deciso qualche mese fa, dopo il commento di un lettore, di sforzarmi di essere meno negativa per attirare meno negatività.
Metto il tre di briscola e... il 2018 ci calao l'aisso, che culo!

lunedì 16 aprile 2018

Dopo il caos.

Febbraio è stato un mese breve ma tosto. Tosto, pesante e incredibilmente lungo. Avrei voluto scrivere due post al mese durante questo 2018, anche per recuperare un paio di anni piuttosto scarsi di scrittura, ma a quanto pare (parafrasando un po' la pubblicità) non mi piace vincere facile. Anzi, pare proprio che non mi piaccia vincere.
Non sono una persona logorroica e ciò vale anche per la scrittura; non riuscirei mai a scrivere e pubblicare un tot numero di post in sequenze ravvicinate. Magari prima riuscivo a sfornare qualcosa una volta a settimana, anche se non pubblicavo tutto, ma quei tempi ormai sono lontani. Fino a cinque-sei anni fa ero una persona molto più cupa, isolata e inquieta e scrivere mi scaricava dalle energie negative che mi logoravano. Ora scrivo più per piacere che per psicofarmaco, purtroppo non succede spesso di ritrovarmi a riempire la pagina bianca.
Insomma, volevo ritrovare la mia verve letteraria e invece questo febbraio mi ha travolta e ancora sono bloccata tra le sue spire, un po' come nei cartoni animati quando il personaggio si ritrova a fluttuare nella scia del profumo di una pietanza appetitosa.
Tutto è iniziato con la febbre alta, che mi dava nausea, vertigini, crisi di pianto incontrollato, tremori alle mani, sbalzi di temperatura tra l'artico e l'equatore e scarsa visibilità. E per impreziosire il tutto, la febbre è iniziata mentre ero a cena fuori con il mio Lui. Non una cena qualunque, tipo il kebabbaro il martedì sera, bensì a san Valentino in un ristorante raffinato con menù a base di pesce e vino bianco.
Che cavolo, per una volta che volevamo fare gli adulti inquadrati! Per dire, và: lui aveva messo la camicia, era elegantissimo mentre io, bianca come il piatto, avevo la nausea. Bello schifo.
Aneddoto carino: a fine pasto ho preso delle compresse e, come mi succede spesso quando sto molto male, il farmaco mi ha dato alla testa. Il risultato è stato molestare il mio Lui con una serie di note vocali alle tre di notte dove gli dedicavo pezzi della canzone Se bruciasse la città di Massimo Ranieri. Non potete capire quante risate si è fatto, mentre ero chiaramente SBALLATA.

Con ancora addosso gli strascichi di quei malori, mia madre "si è incidentata" finendo con il dover subire un intervento. Ho passato quasi una settimana in ospedale con lei ed è stata un'esperienza agghiacciante che mi ha procurato una crisi di pianto al giorno. La notte era inquietante e non riuscivo a dormire, mentre mia madre si godeva i farmaci. C'erano rumori strani provocati dall'impianto di aerazione e di riscaldamento, l'erogatore di ossigeno di una signora frusciava e gocciolava in una maniera tale che sembrava di avere qualcuno che camminava con i tacchi sul tetto e non si riusciva a capire da dove provenisse quel rumore. Come se ciò non fosse sufficiente ad impedire il sonno, c'era pure una vecchietta in stanza che parlava nel sonno. Mentre dormiva lei parlava a voce normale (che nel silenzio della notte pareva gridare), facendomi saltare in aria. Ad esempio "parlava"con suo figlio, che non era neanche presente, dicendo cose tipo "Peppe (nome di fantasia), statti fermo, droco, fermo! U vire, u vire! Ti l'avia rittu eo, statti fermo, u vire chi truppicasti. Ora t'arrangi!" . Oppure vedeva delle belle bambine e chiedeva di vederle più da vicino. Oppure indicava in quale cassetto si trovasse il prezzemolo. Cose così, tutta la notte. E quando finalmente si era stancata e stavo per addormentarmi, zac! Le infermiere entravano accendendo la luce e gridando buongiorno.
Per non so quante settimane successive, anche nel caldo accogliente del mio letto, mi svegliavo intorno alle tre e alle sei del mattino, orari in cui nella stanza di ospedale entravano gli infermieri.
Perseguitata.
Dopo il ritorno a casa, mia madre è ancora debilitata perciò tocca a me e a mia nonna occuparci della casa. In questi giorni ho stirato per la prima volta una camicia e devo ammettere che detesto stirare, quindi preferisco che a stirare ci pensi la forza di gravità dopo che li ho stesi.
Nel frattempo anche il mio Lui si è ammalato, lui che non si ammala mai; neanche gli antibiotici e l'aerosol hanno battuto quella brutta tosse, che probabilmente si era trovata bene nella sua gola perché ci è rimasta per tre settimane. Siccome non ci facciamo mancare mai nulla, ha ricevuto LA MAIL. La mail importante che aspettava da mesi è arrivata quando proprio non se la aspettava più. Sto parlando della mail dell'università che lo convocava per la sua laurea. Nei primi di marzo siamo quindi partiti alla volta di Roma per il suo gran giorno, con lui che ancora tossicchiava e io con il ciclo.

A sinistra Castel Sant'Angelo, a destra il Tevere, nel mezzo le bancarelle

Sarà che sono innamorata di Roma, ma anche con il cielo grigio è bellissima. Sono stati tre giorni faticosi ma molto belli ed ora non posso più chiamare il mio Lui con l'appellativo di Quasi-Ingegnere, o Ingegniero, o cose così: l'ho promosso all'appellativo ufficiale di Ingegnere Junior. Ovviamente a Roma abbiamo mangiato, ad esempio in un posto dall'arredamento discutibile (il cui bagno dorato era una miniatura di come mi immagino uno dei bagni di Arcore) e in una pizzeria carina abbiamo mangiato la pinsa circondati da romani (dopo essere stati esclusi il giorno prima perché il posto era tutto pieno e non avevamo prenotato). Abbiamo pernottato nello stesso albergo dell'anno scorso, ma in un piano diverso.

Attacchi di felicità alla vigilia della laurea

Mi sono mancati i comodini kitsch laccati di rosso, ma tutto era ben pulito e profumato, cosa che non posso proprio dire dell'albergo tre stelle dove abbiamo pernottato a Parma.
Sì, giacché eravamo in viaggio abbiamo voluto fare una visita a sorpresa alla mia adorata amica G. E non solo: abbiamo visitato anche Bologna (per la quale non provo nessun sentimento, non mi ha colpita; neanche la sua Feltrinelli mi ha fatta emozionare) e girato qualche città del Veneto (dove non ho visto Feltrinelli, mia tappa obbligata in ogni città dove passo, in compenso però ho trovato una libreria Libraccio ben fornita e Tiger, dove ho comprato degli oggetti colorati bellissimi che neanche mi servono).
A quanto pare era tutto troppo bello perché atterrare a Palermo è stato un incubo: pioggia, forte vento e nuvoloni scuri hanno fatto ballare e tremare l'aereo così tanto che nessuno parlava e ci si guardava straniti l'un l'altro; è stata così brutta la discesa che siamo tutti scoppiati ad applaudire quando l'aereo ancora correva e frenava sulla pista. I piloti sono stati bravissimi, viste le condizioni, e il sollievo di essere sani e salvi è stato grande. Da allora però sia io che il mio Ingegner Junior abbiamo avuto problemi di nausea e vertigini che ci hanno assillato per quasi un mese.

Gocce di pioggia pirotecniche

Insomma, è stato un mese e mezzo abbastanza complicato e difficile, fatto di male e di bene, dolceamaro. C'è stato sia dolore sia gioia. Ci sono state delle belle lezioni, ma alla lezione sull'uso dello strumento demoniaco noto come ferro da stiro, ne preferisco un'altra: non so se siano state le difficoltà e chi c'era effettivamente accanto a me, oppure sia stato per l'ennesimo colpo goffo in fatto di amicizie (capitolo tristemente lungo che finisce sempre con la scomparsa) ma sembra che io abbia imparato a lasciar scorrere senza attaccarsi, senza appiccicarmi addosso rabbia, risentimento, delusione o altri tipi di agitazione.
A volte si da ma non si riceve. Semplice, succede sempre. E sempre sono andata avanti.

Quindi, non mi rivolgi più la parola? STI CAZZI.
Parli male di me agli altri? STI CAZZI.
Quegli altri non mi vogliono più frequentare? STI CAZZI AL CUBO.
Non vuoi più uscire in mia compagnia? STI CAZZI.
Vuoi offrirmi la colazione al bar dopo tutto ciò? STI...amo appena mangiando un cupcake, che non ne prendiamo almeno tre?

Anche se si tratta della stessa persona? Sì. Ho scoperto che si può e la situazione non mi brucia. Okay, qualcosa mi brucia ancora ma è solo il dolorino che provoca lo strapparsi la crosticina da una vecchia ferita. Sbandiero l'inno delle ovvietà: tutti sbagliano, il passato non si può cambiare, ci si gode il sole finché c'è.
Non potete capire come mi sento zen in questi giorni! Certo, fa male pensare a quante belle amicizie ho visto rovinarsi senza neanche validi motivi, tuttavia ho accettato finalmente che le cose sono cambiate. Senza rancore. In pratica ho imparato a chiudere la porta lasciando un pezzo di soglia libero, un ingresso per far entrare solo eventi piacevoli, che sia una chiacchierata, una uscita, una telefonata. Ho scoperto il mondo tra l'essere veri Amici e i conoscenti.
Non so se questo possa essere chiamato "perdono". So solo che questa è una situazione nuova per me e mi sento più leggera.



Direi che non manca nulla in questo resoconto, nulla a parte tantissimi momenti stampati nella memoria, risate, biscotti, metro, treni nordici di inizio Novecento (che davvero hanno il coraggio di dire a noi siculi che siamo retrogradi, con quella schifezza di treno che ancora gira?), foto e momenti privati e non, dei quali temo che parlarne rovinerebbe la magia. Nel dubbio, li tengo per me.
Appena smetto di fare la casalinga disperata mi metterò a leggere i vari blog e magari anche quell'Oliver Twist abbandonato sul mio comodino da almeno due mesi.
Santa pazienza!

Per ora è tutto 😊

martedì 16 gennaio 2018

Virus, esci da questo corpo!

Da autunno ho preso ben ponderate precauzioni per non ammalarmi: ho ingerito compresse di vitamina C con succo di limone (che volete, noi siciliani mettiamo il limone ovunque e spremuto, mica solo grattugiato che così va sprecato) e in seguito con succo d'arancia, in aggiunta ho iniziato a indossare sotto la felpa una maglia della salute (quella di misto lana-cotone, con lo scollo a V ricamato, che tiene caldo senza pizzicare). Comunque niente, prima o poi l'influenza bastarda la prendo sempre, anche stavolta.
Una consolazione è che il mio Quasi-Ingegnere mi vuol baciare lo stesso. Io provo a spiegargli che non sta bene, non si fa, che rischia il contagio ma lui, Cuor Di Leone se ne frega. Del resto in due anni e qualche mese che stiamo insieme abbiamo condiviso una quantità astronomica di cose, però mai il virus dell'influenza. E' armato contro l'influenza pur vestendosi solo con una felpa e una maglietta estiva di cotone a maniche corte. Eppure, mentre grondo germi e liquidi poco salutari, mi bacia alla francese, mi abbraccia di continuo (sono di un bisognoso affettivo al limite del patologico in questi casi), una volta mi è pure scappato uno starnuto con cui l'ho sputacchiato in faccia, ciononostante niente. L'influenza la becco sempre e soltanto io.
Alcune delle poche cose che mi danno un poco di sollievo è stare mezza sdraiata sul divano perché in posizione verticale mi viene la nausea e in posizione orizzontale mi sento colma di muco e fatico a respirare, al buio perché la luce mi brucia gli occhi e il pc sulle gambe così contemporaneamente mi riscaldo ed evito di dormire venti ore al giorno. Una delle poche attività che posso svolgere senza lamenti e senza sofferenze è ascoltare a volume basso vecchie canzoni italiane. Quindi evviva De Andrè, Mina, Celentano, Dalida, Battisti, e via dicendo.
Sapeste quanto mi piace e mi fa stare bene Parole Parole, in una versione invertita mandata in onda dalla Rai dove Mina è la bugiarda leccaculo e affabulatrice mentre Celentano è quello che non vuole essere accalappiato o blandito dalle parole.
Su youtube questo video non c'è più ma lo TROVATE QUI.

Cari miei, anche da giovane Celentano era brutto come la fame a mezzanotte, ma che stile. E mi fa morire sempre dal ridere mentre canta CAAAARAMELLE, NON NE VOGLIO PIU'! e si mette a lanciare manate di caramelle prese dalla sua giacca per tutto lo studio televisivo. LE ROSE E I VIOLINI QUESTA SERA RACCONTALI A UN ALTRO! E via a lanciare un mazzo di rose che si sparpagliano in giro e un violino che fa un tonfo a terra. Poi vogliamo parlare del balletto che fa all'ultimo? Semplicemente esilarante, stupendo. Lo adoro.

Dopo questa, in genere passo a Storia d'amore, sempre di Celentano; praticamente è un romanzo breve con la musica. Celentano si rivolge ad un uomo per parlare di sua moglie, che era una donna di cui lui era innamorato. Questa donna "scherzava con tutti i ragazzi all'infuori di me. Perché, perché, perché... perché io le piacevo. Lei mi amava, mi odiava, mi amava, mi odiava, era pazza di me. Se non ero il suo ragazzo era colpa di lei. E per fami ingelosire quella notte lungo il mare è venuta con te. Ora tu vieni a chiedere a me tua moglie dov'è. Dovevi immaginarti che un giorno o l'altro sarebbe andata via da te. L'hai sposata sapendo che lei, sapendo che lei moriva per me. COI TUOI SOLDI HAI COMPRATO IL SUO CORPO, NON CERTO IL SUO CUOR!". E qui me lo immagino fargli il gesto dell'ombrello al massimo della gestualità, ma lo immagino io perché quella frase è davvero potente. Il resto ve lo potete ascoltare.


Dopo aver riso, cosa potrei fare? Ovviamente mi deprimo. E allora via, Dalida e le lacrime sono assicurate.


Quanta grazia, povera donna. E che voce!
Poi cerco di risollevarmi, nei limiti che mi concede il malanno. Però cado su Mina, e allora anche oggi mi rallegro domani.


Circa venti canzoni dopo prendo la ferma decisione di non deprimermi oltre, così passo a gruppi più recenti come i Wakey! Wakey! oppure alle canzoni più basic di Jamie Campbell Bower (dovreste sentirlo e anche guardarlo, è... adorabile), come anche Renan Luce (che mi ricorda sempre il mio viaggio a Parigi, in particolare quel bar alle quattro del mattino che aveva il veleno per topi sotto il divano).
Ma circa una dozzina di volte finisco per ascoltare la magia di questo gruppo di violoncellisti finlandesi, gli Apocalyptica. E finalmente la quiete.


Voi cosa ascoltate quando state male o volete rilassarvi o qualunque sia il motivo che vi fa scegliere ballads e acustiche minimal?

martedì 26 dicembre 2017

Jingle bells break.

Anche questo Natale è passato.
Non è certo nella lista delle mie feste preferite, non lo era neanche quand'ero piccola. L'ho sempre vissuta con ansia, vuoi perché libera dalla scuola volevo solo dormire e giocare, vuoi perché mia madre per cucinare si fa una settimana di gridare ordini e abbaiare per poi magicamente diventare una soffice dolcezza di donna quando arrivano gli ospiti, vuoi perché non ho mai ricevuto quello che chiedevo a Babbo Natale (non per niente in siciliano babbo vuol dire cretino).
Negli anni si è aggiunto il pensiero per quelli che non ci sono più... Nessun periodo dell'anno quanto questo mi fa pensare a mio zio con tanta angoscia sul petto. Ricordo continuamente che il protagonista a casa sua non era l'albero (piccolo e dignitoso in un angolo) ma il presepe enorme che preparava lui. C'erano tutti i personaggi possibili con gli attrezzi del mestiere: il mugnaio vicino al mulino, i pastori con pecore, oche, anatre, mi pare ci fossero pure i cigni, le lavandaie sul laghetto ed altro ancora. Aveva persino costruito una piccola cascata con della vera acqua che scendeva e gorgogliava.
E poi mi zio si occupava di tutta la carne per il pranzo o la cena, dall'allevamento alla cottura. Non sono mai stata molto carnivora, ma come cucinava lui la carne Cracco sei un nessuno.
Per non parlare di quando il sei gennaio, dopo la cena coi parenti, lui spariva all'improvviso e poi tornava vestito da befana, con le scarpe da ginnastica nuove di mio cugino perché lui, da agricoltore, non credo ne avesse. Metteva la parrucca grigia, una brutta maschera da vecchiaccia con tanto di bitorzoli e un enorme sacco di juta pieno di regali per noi piccoli.
E faceva battute, tante battute.
Caro zio, quante cose non ti ho detto. Chissà cosa pensavi di me...

Lo spirito natalizio non è mai stato in me, a quanto pare.
Quest'anno volevo essere più positiva, meno grinch, ma anche quest'anno non ci sono riuscita.
Prima mi sono depressa perché pensavo a parenti e amici mancanti. Poi ho pensato all'enorme fortuna di non averne persi altri.
Prima mi sono intristita pensando "Povera Nonna mia, tu così attiva e lavoratrice, ora stanca e in sedia a rotelle". Poi mi sono ripresa sapendo che questo Natale, dopo due anni chiusa in casa, finalmente sarebbe uscita, avrebbe mangiato a casa mia e avrebbe visto i cambiamenti che ci sono stati.
Prima mi tartassavo le scatole pensando ai regali che avrei dovuto comprare con un solo indizio: devi spendere tot per X, tot per Y, ect. Invece gli adulti hanno concordato che hanno l'agnuna chini (ogni superficie casalinga colma di roba) e quindi regali nisba, solo per i piccini minorenni.
All'ansia di fare l'aiuto cuoco sotto ordini sbraitanti non c'è stato scampo. Anzi è arrivata l'aggravante: la sera prima della vigilia mi è arrivato il ciclo stronzo e cattivo, quello che mi piega dal dolore e mi fa desiderare di dormire ininterrottamente per quattro giorni, quello che pure stare ferma in piedi mi sembra una impresa titanica. E nonostante questo mi è toccato pure uscire con gli amici, durante pranzi e cene portare ogni piatto ad ogni commensale (perché mettere i piatti a tavola e poi portarli via quando sono vuoti è ancora considerato "cose da femmine", quindi a mio fratello non è stato mai chiesto di alzare le sue regali terga, il suo solo compito è stato lo stappo del vino e dello spumante). Gli stereotipi mi stanno stretti, se poi sto male e devo pure fare avanti e indietro per millemila portate non chiedetemi perché ho lo sguardo alla Shining, è normale che mi sale il crimine prepotente.
Per fortuna ci pensa la Suocera a coccolarmi. Mi ha pure fatto una sciarpa di lana con le sue manine *_*

Ma non è stato il solo regalo natalizio. Visto che siamo a corto di idee, il mio Mezzo-Ingegnere ha pensato bene di farci come regali natalizi una coppia di fedine. I primi giorni mi faceva strano portarlo... mentre leggevo mi distraeva ogni tre righe, prima di dormire lo toglievo perché lasciava segni dolorosi, passavo la maggior parte del tempo a rigirarlo sull'anulare. Dopo una settimana posso dire di essermi abituata e oramai non lo tolgo più.

Quindi queste feste finora sono state una altalena continua tra stanchezza cronica e sorrisoni.
A Capodanno chissà, ma vi auguro il meglio.


giovedì 30 novembre 2017

Contraddizioni.

Questo è un blog personale. Un blog intimo, mio, un giornale di bordo dove scrivo di me e in particolare del mio mondo interiore. Vero è che uso un nickname, che non ho mai detto il nome della mia città e che non ci ho mai messo la faccia e mai penso che lo farò. Al massimo ho mostrato le mie mani, che mi piacciono abbastanza, e forse i piedi in un paio di occasioni in quasi sei anni di Adesso break! 
Oggi sento il bisogno di raccontare e di provare a spiegare. Abbiate pazienza, perché qualcosa mi ha scossa.


Per circa tre anni Adesso break! si chiamava in un altro modo. All'inizio non era neanche mio.
Mi spiego, era mio, l'idea di aprirlo è stata mia ma avevo chiesto ad un'amica di partecipare, usando il nome di una sua pagina facebook (che non esiste più da tempo) e proponendole una collaborazione alla pari. Avremmo entrambe scritto post su qualunque argomento ci venisse il capriccio di scrivere. Quel titolo avrei voluto tanto averlo pensato io, ero un po' invidiosa, e questo è il motivo per cui il mio indirizzo è "Pusher di sogni andati": mi piaceva, lei era d'accordo, voleva collaborare.
Come adolescenti pseudo depressi, pur avendo vent'anni circa, passavamo un periodo di sconforto nel quale avevamo l'impressione che i nostri sogni non si sarebbero mai realizzati, per quanto ci impegnassimo sembravano destinati a infrangersi, quindi tanto valeva regalarli a qualcun altro che magari quei sogni sarebbe riuscito a realizzarli oppure condividere lo scoraggiamento con altri proprietari di sogni infranti che non ci dicessero di stringere i denti e di andare avanti, persone che capissero che a volte la tristezza va vissuta, va subita e solo dopo la si può mettere da parte.
La mia amica scrisse un solo post prima di decidere che non faceva per lei, pur essendo una persona vanitosa che ama essere il centro dell'attenzione. Io, ai suoi diretti antipodi, così discreta, introversa, diffidente, riservata, sfiduciata, chiusa e sigillata, invece ho trovato il luogo più adatto dove sfogarmi e dove a poco a poco, negli anni, ho imparato ad aprirmi, a scongelare le mie difese. Questo blog è stato un validissimo strumento per imparare a schiudermi. Non sono diventata l'animatrice delle feste, ma almeno alle feste ci andavo e non facevo la tappezzeria.
All'inizio qui scrivevo per me, solo per me. Leggevo e seguivo già una decina di blog, ma non lasciavo mai commenti a nessuno. Non ero pronta. La scrittura e la lettura sono sempre state attività personali da condurre esclusivamente in privato. Non parlavo con i miei amici neanche dei libri che avevo letto, per darvi un'idea. Per anni i followers si contavano sulle dita di una mano; ora non è che ci sia una gran folla eh, ma sono molti di più di quelli che avevo immaginato ci sarebbero stati nel dicembre in quel 2011. Se volevo scrivere per avere migliaia di followers andavo a fare la stagista per Fabio Volo.
Ora leggo, commento quasi sempre e sono affezionata a molte persone "virtuali".
Ma, ecco, si tratta pur sempre di "persone virtuali". Sono stata sempre molto attenta a tenere i virtuali e i fisici in due mondi nettamente separati. Trovo ancora difficile, difficilissimo aprirmi con le persone, sto ancora imparando e non mi sento a mio agio nel mischiare le carte. Parlo con gli amici e scrivo ai followers, così sono tranquilla.
Tutti questi preamboli per dire alla fine che qualcuno ha saltato la barricata. Senza avvertire, senza chiedere permesso, all'improvviso ha fatto irruzione.
Il mio Quasi-Ingegnere ha preso una mia frase e l'ha cercata su google, ha trovato il post e ha riconosciuto la cornice degli eventi. Me l'ha detta una sera che eravamo a cena fuori, mentre scivolavo sul sedile dopo aver accartocciato la carta di un panino.
"Ho trovato il tuo blog" ha detto.
Sono diventata una statua di pietra e sono rimasta a fissare il vuoto per qualche secondo, intorpidita, incapace di reagire.
"Stai scherzando?"
Mi sono girata a guardarlo e sebbene il tono fosse piatto, si è messo subito in allarme.
"No. Ho cercato quella frase e ti ho trovata. Sei Adesso break! giusto?"
Sono rimasta zitta, ho sentito una nube di calore avvolgermi e mi sono sentita allontanare, chiudermi.
Si è subito scusato, ha detto che non ha resistito alla tentazione. Dice che scrivo bene ma che sembro diversa. Dice che gli piace come scrivo. Si è scusato tante volte.
Non so perché mi è così difficile arrabbiarmi con lui ma quella sera lo ero davvero e non sapevo come dimostrarglielo. Tuttavia non volevo ferirlo, ma questa sua intrusione mi ha fatto male. Gli ho ricordato che quando gli avevo parlato del blog gli avevo detto qual è il suo ruolo, la sua funzione per me. Gli avevo parlato della mia maniacale attenzione a non svelare troppo, a non dire troppo. Gli avevo detto che non ero pronta a condividerlo con lui. Parlarne era il massimo del livello di condivisione al quale sono momentaneamente pronta.
Ha detto che non mi cercherà più, neanche se io glielo chiederò, che gli dispiace troppo. Gli ho creduto e ho provato da subito ad archiviare l'accaduto.
Ad un certo punto devo avergli rivolto un brutto sguardo perché ho visto che ha fisicamente fatto un cenno di arretramento.
Non era certo la prima volta che mettevo a disagio una persona o che la facessi arretrare con un solo terribile sguardo (che esula dalla mia volontà, non so farlo a comando), ma era la prima volta che quello sguardo fosse diretto a lui e non è una reazione che vorresti innescare in una relazione amorosa.
Da allora ci ho pensato, riflettuto.
Non ha rispettato la mia privacy ma non mi ha mai fatto mancare il rispetto o la comprensione. Non pensava di farmi male, non lo voleva ma lo ha fatto. Non potevo impedire a me stessa di sentire quelle sensazioni, come non potevo negare che quella irruzione mi avesse ferita.
Gli dico quando parlo di lui, delle nostre uscite; gli ho anche letto qualcosa. Ma non pensavo che non bastasse.
Questo spazio è mio, lo gestisco io, lo riempio io come potrei anche svuotarlo. Sono affezionata a questo blog, ma di certo non lo amo quanto amo lui.
Che amaro dilemma, incazzarsi o non incazzarsi.

mercoledì 19 luglio 2017

Forestiera.

Non ci sono scuse per le mie assenze, semplicemente al blocco della blogger si è aggiunto un viaggio di tre giorni a Roma, in veste di accompagnatrice e portafortuna (come accade da circa un anno e mezzo) per i due esami universitari che il mio Mezzo-Ingegnere doveva svolgere, stavolta, proprio a Roma.

Devo ammettere che tutte le chiacchiere che sentivo su questa città così turistica e sdoganata mi sembravano eccessive: eh vabbè i millemila posti storici e i centurioni con cui farsi le foto, chiese e chiesette ogni cento metri, musei, mausolei, reperti storici però insomma, se la tira un po' troppo, pensavo. La città eterna invece è davvero immensa, artistica e quant'altro si dice di solito, non mi dilungo oltre (mica sono un dépliant!), la fama è piuttosto veritiera. Sono stata così bombardata di arte e storia, di impressioni e sensazioni, di riflessioni e pensieri che al mio ritorno mi sono sentita sopraffatta e satura per settimane. Penso che mi piacerebbe vivere lì, anche se temo che ogni notte sarei così colma di percezioni... Assuefarsi a tutto ciò non porterebbe niente di buono ma si può vivere nella costante meraviglia di ciò che ci circonda?
I romani a quanto pare possono, in un modo o nell'altro, e guadagnarci pure dei polpacci da paura. Oh, non ho visto una sola persona, che fosse giovane o anziana, casual o elegante, sottopeso o normopeso o sovrappeso, che non avesse dei polpacci invidiabili.



Non è possibile immaginare quanti ingressi ho intravisto come quello qui sopra, neanche in una sola via avrei potuto immaginarne tanti e anche più riccamente adornati. Un pochino megalomani sti romani... ma mi piacciono così.

 
Tre giorni di dure camminate per vedere quasi tutti i must, avvalorati anche dal fatto che essendo la prima domenica del mese molti musei statali e altre grandi opere erano a ingresso gratuito, mentre per le mostre private (come ci è stato detto all'Ara Pacis) l'ingresso era gratuito solo per i residenti a Roma. Abbiamo girato completamente gratis tutto Castel Sant'Angelo, dal mausoleo di Adriano fino alle stanze papali (per la bellezza di 5 ore).
Un'altra meta che ci è costata parecchie ore (sette!) e un bel gruzzolo di danari (16-18€ se non ricordo male) ma molta soddisfazione e allegria è stato il Bio parco, all'interno di Villa Borghese. Calma, non metterò ogni foto che ho fatto per ogni animale: mi è troppo scappata la mano sulla fotocamera del telefono.
Di una cosa voglio rendere partecipi, cioè che finalmente ho realizzato uno dei miei sogni: vedere i FENNEC, peccato solo che era primo pomeriggio e le soffici bestioline stavano dormendo (come i lemuri, che mannaggia vedere i lemuri era un altro mio sogno). Ora però posso sognare più in grande: tipo POSSEDERE UN BIOPARCO DI FENNEC.

 Tutte queste diverse rane sono piccine, nel mio palmo avrei potuto tenerne comodamente due o anche tre.
 
Abbiamo visitato bene o male anche Colosseo, mercati di Traiano, Fori Imperiali, Altare della Patria, Pantheon, Piazza della Minerva, Piazza di Spagna, Piazza Navona, Fontana di Trevi, Bocca della verità (è piccola, me l'aspettavo più imponente... del resto tutto a Roma mi è sembrato IMPONENTE), Campo de' Fiori con il suo mercato, Piazza Barberini, Piazza del popolo, Ara Pacis, Circo Massimo, una Feltrinelli e altri posti dei quali non so o non ricordo il nome. Di queste risparmio le foto, tanto su internet se ne trovano anche di meglio.
Ah, ho pure visto la facciata del palazzo dove ha vissuto Stendhal, direi logico avvistamento dopo aver visitato la sua tomba a Montmartre.



Tutto in tre giorni di scarpinate che mi sono costate anche un paio di scarpe che ho dovuto sostituire nelle prime ore del girovagare al secondo giorno; e non sapete che emozione aver comprato con gli sconti un paio di scarpe sportive a 11€ da Piazza Italia e poi girare per le vie con i negozi delle più grandi firme internazionali, dove una coppia di cantanti lirici hanno accalappiato la nostra attenzione per almeno mezz'ora.
E l'albergo pure! Mai avrei pensato di trovare con pochi soldi un posticino così elegante ma non pretenzioso, tranquillo ma centrale, con una vista spettacolare dalla sala colazione con il terrazzo all'aperto. Io che non faccio mai colazione, sono stata grata e serena nel bere il mio the giornaliero proprio di mattina, lì fuori. Un poco meno grata del gabbiano che mi fissava mentre mangiavo, che aspettava il nostro ritiro per avventarsi sugli eventuali resti. Comunque non mi lamento: ho visto e/o sentito gabbiani praticamente ovunque andassimo.




Risultato del viaggio? Millemila ricordi, due centinaia di foto, mal di piedi e tendinite, scarpe nuove e due esami in più in saccoccia.
Ci ritornerei senza pensarci.

Grazie amore di un Quasi-Ingegnere.


venerdì 12 maggio 2017

Difficoltà fantasma.

Un periodo un po' strano, questo.
Tutto intorno a me sembra difficile, ostile. Come il vento che percuote gli alberi, le case, o leggero attraversa le ossa del mio corpo; un po' tramontana, un po' tira lo scirocco, lo scirocco che accarezza sempre la mia terra. Una terra che amo profondamente e che a volte odio. Quando la odio poi mi sento in colpa. Mi dico che non è colpa della terra se il mondo intorno a me sembra piccolo, asfissiante, senza sbocchi, senza zucchero né sale.
Sono irrequieta ma sento terribilmente l'abulia. Non riesco più a fare nulla, non riesco a costruire niente. Ma quale costruire se non so neanche mantenere quello che in passato ho costruito?
Dove sono gli amici degli ultimi sette anni? Dove sono quelle persone che credevo avrebbero partecipato alla mia vita? Eppure sono qui, pochi chilometri ci dividono, però non li vedo, non li sento. Non sono capace. Io non li cerco e loro non cercano me.
Le giornate scorrono con incredibile velocità e non posso neanche tirare le somme perché non c'è niente da sommare. Mi sento vuota.
Poi vedo il mio ragazzo, lo abbraccio forte. Non sono affatto forte, ho delle braccia di ricotta, ma ci sono volte che lo stringo così forte da impedirgli di respirare. Quando me ne accorgo lo libero e lui ride, contento. Io mi spavento. In quell'abbraccio trovo pace, serenità, faccio pace col mondo, ritrovo le energie, la voglia di fare concretamente qualcosa, qualunque cosa. Lui ride, io pure, e dentro sprofondo. Non è giusto dargli tutto questo potere, tutte queste responsabilità. Il mio stato emotivo non può dipendere da lui come da nessun altro. Allora mi dico "Appena rientro a casa mi metto a fare qualcosa, DEVO fare qualcosa..." e faccio progetti, progetti che puntualmente sfumano, si perdono, si infrangono. Non ho mai voglia di fare niente, non ho energie né idee. Il vuoto.


Mando sempre meno curriculum, chiamo o scrivo sempre più di rado, leggo una pagina ogni due settimane, non ho progetti per il futuro, non so cosa voglio diventare, non ho ambizioni e tutto questo mi sta facendo diventare un fantasma.
Le difficoltà sono per la maggior parte nella mia testa.
Potrei tornare all'università ma la memoria mi è traditrice.
Potrei lavorare ma il posto non c'è e non so come crearmene uno. Non so neanche cosa cercare.
Potrei scrivere una di quelle storie che ho iniziato e mai completato, ma non ho idee e ogni frase che scrivo mi sembra banale, puerile, stupida, inutile.
Eppure esistono persone che fanno queste cose quotidianamente, una o anche tutte insieme. Persone che studiano, lavorano, scrivono e magari riescono pure a essere pubblicati. E io sono bloccata da difficoltà fantasma.
Non so neanche cosa sto scrivendo o perché. Io non posso essere di esempio per nessuno, ci sono molte persone più degne di essere un esempio, persone che hanno sofferto più di me e che hanno difficoltà più dure e crudeli delle mie e che ce la fanno; posso solo dire di stringere i denti perché è l'unica cosa che so fare.
So solo che è tardi e non ho voglia neanche di dormire.
Sono già spenta.

giovedì 29 dicembre 2016

Il Conte ed altri conti in sospeso.

Sono abile, che dico, abilissima a procrastinare.
Tipo che se ci fossero delle gare di procrastinazione non mi qualificherei neanche, perché ovviamente avrò procrastinato il momento di compilare il documento di partecipazione fino a quando (ops!) sarà scaduto il tempo massimo per le iscrizioni. True, sad story: sul sito della Virgin Radio qualche mese fa si poteva vincere un super cofanetto degli Iron Maiden semplicemente iscrivendosi al sito e rispondendo a qualche domanda. Ecco, un giorno mi sono detta "Basta! Nessun impegno mi deve più distrarre, nessuna pigrizia mi deve fermare stavolta", vado sul sito, mi iscrivo, leggo il regolamento e... boom! Il concorso era terminato la settimana prima. E ogni tanto penso ancora a quella fortunata persona che si è portata a casa gratis quel... super... meraviglioso... cofanetto degli Ir...
Scusate non ce la faccio (dove sono i dannati fazzoletti?!).
Sigh.



Qualche mese fa, ho finito di leggere il Conte di Montecristo (qui sopra nella mia splendida versione) e volevo scrivere un post tutto dedicato all'opera di Alexandre Dumas (padre, bisogna specificare; l'autore aveva un figlio, per chi non lo sapesse, non solo omonimo ma anche lui scrittore). Mi ritrovo qui così tanto tempo dopo aver procrastinato che ormai le sensazioni si sono affievolite, facendomi perdere la verve e l'entusiasmo derivato dall'aver finito un bel libro, perdendo nel frattempo anche il foglietto con gli appunti. Perciò sono scomparse le frasi che avevo estrapolato per citare e per condire il mio post sul coraggioso Edmond Dantès. Indi per cui, avendo ormai poco da dire, ho pensato di leggere qualche altro libro e raggruppare così le mie letture. Ma procediamo con ordine.

Edmond Dantès è un giovane marinaio, innamorato della bella catalana Mercédès, in vista di una gratificante promozione che, malgrado il suo carattere docile, buono e socievole, desta le antipatie e le invidie di alcune persone a lui vicine: il vicino di casa (un sarto) è Gaspard Caderousse e lo invidia per il denaro che riceverà dalla sua promozione a capitano, Fernand Mondego lo odia perché è innamorato della sua fidanzata, Danglars lo invidia per la promozione che Edmond ha ottenuto e a cui lui aspirava da tempo.
Fernand e Danglars, riuniti ad una tavola dove assiste anche un ubriachissimo Caderousse (e perciò poco in grado di intendere e di volere), escogitano un piano per liberarsi del nemico comune: scrivono una lettera e lo denunciano come bonapartista, cioè un partecipante al complotto mediante il quale far scappare Napoleone dall'Isola d'Elba, dove era stato esiliato, e farlo tornare al trono di Francia. La lettera arriva sino al magistrato e sostituto procuratore Gérard de Villefort, il quale, per sposare la figlia di un ricco marchese e salvare suo padre (che è un attivo bonapartista), decide di condannare Edmond alla prigionia nel Castello d'If per tutta la vita, nonostante sappia che Edmond è innocente. Senza neanche spiegarne le ragioni, durante la notte Edmond viene portato nell'isola della prigione e vi rimane chiuso, disperato e quasi annientato, per 14 anni.
In prigione Edmond conoscerà un altro prigioniero incarcerato a vita, che si trova come lui nei sotterranei e che lo salverà dalla sua decisione di morir di fame. L'abate Faria scavava dei tunnel sotterranei sperando di giungere al di fuori della fortezza, invece si ritrova nella cella di Edmond. Dopo le prime esitazioni, i due diventano più che amici, Edmond lo considera un padre, il vecchio gli insegna tutto ciò che sa su svariati argomenti, nel frattempo continuano a scavare tunnel per cercare la salvezza. L'abate però è anziano e malato, dopo un attacco muore. Nonostante il dolore, Edmond è abbastanza lucido da capire che l'abate è l'unico modo che ha per scappare incolume e senza causare la morte di alcuna guardia: si sostituisce al corpo del morto, progettando di scappare. Ciò che non sa è che i morti del Castello d'If non venivano sepolti, bensì gettati in mare. Lotterà con la zavorra che lo porta a fondo e con la tempesta fino a rifugiarsi su uno scoglio, dove verrà raccolto da una barca di passaggio. Da qui inizierà il suo viaggio che lo porterà ad arricchirsi grazie ad una leggenda fortunatamente vera (che Faria gli aveva raccontato con precisione) riguardo l'isola di Montecristo; ci vorranno decenni per farsi una cultura vastissima, diverse esperienze e per raccogliere tutte le informazioni sui suoi nemici. Infatti, come credo sia noto, l'intento di Edmond è di vendicarsi. E chi avrebbe potuto dargli torto? Era innocente, non aveva fatto del male a nessuno, eppure si era ritrovato intrappolato a vita in una minuscola cella sempre al buio, non sapendo i motivi della sua condanna, senza neanche essere informato della morte del padre, dovuta al dolore e alla miseria nella quale era caduto. Quindi, con le ricchezze, le conoscenze e le informazioni di cui era entrato in possesso, si vendicherà ad uno ad uno di tutti quelli che gli avevano rovinato la vita.
Ci sono davvero tanti personaggi, ognuno diverso per storia, indole, morale, estrazione sociale, intenti; alcuni sembrano "inutili", come se l'autore volesse solo raccontare molte storie all'interno della trama, invece in qualche modo ognuno di loro svolge un ruolo fondamentale per Edmond, facendolo arrivare ben oltre i suoi propositi. Libro lunghissimo (circa novecento pagine), all'inizio magari un po' lento, ma con determinazione si può leggere benissimo e restarne alla fine anche piacevolmente coinvolti.

Dopo tanta fatica, ho pensato di leggere un libro che avevo già letto tempo fa, di tutt'altro genere, e che mi ha portato di seguito a leggerne un altro dello stesso autore, due thriller. Lui è il tedesco Wulf Dorn e i libri sono La psichiatra e Follia profonda. Sarò breve, anche perché mi sono resa conto che ho scritto più di quello che avevo immaginato. La psichiatra si incentra sulla storia di Ellen, una psichiatra che si occupa di una paziente terribilmente traumatizzata, spaventata, sporca e picchiata, che blatera di un Uomo nero che la cerca e la troverà per farle del male e che se la prenderà anche con Ellen se cercherà di aiutarla. Ma Ellen non può fare a meno di aiutarla, facendosi trascinare sempre di più nel baratro, fino a farle dubitare di se stessa e di chi la circonda. La paziente non solo scompare dalla sua stanza nel reparto psichiatrico più controllato, ma nessun altro l'ha vista o ne ha sentito parlare, non esistono cartelle né tracce all'interno della sua stanza; come se non fosse sufficiente, Ellen inizia a ricevere telefonate minatorie dall'Uomo nero, che la costringe a cercarlo, a capire chi sia, se vuole salvare la sua paziente. A me è piaciuto molto, non avevo mai letto niente di simile; anche se avevo capito parte del finale già un centinaio di pagine prima, mi ha colta di sorpresa.
Follia profonda ha, come il precedente, una vena oscura, ansiogena e persecutoria: il concetto di base è lo stalking. Lo psichiatra Jan Forstner riceve delle lettere e in seguito delle telefonate da parte di una sconosciuta che dice di amarlo, gli spedisce disegni e rose come regali ed è convinta che lui ricambi questo sentimento (nei sogni di lei, Jan è colui che la ama e che la libererà dalla sua prigione mentale), ma stare insieme per loro è impossibile. Per il momento. Infatti lei ha un piano, dove l'eliminazione della fidanzata Carla è solo l'inizio.
Ricordo che la prima volta che lo lessi non mi fece dormire per alcune notti. Riflettiamoci: in qualsiasi luogo e circostanza, potenzialmente chiunque incontriamo nella nostra vita, qualunque sconosciuto senza volto e senza nome sullo sfondo indistinto della nostra esistenza, potrebbe avere delle serie turbe psicologiche, pur non mostrandone alcun segno in superficie. Questo soggetto ignoto X potrebbe vedere in noi qualcosa, qualcosa che lo faccia sentire legato a noi intimamente; potrebbe innamorarsi di quell'amore malato e immaginario, convincersi persino che un nostro sorriso casuale sia stato un segnale diretto proprio a lui, proprio a X, un modo per dirgli "So cosa provi, per me è lo stesso". Ditemi se tutto questo non è agghiacciante, oh.
Ecco, secondo me questo libro è agghiacciante e adrenalinico. Non mi dilungo troppo, ci sono troppe sorprese, troppe cose che fanno pensare in questo libro, che devo ammettere mi è piaciuto più del precedente.


Poi ovviamente, è tutto soggettivo, per cui se qualcuno volesse commentare in senso negativo questi libri è libero di farlo (purché spieghi le sue ragioni con civiltà e senza limitarsi a dire che fa schifo che non è piaciuto).

Tornerò chissà quando con altri libri e/o con altre storie.

sabato 19 dicembre 2015

Give me a reason.

Give me a reason to turn and run
Give me a reason to burn this house down
Give me a reason, I wish you would
I wish you would, wish you would

Give me a reason for a disaster
and I'll be happy ever after
Give me a reason, I wish you would


 

Soltanto poche parole, tanto per dire: sono viva, sono ancora qui. Solo che sono persa in un vortice di cose nuove e non ho ancora imparato a nuotarci.
Il tipo di cui ho parlato qui una volta mi sta cambiando, mi rendo conto di essermi "ammorbidita"... Certo, ci sono ancora piccole cose che mi mandano al manicomio (parcheggiatori abusivi, politica in generale, "a me mi", "andare in *nome città", birra analcolica, jeans coi risvoltini, pregiudizi, sentenze e via dicendo), ma mi ha smussato gli angoli. Piace a me e ai miei amici e stento ancora a credere alla mia fortuna. "Io" e "fortuna" nella stessa frase affermativa, incredibile. Eppure non mi ha mandata a fanculo neanche quando, un paio di settimane fa, mi ha teso un'imboscata dicendomi quelle due parole di complessive cinque lettere e io ho reagito come un coniglietto di fronte ai fari abbaglianti della jeep di un cacciatore. Non so se avete presente il telefilm One Tree Hill, quando Peyton dice finalmente a Lucas che lo ama e lui risponde "Ohu" prima di scappare. Ecco, io precisa.



I can only do so much
and of course it's never enough
I don't think that you see
exactly what you're doing to me
Don't speak...

lunedì 12 ottobre 2015

The Infernal Devices.

Più passa il tempo più mi rendo conto che non sono in grado di spiegare i motivi per cui mi sono innamorata tanto della trilogia urban-fantasy The Infernal Devices, di Cassandra Clare. Ho capito però il perché i fans la chiamano amorevolmente la sadica Cassie. Caspita, se sa essere crudele! Prima di parlarne e di lasciare qualche citazione, vorrei tranquillizzare coloro che hanno letto il post precedente: ho deciso che non decapiterò il mio amico con una katana per avermi prestato i libri, anche se una katana ce la vedrei proprio bene messa in mostra sopra quell'orribile divano bianco... A quanto pare in famiglia Cents il buon gusto scarseggia ovunque. Ma basta ciance, basta tergiversare.
La saga è ambientata in una grigia, nebbiosa ed inquinata Londra del 1878, in un mondo pieno di demoni da cacciare, mondani (cioè umani) inconsapevoli, branchi di lupi mannari, stregoni che non invecchiano e con bizzarri segni distintivi (ad es. occhi da gatto, pelle blu, corna di capra, mani artigliate e via dicendo), vampiri assetati di sangue coi complessi di superiorità e/o di onnipotenza, esseri fatati di vario genere e, infine, loro: i Nephilim, nati dalla leggenda secondo cui un angelo diede da bere il suo sangue ad un uomo che desiderava proteggere il mondo dalla distruzione demoniaca dando a lui, ai suoi seguaci e ai loro discendenti, diciamo una marcia in più (più forti, veloci e resistenti).
Will, Tessa e Jem. Trovo questo disegno bellerrimo! Preso da: phantomrin.deviantart.com/

Il luogo principale è l'Istituto, che fa da ambasciata, ufficio politico e da casa affidataria per ragazzi che hanno perso i genitori. Quello di Londra è diretto da Charlotte, che viene osteggiata nella sua posizione in quanto giovane donna, e da suo marito Henry, professione inventore pasticcione. Con loro vivono: Jessamine, che è stata allevata come una mondana e sogna di sposare un umano perché odia il mondo dei cacciatori; una cuoca di nome Aghata, la cameriera Sophie (che è stata sfregiata dal suo precedente datore di lavoro, immaginate il perché), il tuttofare Thomas e, dulcis in fundo, Will e Jem.
James "Jem" Carstairs è un ragazzo gracile, gentile, buono e molto malato, William "Will" Herondale un'arrogante, sarcastico e irriverente diciassettenne che dimostra cura e affetto soltanto a Jem. I due sono amici inseparabili, nonché parabatai, ossia due cacciatori che hanno fatto un patto legandosi uno all'altro, giurando di combattere insieme e di proteggersi a vicenda, diventando più che fratelli.
Disegno di Cassandra Jean.
Usando un linguaggio poco consono, quella di Will & Jem è una "bromance" a tutti gli effetti. Non è il classico romanticismo, ma è decisamente una relazione d'amore, un'amicizia così profonda che niente può spezzare, né il caratteraccio di Will né l'amore per la stessa ragazza (la introduco dopo, per ora vorrei concludere questa riflessione). Jem non sospetta mai niente, come all'inizio neanche Will si accorge dei sentimenti dell'amico per lei, ma quando Will scopre che Jem è innamorato di Tessa giura a se stesso di negare ai propri sentimenti di emergere, che mai avrebbe fatto qualcosa per averla o per dispiacerlo in alcun modo, mai, neanche dopo che Jem sarà morto. Will sa che non sarebbe mai stato felice se fosse stato la causa dell'infelicità di Jem. Anche se Jem è molto malato e morirà entro pochi mesi o un paio d'anni, Will rinuncia ad una vita piena di amore pur di dare a Jem anche un solo giorno felice.
Quanti lo avrebbero fatto di questi tempi? Certo ci piace pensare che lo faremmo, magari ci crediamo pure, ma alla fine dei conti rinunciare alla felicità è complicato, difficile e non tutti ci riescono.
Jem e Will farebbero letteralmente di tutto l'uno per l'altro e si amano al di là di ogni possibile difetto o azione, eppure la lettura non risulta mai stucchevole o troppo zuccherosa, ha un tono molto realistico. Così realistico che persino una cinica disillusa come me ci ha creduto, ci ha sperato, ci ha messo il proprio cuore gelido e impietrito divenuto in questi tre libri tiepido e palpitante.

Disegno di Cassandra Jean, il suo sito è qui: cassandrajp.tumblr.com
Will sulla malattia di Jem (chiedo scusa, ho dimenticato di segnarmi le pagine, ho copiato solo i testi):
C'erano volte, nei momenti peggiori della malattia, che il colore gli defluiva perfino dagli occhi, lasciandoli orribilmente sbiaditi, quasi bianchi, con la pupilla nel mezzo come una macchia di cenere sulla neve. C'erano volte in cui Jem delirava. Will l'aveva tenuto fermo mentre si dimenava e gridava in un'altra lingua con gli occhi rovesciati, e ogni volta che succedeva Will credeva che fosse finita, che quella volta Jem sarebbe morto per davvero. Allora gli capitava di pensare a cosa avrebbe fatto dopo, ma non riusciva a immaginarlo più di quanto non riuscisse a rievocare e a rammentare la propria vita prima del suo ingresso nell'Istituto. E nemmeno riusciva a sopportare di pensarci troppo a lungo. Ma poi c'erano altre volte, come in quel momento, in cui guardava l'amico e non scorgeva in lui tracce della malattia, e si chiedeva come sarebbe stato un mondo in cui Jem non fosse stato in pericolo di vita. E non sopportava di pensare neppure a quello. Era come uno spazio terribilmente nero dentro di lui da cui emanava paura, una cupa voce che poteva zittire solo con la rabbia, il rischio e il dolore.

Jem, disegnato sempre da Cassandra Jean.

Già alla fine del prologo avevo una cotta per Will, ma con un bizzarro scambio di battute pochi capitoli dopo mi sono innamorata di lui e avevo già capito che questo germoglio d'amore era destinato a crescere. E infatti così è stato.
Durante un'indagine all'interno di un edificio sospetto, Will entra in una stanza dove trova una ragazza, Tessa Gray, segregata e torturata. La ragazza, che credeva di essere una mondana, aveva lasciato New York per raggiungere il fratello Nate a Londra, ma al suo arrivo viene portata via da due streghe che con la tortura le mostrano ciò che è in grado di fare realmente: prendere un oggetto e trasformarsi completamente nella persona che l'ha posseduto. Quando Tessa sente aprirsi la porta decide di reagire, afferra una brocca e la cala sulla testa dell'intruso, scoprendo che non era una strega ma un ragazzo. Il loro primo dialogo è come molti altri: vivace e dinamico, con uno sprazzo di follia, come nella citazione che segue (mentre i due scappano nelle cantine dell'edificio)

-Per l'Angelo, sembra il nono girone dell'Inferno qui sotto!- esclamò Will.
-Il nono girone dell'Inferno è freddo- lo corresse lei meccanicamente.
-Come dite?
-Nell'Inferno di Dante... il nono girone dell'Inferno è freddo- spiegò Tessa -e ricoperto di ghiaccio.
Will la fissò per un altro lungo istante, con gli angoli della bocca contratti (...) -Quanto alla temperatura dell'Inferno, signorina Gray, lasciate che vi dia un consiglio: il bel giovanotto che sta cercando di salvarvi da un destino spaventoso non sbaglia mai. Nemmeno se dice che il cielo è viola e fatto di porcospini.

Tessa, disegno ancora di Cassandra Jean.

Ecco, io già qui amavo Will. Dall'arrivo di Tessa all'Istituto inizia la storia: per qualche motivo un individuo che si fa chiamare Magister ha bisogno delle capacità uniche di Tessa per il suo piano, che consiste nella distruzione totale dei Nephilim. Per farlo, costruisce delle creature meccaniche umanoidi. Quando trovano una di queste creature la cosa dice:

Attenti Nephilim! Come voi uccidete gli altri, così sarete uccisi. Il vostro angelo non potrà proteggervi da ciò che non è opera né di Dio né del Diavolo, da un esercito che non è stato generato né dal Paradiso né dall'Inferno. Attenti alla mano dell'uomo!

Quando trovano la creatura, essa è immobile e i ragazzi pensano che sia morta...
Will: Beh, non reagisce alle mie avance perciò deve essere davvero morta.
Jem: Oppure ha buon gusto e buon senso.
Sophie e Cecily, sorella di Will, la cui improvvisa apparizione sconvolge non poco Will. Disegno di Cassandra Jean.
In tre libri ci sono tanti piccoli momenti carini o divertenti (come le storie di Will sulla sifilide demoniaca, di cui nessuno crede nell'esistenza), pieni di leggerezza e sorrisi, che bilanciano bene l'amaro di molte tragedie. Ci sono molti momenti difficili, come alcune morti, la scoperta di tradimenti, intrighi politici, sapere nel primo libro (L'Angelo) le cause della malattia di Jem (che lo costringono ad usare droga demoniaca perché senza morirebbe in pochi giorni, ma che lo uccide comunque lentamente), nel secondo libro (Il Principe) si scopre della maledizione che affligge Will e sempre qui, Will è così disperato da fare qualcosa che per la prima volta fa perdere le staffe a quel santo di Jem e gli chiede scusa in maniera così maldestra e disperata da spezzare il cuore, nel terzo libro (La Principessa) la verità sull'esistenza di Tessa. Un vortice di emozioni forti.
Non voglio dire altro, temo mie reazioni e di rivelare troppo a chi, magari, vuole leggerlo o non ha ancora finito di leggere. Perciò lascio solo qualche altra citazione, di quelle che per me hanno avuto molto peso, e qualche breve spiegazione, dove possibile, per dare almeno un'inquadrata superficiale alla scena.
Indovinate? Ancora Cassandra Jean, stavolta Henry e Charlotte. Si nota che mi piacciono i suoi disegni?

Citazioni da L'Angelo
(Tessa, mentre era rinchiusa)
Se in tutto il mondo non c'è nessuno a cui importa di te, esisti davvero?


(Tessa e Will che parlano di Thomas, il tuttofare)
-Magari è innamorato di Agatha.
-Spero di no. Agatha voglio sposarla io. Avrà pure un migliaio di anni, ma prepara una crostata impareggiabile. La bellezza svanisce, ma l'arte culinaria è eterna.


(Tessa a Will) Bisogna sempre essere prudenti con i libri e con ciò che contengono. Perché le parole hanno il potere di cambiarci.


(Will a Tessa) A volte nell'assurdo c'è molto senso, a volerlo cercare.


(Will e Jem aiutano Tessa a immedesimarsi nelle sembianze di una vampira, Camille, e potersi imbucare a casa di De Quincey, vampiro a capo di Londra, che organizza "serate con delitto" di umani e il gruppo di Nephilim sarà là in attesa, per catturare o uccidere tutti i coinvolti.)
(Will) -Camille cammina con delicatezza, come un fauno nei boschi. Non come un'anatra.
(Tessa) -Io non cammino come un'anatra.
-Mi piacciono le anatre- osservò Jem con diplomazia -Soprattutto quelle di Hyde Park (...) Ricordi quando hai provato a convincermi a dare da mangiare un pasticcio di volatili ai germani reali del parco per vedere se riuscivi ad allevare una razza di anatre cannibali?
-E loro l'hanno mangiato- rammentò Will -Piccole bestie assetate di sangue. Mai fidarsi di un'anatra.


(Durante la lotta con De Quincey, Will lo morde)
-Morirai per questo, Nephilim.
Will allargò le braccia. In ginocchio, con un sorriso da demone, il sangue che gli gocciolava dalla bocca, sembrava anch'egli a malapena umano. -Vieni a prendermi.
I fratelli Gideon e Gabriel Lightwood.
Citazioni da Il Principe
(Tessa e Will parlano di altri due ragazzi presenti nella storia, i cui disegni sono qui sopra)
-Gideon e Gabriel sono piuttosto attraenti. Per niente orribili.
-Parlavo dei recessi delle loro anime, neri come la pece- ribatté Will, in tono sepolcrale.
Tessa sbuffò -E di che colore presumi che siano i recessi della tua anima, Will Herondale?
-Color malva.


(Will riguardo i suoi sentimenti per Tessa)
A volte si chiedeva se facesse certe cose soltanto per mettersi alla prova, per vedere se i suoi sentimenti fossero spariti. Ma non lo erano. Quando la vedeva, voleva stare con lei; quando stava con lei, desiderava ardentemente toccarla; quando le toccava anche solo la mano, voleva abbracciarla. Voleva sentirla contro di sé com'era accaduto nella soffitta. Voleva conoscere il sapore della sua pelle e l'odore dei suoi capelli. Voleva farla ridere. Voleva stare seduto e ascoltarla parlare di libri fino a stordirsi. Ma erano tutte cose che non poteva volere, perché non poteva averle, e volere ciò che non si può avere conduce all'infelicità e alla follia.


(Tessa, durante un sogno, vede sua zia Harriet, che è morta prima che lei partisse per Londra)
Bugie e segreti, Tessa, sono come un cancro dell'anima. Corrodono ciò che è buono e si lasciano alle spalle solo distruzione.


(Will e Tessa parlano e Tessa gli confida che sa che lui ha preso e letto le lettere che lei aveva scritto mentre era prigioniera e che pensava fosse stata Charlotte ad avergliele date)
Will: Non l'ha fatto. Le ho tirate fuori dal fuoco e le ho lette tutte. Ogni parola che hai scritto. Io e te siamo uguali. Viviamo e respiriamo parole. Sono stati i libri a impedirmi di togliermi la vita dopo aver capito che non avrei mai potuto amare ed essere riamato da nessuno. Sono stati i libri a farmi sentire che forse non ero completamente solo. Erano capaci di essere onesti con me, e io con loro. Leggendo ciò che hai scritto, -come a volte ti sentivi sola e spaurita, ma sempre piena di coraggio, il modo in cui vedevi il mondo, i suoi colori, la sua trama e i suoi suoni- sentivo cosa pensavi, speravi, sognavi. Mi sembrava di pensare, sperare, sognare con te. Sognavo ciò che sognavi tu, volevo ciò che volevi tu... e poi mi sono reso conto che in realtà volevo solo te. La ragazza dietro le lettere scarabocchiate. Ti ho amato dal momento in cui le ho lette. Ti amo ancora.


Citazioni da La Principessa
Will: Credevo che perfino un idiota patentato come il nostro Gabriel, qui presente, se ne sarebbe accorto e ne avrebbe parlato a qualcuno. (...)
Gabriel: Io non sono un idiota patentato
Will: La mancanza di un attestato non è certo una prova di intelligenza.


-Non mi credi in grado di combattere, soltanto perché sono una ragazza- Tessa si ritrasse sostenendo il suo sguardo argenteo.
-Non ti credo in grado di combattere perché indossi un abito da sposa- replicò Jem -E, per quanto possa valere, credo che neppure Will sarebbe in grado di combattere con quell'abito indosso.
-Forse no- disse il parabatai, che aveva un udito da pipistrello -Però sarei una sposa radiosa.


(Woolsey Scott, un licantropo, capisce che Tessa è innamorata sia di Jem che di Will)
La maggior parte delle persone è già fortunata ad avere un grande amore nella propria vita. Voi ne avete trovati due.


(Magnus, uno stregone che ha già aiutato Will, gli dice, mentre Jem è a letto, morente, lì accanto)
Ti sei rivolto a me per la mia saggezza, come a qualcuno che ha vissuto molte vite e seppellito molti amori. Posso dirti che la fine di una vita è la somma dell'amore che vi è stato vissuto, che qualsiasi giuramento pensi di aver fatto, essere qui alla fine della vita di Jem non è ciò che conta. Lo è stato essere qui in ogni altro momento. Da quando lo hai incontrato, non l'hai mai lasciato e non hai mai cessato di amarlo. Questo è ciò che conta.

(Will) "Jem è il mio grande peccato" aveva detto a Magnus, e quella, adesso, era la punizione. Aveva pensato che perdere Tessa fosse la sua penitenza; non aveva pensato a come si sarebbe sentito nel momento in cui li avesse persi entrambi.
(Jem) -Will... per tutti questi anni ho provato a darti ciò che non potevi dare a te stesso.
Le mani di Will si serrarono su quelle dell'amico, che erano sottili come un fascio di ramoscelli -E cioè?
-La fede- rispose Jem -Perché eri migliore di quanto ti reputavi. L'indulgenza, perché non bisogna sempre punire se stessi. Ti ho sempre amato, Will, qualunque cosa facessi. E adesso ho bisogno che tu faccia per me quello che non posso fare da solo. Che tu sia i miei occhi quando io non li avrò. Che tu sia le mie mani quando non potrò usare le mie. Che tu sia il mio cuore quando il mio avrà cessato di battere.
(...) Will, mi fido di te al di sopra di ogni cosa, e credo in te al di sopra di ogni cosa, sicuro che, come sempre, il tuo cuore è unito al mio anche in questa circostanza. Wo men shi jie bai xiong di... siamo più che fratelli, Will. Intraprendi questo viaggio, e intraprendilo non solo per te, ma per entrambi.

E alla fine, chiudo con la citazione di una delle più belle cose romantiche che abbia mai letto (figuriamoci sentito!) e non dico chi sono i due implicati, non mi sembra molto importante il "chi":
Le dita di lui percorsero il contorno della sua bocca -Per questo mi sarei fatto dannare per l'eternità. Per questo avrei rinunciato a tutto.