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giovedì 7 marzo 2019

Run to you.

Manco da un po', il morale è stato abbastanza basso ultimamente ed è ancora in corso una lenta ripresa.
Sono stata dieci giorni in Veneto dal mio ragazzo e non ho perso tempo per deprimermi. Già sull'aereo, con la sensazione delle mie viscere sballottate dai cambi di pressione, avevo nelle orecchie le mie fidate cuffie rosse e una playlist di canzoni tristi. Durante il tragitto notturno aeroporto-casa la malinconia non poteva che circondarmi e ammantarmi, quasi una coccola invisibile nel buio.
Sin da quel momento, ho avuto idea per un post, che per la precisione sto scrivendo adesso: canzoni tristi, di quelle che fanno venire il magone, che stringono la gola, che fanno venire voglia di piangere. Per me, alcune canzoni di questo tipo sono le seguenti:





Lucio Battisti, Pensieri e parole.
In questo video c'è una breve intervista con spiegazione del testo della canzone, che io sapevo fosse stata scritta da Battisti insieme a Mogol e che la seconda voce raccontava di un fatto accaduto durante la giovinezza di Mogol.
"Davanti a me c'è un'altra vita
la nostra è già finita
e nuove notti e nuovi giorni
Cara, vai o torni con me
Davanti a te ci sono io
(dammi forza mio Dio)
o un altro uomo?
(chiedo adesso perdono)
e nuove notti e nuovi giorni
Cara, non odiami se puoi"



Dalida, Bang Bang.

Bella anche la cover precedente cantata da Milena Cantù (l'originale è di Sonny e Cher), la cui voce mi piace tantissimo ma Dalida è sempre un gradino sopra a tutte. La tristezza che esprime la voce di Dalida è tangibile, ferisce e brucia come i tagli provocati dai fogli di carta; tutta quella tristezza e malinconia sono cose che non si potrebbero recitare, non con tutta la sua intensità.
"Son passati gli anni e poi
noi ci siamo innamorati
Correvamo per i prati
Tu scherzavi insieme a me, bang bang
per ridere, bang bang
sparavi a me, bang bang
e vincerà, bang bang
chi al cuore colpirà.
Certo non scherzavi tu
quando mi sparavi al cuor
nel mirar non sbagliavi mai
prova a negare se tu vuoi
 Ora non mi ami più
ed ho sentito un colpo al cuore
quando mi hai detto che
non vuoi stare più con me
bang bang, e resto qui
bang bang, a piangere
bang bang, hai vinto tu
bang bang, il cuore non l'ho più"



Amy Winehouse, Back to black.

Un'altra donna a pezzi con un grande talento, il cui successo ancora una volta non è stato sufficiente per un'altra vita e la salvezza. Già appena uscita mi faceva effetto facendomi tremare il fiato.
"With his same old safe bet
Me and my head high
and my tears dry
Get on without my guy
You went back to to what you knew
So far removed from all that we went through
and I tread a troubled track
My odds are stacked
(...)
We only said goodbye with words
I died a hundred times
You go back to her
and I go back to black"

(Con la sua solita vecchia scommessa sicura/ Io e la mia testa alta/ e le mie lacrime asciutte/ Vado avanti senza il mio uomo/ Sei tornato a quello che conoscevi/ Così lontano da quello che abbiamo passato insieme/ E ho percorso una strada dissestata/ Le circostanze mi sono sfavorevoli (...) Ci siamo detti addio solo a parole/ Sono morta un centinaio di volte/ Tu sei tornato da lei/ e io torno in lutto).



Good Charlotte, S.O.S.

Adoro l'intero album The Chronicles of life and death dei Good Charlotte, è uno dei miei preferiti in assoluto e secondo me è il loro miglior album, dove viene fuori al meglio la capacità di Joel Madden di modulare la voce, di comunicare, di raccontare in note. Non è semplice riuscire a fare quello che hanno fatto i Good Charlotte con questo album, non è da tutti produrre canzoni con una base che potrebbe essere definita persino "allegra" e nel frattempo cantarci su un testo così cupo, non soltanto per una traccia (come questa) ma per quasi tutte. Davvero è un racconto di vita e di morte, di positivo e di negativo, di gioia e di tristezza. 
Insomma, conoscere i Good Charlotte solo per loro travestiti da cibo nel video di I just wanna live è molto, molto riduttivo, e un pochino ingiusto se devo dirla tutta.
"I've been stranded here and I'm miles away
making signals hoping they save me
I lock myself inside these walls
'cause out there I'm always wrong
I don't think I'm gonna make it
So while I'm sitting here
on the eve of my defeat
I write this letter and hope it saves me

Is anybody listening?
Can you hear me when I call?
Shooting signals in the air
'cause I need somebody's help
I can't make it on my own
So I'm givin up myself
I anybody listening?
...
I'm lost here
I can't make it on my own
I don't want to die alone
I'm so scare
drowing now
reaching out
Holding onto everything I love
crying out
dying now"

(Mi sono incagliato qui e sono miglia lontano/ facendo segnali e sperando che mi salvino/ Ho chiuso me stesso dentro queste mura/ perché là fuori sono sempre sbagliato/ Non penso di farcela/ Quindi mentre sto seduto qui/ alla vigilia della mia sconfitta/ scrivo questa lettera e spero che mi salvi/ Qualcuno sta ascoltando?/ Potete sentirmi quando chiamo? Lanciando segnali nell'aria/ perché ho bisogno dell'aiuto di qualcuno/ Non posso farcela da solo/ Mi sto arrendendo/ Qualcuno sta ascoltando?/.../ Sono perso qui/ Non posso farcela da solo/ Non voglio morire solo/ Sono così spaventato/ Annegando adesso/ protendendo/ Aggrappandomi ad ogni cosa che amo/ piangendo/ morendo)



Muse, Madness.

Mi basterebbe citare il minuto 4:08 e sarebbe già abbastanza; tutta la canzone è un lento progredire fino a quel magico momento catartico, quella specie di urlo liberatorio, quell'attimo di perfetta chiarezza che si prova di rado e che ci fa svoltare nella vita. Altro che pelle d'oca, le piume si arruffano.
"And I have finally seen the light
And I have finally realized
what you mean
And now I need to know if it's real love
or is it just madness
keeping us afloat
...
And I have finally realized
I need to love
Come to me
just in a dream
Come on and rescue me
Yes, I know, I can be wrong
Maybe I'm too head-strong"

(E adesso ho finalmente visto la luce/ e ho finalmente realizzato/ cosa significhi/ E adesso ho bisogno di sapere se è vero amore/ o è solo follia/ che ci tiene a galla/ .../ E ho finalmente realizzato/ ho bisogno di amare/ Vieni da me/ come in un sogno/ Vieni e salvami/ Sì, lo so, posso sbagliarmi/ Forse sono troppo testardo)




Massimo Ranieri, Perdere l'amore.

Non mi so spiegare il perché ma Ranieri a pelle non mi piace, mi infastidisce addirittura quando parla, eppure questa canzone cantata da lui mi da sempre i brividi, prevaricando il naturale quanto indefinito senso di antipatia che mi procura. Cantata da altri non ha la stessa forza, la stessa energia, anche se l'ho trovata piacevole quando una volta la cantò con Nina Zilli in televisione (o forse era "Mi sei scoppiata dentro il cuore", non ricordo bene).
"Perdere l'amore
quando si fa sera
quando sopra il viso
c'è una ruga che non c'era
Provi a ragionare
fai l'indifferente
fino a che ti accorgi
che non sei servito a niente
E vorresti urlare
soffocare il cielo
sbattere la testa mille volte contro il muro
respirare forte il suo cuscino
Dire è tutta colpa del destino
se non ti ho vicino
Perdere l'amore
Maledetta sera
che raccoglie i cocci di una vita immaginaria
Pensi che domani è un nuovo giorno
ma ripeti: non me l'aspettavo"



The Rasmus, Run to you.

Incredibile quanto rimangano impresse certe cose vissute, ascoltate, sentite, provate nell'adolescenza, anche a distanza di anni. Rimango sempre impressionata quando, come con questa canzone, passano anni (otto, per esempio) senza mai ascoltarla, la ritrovo all'improvviso e non solo mi ricordo ancora tutte le parole, ora che la mia memoria qualche volta fallisce, ma ricordo anche come mi sentivo allora, a cosa mi faceva pensare, a come certe volte mi stringesse alla gola. E in quanto a canzoni depressive, questo gruppo tra il 2003 e il 2008 (cioè il periodo in cui li ho seguiti, perché ci sono stati altri album sia prima che dopo) ne ha sfornate parecchie. Però mai, mai avrei immaginato di sentirla come una specie di colonna sonora di base, mentre saluto la persona amata, prima di partire da sola, sapendo di non poter rimanere con lui, almeno per un po' di tempo.
"Tomorrow's taking me away from you
like a jealous lover
Kiss me one last time
before I go down this broken road I follow
(...)
I will run to you
when my journey is over
Wait for me
Keep our love alive
I will dream of you
'till I reach the sun
then I'll turn around and run to you
I hate to see you cry
The way you look away
makes me wanna die"

(Il futuro mi sta portando lontano da te/ come un amante geloso/ Baciami un'ultima volta/ prima che io vada per questa strada rotta che sto seguendo/ .../ Correrò da te/ quando il mio viaggio sarà finito/ Aspettami/ Mantieni vivo il nostro amore/ Sognerò di te/ finché raggiungerò il sole/ allora mi volterò e correrò da te/ Odio vederti piangere/ Il modo in cui distogli lo sguardo/ mi fa morire)




 
Queste sono solo sette canzoni che mi fanno reidratare i bulbi oculari, sette è un numero che mi piace ma voi potete scrivermi nei commenti tutte le canzoni che ritenete opportune, se vi va di condividere un po' di tristezza. Quali sono le canzoni che vi commuovono spesso e volentieri?
Ogni tanto piace anche a me fare del buon cuttigghio 😉











(PS: in siciliano cuttigghio vuol dire sparlare, raccontarsi i fatti altrui; a me piace usarlo in senso ironico, non ho assolutamente intenzione di raccogliere informazioni da raccontare altrove né insultare in nessuna maniera: è un invito a chiacchierare)

giovedì 31 agosto 2017

Racconto di due città.

La volta scorsa dicevo che avrei pubblicato un post su un libro con toni molto differenti dal precedente. Confermo le mie intenzioni: questo è una specie di post sull'amore cartaceo.
Racconto di due città, pubblicato anche semplicemente come Le due città, è un romanzo storico scritto da Charles Dickens e sono sicura che se avessi vissuto a Londra nel suo periodo, sarei stata una sua groupie e avrei fatto di tutto pur di lavorare con lui. Lavorando meno di fantasia, potrei anche dire che mi sarei appassionata di più alla letteratura scolastica se avessimo studiato Dickens anziché Manzoni, che a detta di un mio prof dell'epoca "Manzoni era un gran trombone", nel senso che era un ampolloso logorroico col panzone.
Sto divagando, mi concentro.
Dickens, dunque. Oh che dire, sono innamorata di questo scrittore! Così come mi sono innamorata di Sydney Carton, il vero protagonista del romanzo pur apparendo meno di altri, l'avvocato londinese che ha perduto l'anima, non si sa come e quando, tra abusi d'alcool e interessi terreni triviali ed effimeri. Non gli importa di cambiare, di provare ad essere un uomo migliore (non saprebbe neanche come fare), pensa di non meritare di essere una brava persona, rimane convinto che nulla possa salvare la sua anima ormai corrotta dai troppi vizi. Neanche quando conosce e si innamora della bella Lucie Manette crede di meritare qualcosa di buono, si crede ormai finito, perduto. Lo dice anche a lei in uno straziante pezzo:

[...] Se avrete la pazienza di ascoltarmi un altro po', tutto quello che voi potete fare per me sarà fatto. Io desidero che sappiate che voi siete stata l'ultimo sogno dell'anima mia. Nel mio precipizio non sono andato tanto in giù che la vista di voi con vostro padre e di questa casa, resa da voi qual è, non abbia ridestato in me delle vecchie immagini che credevo svanite. Dal giorno che vi ho conosciuta, io sono stato turbato da un rimorso che non credevo mi avrebbe più assalito, e ho udito dei bisbigli di vecchie voci, che credevo non avessero più fiato, incoraggiarmi a salire. Ho sentito risorgere in me qualche idea di darmi da fare di nuovo, di cominciare da capo, di riscuotermi dalla pigrizia e dalla sensualità, e di combattere di nuovo la battaglia abbandonata. Un sogno, tutto un sogno, che si dissolve in nulla, e lascia il dormiente dove giaceva addormentato; ma desidero che voi sappiate che è stato ispirato da voi.-
-Non ne rimarrà nulla? O signor Carton, pensate un po'. Provate ancora.-
-No, signorina Manette; per tutto questo tempo, mi son persuaso d'essere immeritevole. E pure ho avuto la debolezza, e ho ancora la debolezza di desiderare che sappiate che col vostro dominio mi avete improvvisamente, mucchio di cenere qual sono, trasformato in fuoco... un fuoco, però, nella sua natura inseparabile da me, un fuoco che non ravviva nulla, non illumina nulla, non serve a nessuno e pigramente si consuma. [...]
Il massimo bene che potete farmi ora, signorina Manette, sono venuto a raccoglierlo qui. Che io, per tutto il resto della mia sciagurata vita, porti il ricordo di aver aperto il mio cuore a voi, l'ultima persona al mondo alla quale l'avrei aperto; [...]
che la mia ultima confessione l'ho fatta a voi, e che il mio nome, le mie colpe e le mie infelicità furono pietosamente serbate nel vostro cuore. E che il vostro, d'altra parte, possa essere sgombro di preoccupazioni e felice!-
Egli era così dissimile da quel che s'era sempre mostrato, ed era così triste pensare a quanto aveva dilapidato e a quanto ogni giorno lasciava inerte o guastava, che Lucie Manette piangeva dolorosamente per lui che se n'andava.

C'è disperazione in queste pagine, e dolore, romanticismo, l'essere vittime e carnefici di se stessi. Nonostante il suo forte amore per lei, Sydney non osa aver dubbi sulla sorte della propria anima, è perduta e neanche l'amore può salvarlo; anzi, è convinto che la propria presenza nel cuore di Lucie possa influenzare il buon cuore di lei e corromperla, portarla in basso nel fango insieme a lui. Perciò Sydney la lascia andare, assiste senza far nulla alle nozze di lei con Charles Darnay, un parigino emigrato a Londra come lei, un uomo dall'aspetto così simile a lui da farlo scagionare da un processo, ma così diverso per la qualità del suo carattere e del suo onore. Penso ci sia una grande, dolorosa lezione in questo atto di altruistico sacrificio: anteporre il bene altrui al proprio, dare il proprio meglio alla persona amata prima di pretendere questo dall'altro. E penso che se entrambe le persone di una relazione avessero queste intenzioni, si avrebbe uno status più saldo ed equilibrato.
Questa è la parte più sentimentale del libro, ma c'è molto di più. Lo si evince già dalle prime righe.


Si tratta dunque principalmente dell'analisi del periodo storico (presa della Bastiglia, anni del terrore), di cose che generalmente non vengono descritte con precisione nei libri di storia scolastici. Ci fanno sempre le lezioncine su come aristocratici, regnanti e clero francesi fossero cattivi e persecutori con il popolo, ridotto sempre più alla fame, alla malattia e alla miseria, e di come ad un certo punto giustamente il popolo s'è fracassato i gabbasisi di stare lì fermo a subire e a morire come se la loro vita poiché umile non valesse un cazzo, perciò si sono ribellati fino a uccidere re, regina, principini e una vagonata assurda di aristocratici e così hanno ottenuto uguaglianza, fratellanza e libertà. Ma c'è di più.
Non ci fanno imparare le pagine di orrore quotidiano, di mattanza di esseri umani, di come il popolo si sia trasformato da oppresso a oppressore, da giudicato a giudicante, come il sogno di uno stato giusto si sia infranto già ai suoi albori. Non ci vuole molto a capire che sono cambiate soltanto le figure ma che il senso è lo stesso: il potere a pochi, la giustizia manipolabile e violenta. Bastava infatti la parola di un cittadino qualunque e il sospetto che una persona fosse della nobiltà o un sostenitore dell'aristocrazia per mandarla alla ghigliottina. Non ci si poteva fidare di nessuno e nessuno poteva ritenersi immune. Da un momento all'altro chiunque, che fosse una sarta, un panettiere o un soldato, poteva essere trascinato via dai berretti rossi dei "patrioti", messo davanti ad una giuria di finti pari amanti del sangue e poi trascinato al patibolo così, senza possibilità di difendersi e di essere creduto.
Anche allora come oggi, è la paura di un pericolo incombente che ci fa agire. Sono il sospetto e la paura che ci muovono. Il problema è che la storia viene scritta dai vincitori, e pur di avere un bel finale si omettono dei dettagli. Ebbene, Dickens non omette nulla di questi orrori nei suoi esempi di vita vissuta, nella descrizione di vicoli bui e fetidi, di case diroccate, di povera gente morta di fame e di stenti, del circolo di comari che prendevano nota dei misfatti causati dai potenti cucendoli nei loro lavori a maglia, di colpevoli e innocenti ugualmente ammassati e massacrati come un gregge diretto al macello. Nel suo modo crudo ma non eccessivamente cruento di narrare, Dickens è riuscito a farmi respirare prima l'aria della miseria di Parigi, poi il brivido della rivoluzione incombente; ma anche il sollievo di essere arrivati incolumi a Londra, la paura nel tornare in Francia nel dopo guerra, la speranza più volte tradita di riuscire a salvare la pelle.
All'inizio c'è la paura e le vertigini della giovane Lucie, che scopre che il padre non è deceduto come le aveva raccontato la madre, ma che era stato portato via dai soldati senza dargli possibilità di parlare alla famiglia, senza neanche dirgli mai in tanti anni di prigionia i motivi che lo avevano fatto portare alla Bastiglia in isolamento e senza aver ricevuto una visita, o un po' di aria.
Una volta ritrovato il padre, un altro dolore: gli anni di isolamento avevano fatto impazzire il padre, che da giovane e brillante medico si era trasformato in un vecchio calzolaio senza cervello. Ma grazie alle cure di Lucie, che porta il padre al sicuro a Londra e continua a curarlo con amore e dedizione, il padre ritrova se stesso, oltre alla figlia che non sapeva di avere.
In questa atmosfera i Manette conoscono Darnay e Carton e le loro vite si intrecciano, nel bene e nel male.

Mi fermo, non vorrei rivelare troppo, già sto scrivendo troppo. Ma è davvero un bel libro, anche meglio di Grandi speranze che pure ho adorato.

Au revoir!

lunedì 7 agosto 2017

La verità sul caso Harry Quebert.

La verità su questo libro di Joel Dicker è che la trama ha buoni elementi, ci sono delle belle idee, la maggior parte dei capitoli finisce con una imbeccata che letteralmente ti costringe a leggere il capitolo seguente. Praticamente nel finale di un capitolo lancia un sasso, una piccola scoperta, poi l'autore nasconde la mano in una pagina bianca. Il capitolo successivo si apre con una citazione tratta dal passato dei due protagonisti, segue altro vuoto bianco e sfogliando ancora riprende la direzione del sasso lanciato, con calma.
Eppure, nonostante tutti questi aspetti positivi, il libro non mi ha catturata come supponevo.
Ogni volta che entravo in libreria il mio sguardo veniva calamitato verso La verità sul caso Harry Quebert, tanto che alla fine, tra mille prendi e lascia, il mio ragazzo me l'ha comprato.

Mi affascinava l'idea che uno scrittore emergente in pieno blocco creativo, Marcus Goldman, si prestasse a fare il detective per trovare le prove dell'innocenza del suo mentore e amico Harry Quebert, anch'egli scrittore, di lunga fama. Harry è stato accusato dell'omicidio di Nola Kellergan, una ragazza di quindici anni scomparsa trentatré anni prima, dopo essere stata avvistata al limitare di un bosco inseguita da un uomo, ritrovata poi seppellita nel giardino della sua villetta. Marcus, convinto della sua innocenza e della purezza dei sentimenti che tre decenni prima aveva legato Harry e Nola, cercherà di venire a capo di questo mistero. Infatti la polizia non aveva sospettati, si aveva solo l'avvistamento di una macchina sospetta che gli agenti non erano riusciti a fermare. Marcus parlerà con tutti quelli che conoscevano la ragazza, a detta di tutti simpatica, gentile, educata, bella e quant'altro di buono. Ma più si va avanti e più la vita di Nola risulta torbida.
Nelle sue ricerche, che lo portano a scrivere un libro per un fantastico guadagno, ci sono delle falle: piste non seguite, che ogni spettatore di CSI o Criminal Minds avrebbe pensato necessari per la riuscita di un vero caso giuridico. Ma l'autore forse doveva aggiungere qualche altro colpo di scena al suo libro, oppure senza questo fraintendimento sarebbero mancate un centinaio di pagine, rendendo il libro "troppo leggero"; almeno sotto il punto di vista strettamente fisico.
La scrittura è semplice e scorrevole, la ricerca della verità va avanti a piccoli passi, però non è riuscito a coinvolgermi. Manca una certa vivacità nel filo del discorso, non saprei spiegarmi meglio. Ogni due pagine mi ritrovavo a pensare "Oh ma perché siamo ancora qua?!". Non certo una frase promettente.


Alla fine dei giochi, credo che il successo di questo libro sia riconducibile allo stesso motivo per cui il libro di Marcus ha avuto successo, e la parola chiave è: MARKETING.
Marketing, signori, l'arte del saper vendere.
Dalle sue stesse parole si può leggere:
(l'editore di Marcus:) "Tu, piuttosto, sei un tenero cacciatore di farfalle, un sognatore che saltella sul prato in cerca di ispirazione. Ma se mi scrivessi un capolavoro sul Sudan, io non lo pubblicherei. Perché la gente se ne fotte! Se ne fotte allegramente! E quindi sì, puoi considerarmi una carogna, ma io non faccio altro che rispondere alla domanda del mercato. Del Sudan non gliene fotte niente a nessuno, c'è poco da fare. Oggi si parla di Harry Quebert e di Nola Kellergan dappertutto, e bisogna approfittarne: tra due mesi si parlerà del nuovo presidente, e il tuo libro avrà smesso di esistere. Ma ne avremo vendute tante di quelle copie, caro Goldman, che a quel punto te la starai spassando alla grande nella tua nuova casa alle Bahamas."
In effetti, Barnaski era un vero campione dell'occupazione dello spazio mediatico. Tutti parlavano già del libro, e più se ne parlava, più lui ne faceva parlare moltiplicando le campagne pubblicitarie. (...)
"Marcus, sai quanto costa un singolo cartellone pubblicitario nella metropolitana di New York? Un patrimonio, ecco quanto costa. Si sborsa un'enorme quantità di denaro per un cartellone con una durata limitata e un altrettanto limitato numero di persone che lo vedranno: occorre che quelle persone siano a New York e prendano la metropolitana in quella stazione e in un preciso lasso di tempo. E invece ormai basta suscitare l'interesse in un modo o nell'altro, creare il buzz, come si dice in gergo, far parlare di sé e contare sulle persone affinché parlino di te sui social media, e così hai accesso a uno spazio pubblicitario gratuito e illimitato. Da un capo all'altro del mondo, migliaia di persone, senza neanche rendersene conto, provvedono a farti pubblicità su scala planetaria. Non è pazzesco? In pratica, gli utenti di Facebook sono degli uomini-sandwich che lavorano gratis. Sarebbe da idioti non approfittarne."
"Come hai fatto tu, no?"
"Offrendoti un milione di dollari? Esatto. Sborsa un ingaggio da NBA o da NHL a un tizio perché scriva un libro, e puoi star sicuro che tutti parleranno di lui."

Quindi basta saper esasperare un dettaglio, sbandierarlo ai quattro venti, poi aspettare che il seme si depositi e che germogli da solo sul terreno dei social media. Il punto ormai non è più scrivere qualcosa di memorabile, significativo, che resista al tempo mantenendo la sua vitalità. No, quello che conta è vendere e se vuoi vendere qualcosa deve essere qualcosa che la massa vuole. E la massa di questi tempi si concentra sui social media.
Un po' disillusa dopo queste (ed altre) amare riflessioni, ho deciso di leggere qualcosa che avesse almeno cent'anni. L'ho fatto, ma ne parlerò un'altra volta e con tutt'altri sentimenti: di quel libro me ne sono innamorata.

giovedì 20 aprile 2017

Libri e lentezza.

Le mie letture ultimamente vanno molto a rilento, temo infatti che leggerò ancor meno libri rispetto agli anni precedenti, ma c'è qualcosa d'altro che va ancora più a rilento: me che scrivo post sulle mie letture. Forse è il caso che io dia una smistata agli affari letterari.
Non che io mi definisca una critica letteraria, eh. Sono solo una appassionata della parola scritta che in vita sua ha letto circa due centinaia di libri (alcuni riletti innumerevoli volte). Perciò delle letture dello scorso anno mi resta da spendere qualche parola su una manciata di racconti. Che dire, sono stata piuttosto lavativa in questo settore. Però ho sistemato una parte dei miei libri, circa un quarto.



Ora, il primo su cui mi soffermo brevemente è Il cacciatore di ossa, di Stuart MacBride. E dico "brevemente" perché il bigliettino allegato l'ho perso e si tratta di un libro prestato (e quindi restituito al legittimo proprietario), nel luglio 2016. La storia si basa sulle vicende del detective Logan McRae, caduto in disgrazia dopo aver risolto un caso difficile perché in una missione da lui guidata un suo collega viene ferito e in seguito al coma muore. Così Logan viene affidato dal suo capo ad un gruppo di agenti noti per essere gli sfigati falliti del dipartimento, capeggiato dalla lesbica più grezza e dal vocabolario più scurrile che io abbia mai incontrato. Logan si ritroverà quindi a dover risolvere un caso o a rischiare il suo posto di lavoro; il delitto riguarda una prostituta crudelmente picchiata e nessuna pista da seguire. Contemporaneamente, l'ispettore Insh, un gigante ripieno di caramelle, chiede a Logan di dare una mano anche in un altro caso: un piromane che prova piacere nel dare fuoco alle case dopo aver sigillato al suo interno gli abitanti. Un poliziesco "carino, leggero".


Dopo è stato il turno di Jack&Jill, scritto da James Patterson. Questo mi è piaciuto molto! Ci sono tanti eventi, tanti colpi di scena, con un finale che sembra non voler finire mai e non lasciare più tranquilli. La trama: una coppia di assassini uccide personaggi famosi e di rilievo a Washinton, come senatori e altri politici, attori, ricconi di varia specie; in ognuna delle scene del crimine viene trovata una poesia firmata Jack & Jill, che ammette il delitto, che lo giustifica e promette di compierne altri fino ad arrivare al vero obiettivo: il presidente degli Stati Uniti. Per cercare di identificarli collaborano forze di polizia, federali e servizi segreti. Tutto ciò che riescono a capire è che, per il modus operandi, uno dei due deve essere un ex mercenario della CIA sfuggito al controllo. Anche perché "Jack e Jill" sono gli pseudonimi che la sicurezza utilizza per indicare il presidente e sua moglie. Nel frattempo il detective Alex Cross si dedica anche ad un'altra indagine, che vede come vittime dei bambini che frequentano la stessa scuola dei suoi figli, bambini prima circuiti per essere portati in luoghi riparati e poi colpiti senza pietà con mazze da baseball. Libro consigliato, anche per chi non sopporta le descrizioni cruente e troppo dettagliate di un delitto (niente splatter insomma).


Dalla mente di Elizabeth George, ho letto un bel malloppo di oltre settecento pagine in caratteri minuti. Cercando nel buio è un affare losco, che riguarda l'investimento volontario e omicidio di Eugenie Davies, madre di un noto ex bambino prodigio del violino ora ventenne, Gideon, il quale nello stesso periodo soffre di un complicato blocco dell'artista: durante un concerto si blocca e da quel momento in poi non riesce più a suonare, né tantomeno a prendere in mano il suo prezioso violino. Le indagini vanno molto a rilento, ma pian piano gli altarini si scoprono: uno dei pezzi grossi della polizia aveva già conosciuto Eugenie, in quanto aveva partecipato alle indagini sulla morte per annegamento della figlia con la sindrome di down (dove i pregiudizi hanno svolto gran parte nella sua conclusione, indicando come colpevole Katja Wolf, la bambinaia tedesca dal passato mirabolante, scappata dalla Germania dell'est tramite mongolfiera). In questo tomo ci sono molti personaggi ma poche svolte, la storia volge lentamente. Le svolte più succose vengono fuori dalla terapia psicoanalitica di Gideon: la terapista lo convince a scrivere tutto ciò che ricorda della sua infanzia e all'inizio ciò che gli viene in mente è davvero poco. Non ricordava neanche l'esistenza di sua sorella, quindi neanche del processo, di Katja che era appena incinta e delle varie relazioni che c'erano in casa. Nella casa abitavano insieme al nonno con terribili crisi di furore dovute al trauma della prigionia durante la guerra, la nonna che badava agli "episodi" del nonno, una madre che dapprima fa il doppio lavoro (per allevare il piccolo genio di Gideon occorrono soldi) e dopo la morte della figlia svanisce, un padre che per non deludere il suo genitore fa di tutto per far diventare Gideon un pezzo grosso, James l'Inquilino che torna anche nell'indagine per l'omicidio di Eugenie (guarda caso la donna viene investita nella via dove lui abita ed è proprio lui a trovarne i resti), Raphael il maestro di violino e l'istitutrice Sarah Jane, perché le lezioni di violino sono tali da non consentire al bambino di andare a scuola normalmente. Così, in un tenore di vita fatto di fatiche e silenzi, procede l'infanzia di Gideon, dove la terapista lo conduce per trovarvi la causa dei suoi blocchi. Più che un romanzo poliziesco questo mi è sembrato un racconto di vite vissute, ognuno con una trama a sé, con i suoi misteri e segreti, alcuni terribili, altri comuni.


Lo stesso si può dire di Giochi d'ombra di Charlotte Link. Il miliardario ereditiere David invita per Natale quattro dei suoi ex amici nella sua tenuta, non per riallacciare i rapporti bensì per scoprire chi tra loro ha intenzione di ucciderlo e chi è stato a mandargli lettere con minacce di morte. Lui sa benissimo che ognuno di loro, persino la sua fidanzata, ha dei buoni motivi per volerlo morto. Ma David non avrà tempo di scoprirlo, perché dopo la cena viene ucciso da un colpo della sua stessa pistola. La situazione fa tanto "Agatha Christie".
Le indagini quindi portano al racconto di vita di ognuna di quelle cinque persone. La mite Mary vive una vita degradante con un marito violento, alcolizzato e che non l'ha mai amata, l'ha sposata solo perché il padre di lei lo ha pagato; tutto perché David l'aveva lasciata da sola in un pub durante un blitz della polizia, lei si era fatta abbindolare da uno sconosciuto che l'ha messa incinta e poi abbandonata. Per colpa della codardia di David, Steven è passato da figlio di papà a plurigaleotto, Natalie è stata violentata da dei ladri assassini. L'orgogliosa Gina, per una serie di circostanze sempre legate a David, perde l'amore della sua vita. E infine Laura, la sua fidanzata, che David tiene in pugno facendo leva sulla paura di lei di tornare a vivere tra povertà e degrado. Cinque persone dunque potrebbero volere la morte di David, ognuna indica David come colpevole della propria miserevole vita. Solo una persona alla fine gli da la morte, ma nonostante i ladri che erano entrati quella notte per svaligiare l'appartamento, i sospetti delle forze dell'ordine non si limitano ai ladri ma soprattutto agli invitati. Ho fatto un giro on line perché non riuscivo a ricordare un nome e mi sono accorta di aver letto solo belle parole per questo libro; mi sento però di scostarmi dal coro. Questo libro non è per niente un thriller psicologico. Comunque è pur vero che i fattori psicologici sono la parte fondamentale di questo libro: non si tratta di trovare un colpevole di omicidio, quanto di trovare le motivazioni che hanno spinto all'odio unanime verso una sola persona; ogni indagato, ogni racconto, ogni vita sono solo tessere di un puzzle, tutto sembra tendere verso la fine. In poche parole, sin dall'inizio delle indagini la sensazione è che basta leggere per trovare il colpevole, senza intoppi, senza troppe appendici, senza che nulla venga nascosto o intralciato. E così si arriva alla fine, persino piacevolmente. Ho voluto segnare un appunto, tratto dal libro, su cui mi sono fermata spesso a riflettere (Natalie, giornalista strafatta di antidepressivi e valium per tenere a bada le sue fobie):

Ho pensato a un famoso romanzo di Thornton Wilder "Il ponte di San Luis Rey". Un ponte crolla, e cinque persone, che non hanno nulla a che fare l'una con l'altra e che si trovano per caso in quello stesso momento sul ponte, muoiono. Scavando nelle loro vite, si capisce chiaramente perché dovessero morire tutti e cinque quel giorno e in quel preciso istante su quel ponte. Nel romanzo la parola più ricorrente è la colpa, perché nella vita dei cinque, c'è sempre qualcuno che li accusa di qualcosa, che crede che ciascuno di loro sia morto per qualcosa che ha detto o fatto, come se dovessero morire per colpa della loro condotta. Ma la conclusione del libro lascia intendere che la domanda non è di chi è la colpa. Le domande possiamo porle solo al destino, e probabilmente non riceveremmo alcuna risposta. No, anzi, sicuramente. Dobbiamo farcene una ragione. Anche tu Gina.
Gina rimase in silenzio, ma Natalie lesse nei suoi occhi che aveva capito, che lo aveva capito già da tempo ma che, ciononostante, non avrebbe saputo dire perché tutto quel dolore non accennava a sopirsi.


Questo è quanto per il 2016, penso di non avere altre questioni sospese. Parlerò un'altra volta del libro che ho letto a cavallo del cambio di cifra. Au revoir!

lunedì 12 ottobre 2015

The Infernal Devices.

Più passa il tempo più mi rendo conto che non sono in grado di spiegare i motivi per cui mi sono innamorata tanto della trilogia urban-fantasy The Infernal Devices, di Cassandra Clare. Ho capito però il perché i fans la chiamano amorevolmente la sadica Cassie. Caspita, se sa essere crudele! Prima di parlarne e di lasciare qualche citazione, vorrei tranquillizzare coloro che hanno letto il post precedente: ho deciso che non decapiterò il mio amico con una katana per avermi prestato i libri, anche se una katana ce la vedrei proprio bene messa in mostra sopra quell'orribile divano bianco... A quanto pare in famiglia Cents il buon gusto scarseggia ovunque. Ma basta ciance, basta tergiversare.
La saga è ambientata in una grigia, nebbiosa ed inquinata Londra del 1878, in un mondo pieno di demoni da cacciare, mondani (cioè umani) inconsapevoli, branchi di lupi mannari, stregoni che non invecchiano e con bizzarri segni distintivi (ad es. occhi da gatto, pelle blu, corna di capra, mani artigliate e via dicendo), vampiri assetati di sangue coi complessi di superiorità e/o di onnipotenza, esseri fatati di vario genere e, infine, loro: i Nephilim, nati dalla leggenda secondo cui un angelo diede da bere il suo sangue ad un uomo che desiderava proteggere il mondo dalla distruzione demoniaca dando a lui, ai suoi seguaci e ai loro discendenti, diciamo una marcia in più (più forti, veloci e resistenti).
Will, Tessa e Jem. Trovo questo disegno bellerrimo! Preso da: phantomrin.deviantart.com/

Il luogo principale è l'Istituto, che fa da ambasciata, ufficio politico e da casa affidataria per ragazzi che hanno perso i genitori. Quello di Londra è diretto da Charlotte, che viene osteggiata nella sua posizione in quanto giovane donna, e da suo marito Henry, professione inventore pasticcione. Con loro vivono: Jessamine, che è stata allevata come una mondana e sogna di sposare un umano perché odia il mondo dei cacciatori; una cuoca di nome Aghata, la cameriera Sophie (che è stata sfregiata dal suo precedente datore di lavoro, immaginate il perché), il tuttofare Thomas e, dulcis in fundo, Will e Jem.
James "Jem" Carstairs è un ragazzo gracile, gentile, buono e molto malato, William "Will" Herondale un'arrogante, sarcastico e irriverente diciassettenne che dimostra cura e affetto soltanto a Jem. I due sono amici inseparabili, nonché parabatai, ossia due cacciatori che hanno fatto un patto legandosi uno all'altro, giurando di combattere insieme e di proteggersi a vicenda, diventando più che fratelli.
Disegno di Cassandra Jean.
Usando un linguaggio poco consono, quella di Will & Jem è una "bromance" a tutti gli effetti. Non è il classico romanticismo, ma è decisamente una relazione d'amore, un'amicizia così profonda che niente può spezzare, né il caratteraccio di Will né l'amore per la stessa ragazza (la introduco dopo, per ora vorrei concludere questa riflessione). Jem non sospetta mai niente, come all'inizio neanche Will si accorge dei sentimenti dell'amico per lei, ma quando Will scopre che Jem è innamorato di Tessa giura a se stesso di negare ai propri sentimenti di emergere, che mai avrebbe fatto qualcosa per averla o per dispiacerlo in alcun modo, mai, neanche dopo che Jem sarà morto. Will sa che non sarebbe mai stato felice se fosse stato la causa dell'infelicità di Jem. Anche se Jem è molto malato e morirà entro pochi mesi o un paio d'anni, Will rinuncia ad una vita piena di amore pur di dare a Jem anche un solo giorno felice.
Quanti lo avrebbero fatto di questi tempi? Certo ci piace pensare che lo faremmo, magari ci crediamo pure, ma alla fine dei conti rinunciare alla felicità è complicato, difficile e non tutti ci riescono.
Jem e Will farebbero letteralmente di tutto l'uno per l'altro e si amano al di là di ogni possibile difetto o azione, eppure la lettura non risulta mai stucchevole o troppo zuccherosa, ha un tono molto realistico. Così realistico che persino una cinica disillusa come me ci ha creduto, ci ha sperato, ci ha messo il proprio cuore gelido e impietrito divenuto in questi tre libri tiepido e palpitante.

Disegno di Cassandra Jean, il suo sito è qui: cassandrajp.tumblr.com
Will sulla malattia di Jem (chiedo scusa, ho dimenticato di segnarmi le pagine, ho copiato solo i testi):
C'erano volte, nei momenti peggiori della malattia, che il colore gli defluiva perfino dagli occhi, lasciandoli orribilmente sbiaditi, quasi bianchi, con la pupilla nel mezzo come una macchia di cenere sulla neve. C'erano volte in cui Jem delirava. Will l'aveva tenuto fermo mentre si dimenava e gridava in un'altra lingua con gli occhi rovesciati, e ogni volta che succedeva Will credeva che fosse finita, che quella volta Jem sarebbe morto per davvero. Allora gli capitava di pensare a cosa avrebbe fatto dopo, ma non riusciva a immaginarlo più di quanto non riuscisse a rievocare e a rammentare la propria vita prima del suo ingresso nell'Istituto. E nemmeno riusciva a sopportare di pensarci troppo a lungo. Ma poi c'erano altre volte, come in quel momento, in cui guardava l'amico e non scorgeva in lui tracce della malattia, e si chiedeva come sarebbe stato un mondo in cui Jem non fosse stato in pericolo di vita. E non sopportava di pensare neppure a quello. Era come uno spazio terribilmente nero dentro di lui da cui emanava paura, una cupa voce che poteva zittire solo con la rabbia, il rischio e il dolore.

Jem, disegnato sempre da Cassandra Jean.

Già alla fine del prologo avevo una cotta per Will, ma con un bizzarro scambio di battute pochi capitoli dopo mi sono innamorata di lui e avevo già capito che questo germoglio d'amore era destinato a crescere. E infatti così è stato.
Durante un'indagine all'interno di un edificio sospetto, Will entra in una stanza dove trova una ragazza, Tessa Gray, segregata e torturata. La ragazza, che credeva di essere una mondana, aveva lasciato New York per raggiungere il fratello Nate a Londra, ma al suo arrivo viene portata via da due streghe che con la tortura le mostrano ciò che è in grado di fare realmente: prendere un oggetto e trasformarsi completamente nella persona che l'ha posseduto. Quando Tessa sente aprirsi la porta decide di reagire, afferra una brocca e la cala sulla testa dell'intruso, scoprendo che non era una strega ma un ragazzo. Il loro primo dialogo è come molti altri: vivace e dinamico, con uno sprazzo di follia, come nella citazione che segue (mentre i due scappano nelle cantine dell'edificio)

-Per l'Angelo, sembra il nono girone dell'Inferno qui sotto!- esclamò Will.
-Il nono girone dell'Inferno è freddo- lo corresse lei meccanicamente.
-Come dite?
-Nell'Inferno di Dante... il nono girone dell'Inferno è freddo- spiegò Tessa -e ricoperto di ghiaccio.
Will la fissò per un altro lungo istante, con gli angoli della bocca contratti (...) -Quanto alla temperatura dell'Inferno, signorina Gray, lasciate che vi dia un consiglio: il bel giovanotto che sta cercando di salvarvi da un destino spaventoso non sbaglia mai. Nemmeno se dice che il cielo è viola e fatto di porcospini.

Tessa, disegno ancora di Cassandra Jean.

Ecco, io già qui amavo Will. Dall'arrivo di Tessa all'Istituto inizia la storia: per qualche motivo un individuo che si fa chiamare Magister ha bisogno delle capacità uniche di Tessa per il suo piano, che consiste nella distruzione totale dei Nephilim. Per farlo, costruisce delle creature meccaniche umanoidi. Quando trovano una di queste creature la cosa dice:

Attenti Nephilim! Come voi uccidete gli altri, così sarete uccisi. Il vostro angelo non potrà proteggervi da ciò che non è opera né di Dio né del Diavolo, da un esercito che non è stato generato né dal Paradiso né dall'Inferno. Attenti alla mano dell'uomo!

Quando trovano la creatura, essa è immobile e i ragazzi pensano che sia morta...
Will: Beh, non reagisce alle mie avance perciò deve essere davvero morta.
Jem: Oppure ha buon gusto e buon senso.
Sophie e Cecily, sorella di Will, la cui improvvisa apparizione sconvolge non poco Will. Disegno di Cassandra Jean.
In tre libri ci sono tanti piccoli momenti carini o divertenti (come le storie di Will sulla sifilide demoniaca, di cui nessuno crede nell'esistenza), pieni di leggerezza e sorrisi, che bilanciano bene l'amaro di molte tragedie. Ci sono molti momenti difficili, come alcune morti, la scoperta di tradimenti, intrighi politici, sapere nel primo libro (L'Angelo) le cause della malattia di Jem (che lo costringono ad usare droga demoniaca perché senza morirebbe in pochi giorni, ma che lo uccide comunque lentamente), nel secondo libro (Il Principe) si scopre della maledizione che affligge Will e sempre qui, Will è così disperato da fare qualcosa che per la prima volta fa perdere le staffe a quel santo di Jem e gli chiede scusa in maniera così maldestra e disperata da spezzare il cuore, nel terzo libro (La Principessa) la verità sull'esistenza di Tessa. Un vortice di emozioni forti.
Non voglio dire altro, temo mie reazioni e di rivelare troppo a chi, magari, vuole leggerlo o non ha ancora finito di leggere. Perciò lascio solo qualche altra citazione, di quelle che per me hanno avuto molto peso, e qualche breve spiegazione, dove possibile, per dare almeno un'inquadrata superficiale alla scena.
Indovinate? Ancora Cassandra Jean, stavolta Henry e Charlotte. Si nota che mi piacciono i suoi disegni?

Citazioni da L'Angelo
(Tessa, mentre era rinchiusa)
Se in tutto il mondo non c'è nessuno a cui importa di te, esisti davvero?


(Tessa e Will che parlano di Thomas, il tuttofare)
-Magari è innamorato di Agatha.
-Spero di no. Agatha voglio sposarla io. Avrà pure un migliaio di anni, ma prepara una crostata impareggiabile. La bellezza svanisce, ma l'arte culinaria è eterna.


(Tessa a Will) Bisogna sempre essere prudenti con i libri e con ciò che contengono. Perché le parole hanno il potere di cambiarci.


(Will a Tessa) A volte nell'assurdo c'è molto senso, a volerlo cercare.


(Will e Jem aiutano Tessa a immedesimarsi nelle sembianze di una vampira, Camille, e potersi imbucare a casa di De Quincey, vampiro a capo di Londra, che organizza "serate con delitto" di umani e il gruppo di Nephilim sarà là in attesa, per catturare o uccidere tutti i coinvolti.)
(Will) -Camille cammina con delicatezza, come un fauno nei boschi. Non come un'anatra.
(Tessa) -Io non cammino come un'anatra.
-Mi piacciono le anatre- osservò Jem con diplomazia -Soprattutto quelle di Hyde Park (...) Ricordi quando hai provato a convincermi a dare da mangiare un pasticcio di volatili ai germani reali del parco per vedere se riuscivi ad allevare una razza di anatre cannibali?
-E loro l'hanno mangiato- rammentò Will -Piccole bestie assetate di sangue. Mai fidarsi di un'anatra.


(Durante la lotta con De Quincey, Will lo morde)
-Morirai per questo, Nephilim.
Will allargò le braccia. In ginocchio, con un sorriso da demone, il sangue che gli gocciolava dalla bocca, sembrava anch'egli a malapena umano. -Vieni a prendermi.
I fratelli Gideon e Gabriel Lightwood.
Citazioni da Il Principe
(Tessa e Will parlano di altri due ragazzi presenti nella storia, i cui disegni sono qui sopra)
-Gideon e Gabriel sono piuttosto attraenti. Per niente orribili.
-Parlavo dei recessi delle loro anime, neri come la pece- ribatté Will, in tono sepolcrale.
Tessa sbuffò -E di che colore presumi che siano i recessi della tua anima, Will Herondale?
-Color malva.


(Will riguardo i suoi sentimenti per Tessa)
A volte si chiedeva se facesse certe cose soltanto per mettersi alla prova, per vedere se i suoi sentimenti fossero spariti. Ma non lo erano. Quando la vedeva, voleva stare con lei; quando stava con lei, desiderava ardentemente toccarla; quando le toccava anche solo la mano, voleva abbracciarla. Voleva sentirla contro di sé com'era accaduto nella soffitta. Voleva conoscere il sapore della sua pelle e l'odore dei suoi capelli. Voleva farla ridere. Voleva stare seduto e ascoltarla parlare di libri fino a stordirsi. Ma erano tutte cose che non poteva volere, perché non poteva averle, e volere ciò che non si può avere conduce all'infelicità e alla follia.


(Tessa, durante un sogno, vede sua zia Harriet, che è morta prima che lei partisse per Londra)
Bugie e segreti, Tessa, sono come un cancro dell'anima. Corrodono ciò che è buono e si lasciano alle spalle solo distruzione.


(Will e Tessa parlano e Tessa gli confida che sa che lui ha preso e letto le lettere che lei aveva scritto mentre era prigioniera e che pensava fosse stata Charlotte ad avergliele date)
Will: Non l'ha fatto. Le ho tirate fuori dal fuoco e le ho lette tutte. Ogni parola che hai scritto. Io e te siamo uguali. Viviamo e respiriamo parole. Sono stati i libri a impedirmi di togliermi la vita dopo aver capito che non avrei mai potuto amare ed essere riamato da nessuno. Sono stati i libri a farmi sentire che forse non ero completamente solo. Erano capaci di essere onesti con me, e io con loro. Leggendo ciò che hai scritto, -come a volte ti sentivi sola e spaurita, ma sempre piena di coraggio, il modo in cui vedevi il mondo, i suoi colori, la sua trama e i suoi suoni- sentivo cosa pensavi, speravi, sognavi. Mi sembrava di pensare, sperare, sognare con te. Sognavo ciò che sognavi tu, volevo ciò che volevi tu... e poi mi sono reso conto che in realtà volevo solo te. La ragazza dietro le lettere scarabocchiate. Ti ho amato dal momento in cui le ho lette. Ti amo ancora.


Citazioni da La Principessa
Will: Credevo che perfino un idiota patentato come il nostro Gabriel, qui presente, se ne sarebbe accorto e ne avrebbe parlato a qualcuno. (...)
Gabriel: Io non sono un idiota patentato
Will: La mancanza di un attestato non è certo una prova di intelligenza.


-Non mi credi in grado di combattere, soltanto perché sono una ragazza- Tessa si ritrasse sostenendo il suo sguardo argenteo.
-Non ti credo in grado di combattere perché indossi un abito da sposa- replicò Jem -E, per quanto possa valere, credo che neppure Will sarebbe in grado di combattere con quell'abito indosso.
-Forse no- disse il parabatai, che aveva un udito da pipistrello -Però sarei una sposa radiosa.


(Woolsey Scott, un licantropo, capisce che Tessa è innamorata sia di Jem che di Will)
La maggior parte delle persone è già fortunata ad avere un grande amore nella propria vita. Voi ne avete trovati due.


(Magnus, uno stregone che ha già aiutato Will, gli dice, mentre Jem è a letto, morente, lì accanto)
Ti sei rivolto a me per la mia saggezza, come a qualcuno che ha vissuto molte vite e seppellito molti amori. Posso dirti che la fine di una vita è la somma dell'amore che vi è stato vissuto, che qualsiasi giuramento pensi di aver fatto, essere qui alla fine della vita di Jem non è ciò che conta. Lo è stato essere qui in ogni altro momento. Da quando lo hai incontrato, non l'hai mai lasciato e non hai mai cessato di amarlo. Questo è ciò che conta.

(Will) "Jem è il mio grande peccato" aveva detto a Magnus, e quella, adesso, era la punizione. Aveva pensato che perdere Tessa fosse la sua penitenza; non aveva pensato a come si sarebbe sentito nel momento in cui li avesse persi entrambi.
(Jem) -Will... per tutti questi anni ho provato a darti ciò che non potevi dare a te stesso.
Le mani di Will si serrarono su quelle dell'amico, che erano sottili come un fascio di ramoscelli -E cioè?
-La fede- rispose Jem -Perché eri migliore di quanto ti reputavi. L'indulgenza, perché non bisogna sempre punire se stessi. Ti ho sempre amato, Will, qualunque cosa facessi. E adesso ho bisogno che tu faccia per me quello che non posso fare da solo. Che tu sia i miei occhi quando io non li avrò. Che tu sia le mie mani quando non potrò usare le mie. Che tu sia il mio cuore quando il mio avrà cessato di battere.
(...) Will, mi fido di te al di sopra di ogni cosa, e credo in te al di sopra di ogni cosa, sicuro che, come sempre, il tuo cuore è unito al mio anche in questa circostanza. Wo men shi jie bai xiong di... siamo più che fratelli, Will. Intraprendi questo viaggio, e intraprendilo non solo per te, ma per entrambi.

E alla fine, chiudo con la citazione di una delle più belle cose romantiche che abbia mai letto (figuriamoci sentito!) e non dico chi sono i due implicati, non mi sembra molto importante il "chi":
Le dita di lui percorsero il contorno della sua bocca -Per questo mi sarei fatto dannare per l'eternità. Per questo avrei rinunciato a tutto.

mercoledì 21 maggio 2014

Fai citazioni che ti passa... forse.

Esiste qualcosa di più impersonale delle citazioni? Certo, a volte tu leggi una frase e pensi "cazzo, avrei potuto scriverlo io!" oppure "Sono proprio le parole che sentivo nella mia testa ma che non riuscivo a decifrare". Io faccio spesso citazioni e in più, nonostante io compili diligente tutte le liste del Listography Project dicendo sempre e solo la mia verità, ho la sensazione che questo blog non sia più una "cosa personale" come la sentivo prima. Non saprei ben spiegare, non ho neanche una citazione chiarificatrice per le mani. Ho solo qualche appunto sparso...


L'unica cosa dritta che gli era capitata era stata la punta di un ombrello che gli premeva sul culo in un tram affollato.
(F. Oreglio, Il momento è catartico)


 
E' arrogante uno che dice le cose come stanno? Certo, la verità tante volte dà fastidio, e spesso si nasconde così bene che non si riesce a riconoscerla.
(Kathleen E. Woodiwiss, scusate ma il libro preciso non lo ricordo)



Sono una stella del firmamento
che osserva il mondo, disprezza il mondo
e si consuma nella propria luce.
Sono il mare che di notte si infuria,
il mare che si lamenta, pesante di vittime
che ad antichi peccati, nuovi ne accumula.
Sono bandito dal vostro mondo
cresciuto nell'orgoglio e dall'orgoglio tradito,
sono il re senza terra.
Sono la passione muta
in casa senza camino, in guerra senza spada
e ammalato sono della propria forza.
(Hermann Hesse)



Non c'è ferro che possa trafiggere il cuore con più forza di un punto messo al posto giusto.
(Guy de Maupassant, Isaak Babel)



Il punto è che non ho ancora capito il punto. Cosa cercavo di dire, di fare, di capire, di trovare.
Insomma, la storia della mia vita.



lunedì 7 aprile 2014

Quella simpatica Racchia.

Che poi racchia non è. Magari un po' cattivella, visto che mi ha sfidata a postare una poesia e sono parecchio carente a riguardo. Fate voi che l'unica poesia di cui ricordo a memoria una strofa è il Cinque Maggio di Manzoni.
Da qualche lontano e sbiadito ricordo di liceo, sono riuscita a trovare una poesia di cui ho sempre ammirato la delicatezza, la capacità di evocare con chiarezza immagini di una tranquilla serata in campagna, di come delle cose banali e quotidiane possano essere raccontate come qualcosa di magico.
Ci soffermiamo di più, io per prima, a osservare la parte marcia del mondo, la parte ingiusta, quella deludente, quella scadente. A volte sono queste parti a sembrare imponenti, a coprire tutto il resto, a sminuire il resto. Ed è leggendo parole come queste che ricordo che al mondo c'è più della sporcizia, del caos. Ci sono cose che diamo per scontate e che ignoriamo, ma spesso sono pochi attimi di leggerezza a lenire le ferite, lo stress, la stanchezza.

Silenzio!
Hanno chiuso le verdi
persiane delle case.
Non vogliono essere invase.
Troppe le fiamme
della tua gloria, o sole!
Bisbigliano appena
gli uccelli, poi tacciono,
vinti dal sonno.
Sembrano estinti
gli uomini, tanto è ora pace
e silenzio... Quand'ecco da tutti
gli alberi un suono s'accorda,
un sibilo lungo che assorda,
che solo è così: le cicale.

(Umberto Saba, Meriggio d'estate)


Così ho fatto la mia parte, adesso mi tocca nominare 3 persone a cui lanciare la sfida e che, a quanto pare, devono postare una poesia entro ventiquattro ore (non me ne volete, potete "vendicarvi" nominando a vostra volta altre tre persone):



Ringrazio LaRacchia per la nomination ^^

mercoledì 12 marzo 2014

Traslochi e sbarazzi.

Titolo tratto da esperienza reale (una bottega palermitana offriva servizio di trasloco anche per siculi dalla lingua unica). Ho deciso di togliere le citazioni dalla mia home page, sono in vena di eliminare i pesi morti.


Sorry, Mrs...


Ma siccome sono parole che mi piacciono li metto insieme in un post.

La gente ha sempre dei segreti. Si tratta solo di scoprire quali.
Stieg Larsson, da "Uomini che odiano le donne"



Non esistono innocenti, esistono solo gradi diversi di responsabilità.
Stieg Larsson, da "La ragazza che giocava col fuoco"



Sai una cosa? Esistono milioni di frasi sagge, del tipo "il tempo guarisce le ferite", ecc. Sono tutte solenni stronzate, ragazzo. Il dolore non diminuisce mai. Allo stesso modo come non si smette mai di cercare il motivo di qualcosa che ci tormenta. Ma bisogna fare attenzione a non perdere il lume della ragione (...) ciò che si può imparare è a convivere con il dolore. Non funziona sempre, ma con un po’ di pazienza e col passare degli anni diventa più facile.
Wulf Dorn, da "Il superstite"

sabato 23 novembre 2013

Da piccola

Credevo in molte cose.
Credevo che la gente sapesse che mentire è sbagliato e che non lo facesse mai (beata ingenuità).
Da piccola credevo che a Dio non piacessero i cani perché la mia adorata cagnolina era terrorizzata dai tuoni e stava sempre fuori dalla cuccia, anche a costo di bagnarsi tutta. L'inverno era un'angoscia continua.

Da piccola credevo che a venti anni avrei avuto una casa tutta mia, che non ci sarei stata spesso perché avrei viaggiato. Avrei avuto un lavoro, quindi avrei viaggiato, magari con una persona che mi amasse e non mi avrebbe lasciata mai, mai, mai. Odio ripetermi ma beata ingenuità.

Da piccola papà mi pagava con una banconota da mille lire ogni settimana se innaffiavo ogni giorno le sue piante (tranne la giummara, cioè la palma nana, ma papà non l'ha mai saputo perché quella dannata non si è mai decisa a perire; quella la odiavo perché ci bucavo sempre i palloni di mio fratello, rischiando così cazziatoni colossali e ripicche).

Da piccola volevo diventare cantante (prima di scoprire l'ineluttabile verità: sono stonata. Questo comunque non mi ha impedito di entrare nel coro della scuola media, solo perché ero una delle cocche della prof di musica e non mi ha fatto fare le audizioni. Grazie a lei ho saltato la maggior parte delle noiosissime lezioni di storia dell'arte, delle quali ad oggi ricordo a malapena che libro sembrava scritto in una lingua oscura).

Da piccola sognavo il futuro e volevo avere un lavoro per essere indipendente. Quale lavoro, oltre alla precedente? Camionista. Ebbene sì, era una delle opzioni che andavano per la maggiore; vuoi mettere? Essere pagata per viaggiare, stare svegli tutta la notte e mangiare schifezze super caloriche, che era tutto quello che volevo fare. Poi ci sono stati fotografa, botanica, vigile del fuoco, ciclista, maestra di italiano, pittrice, architetto, giornalista, scrittrice. E i sogni di carriera delle elementari sono completi.


Adesso ho quasi ventitré anni, nessun sogno di carriera, nessun sogno di amore imperituro, nessuna speranza che il futuro mi riservi qualcosa di grande e bello. Ho la crisi di mezza età, ancora una volta una crisi di identità fuori tempo. Crisi di identità pre-adolescenziale? Sedici anni. Crisi dei trenta anni? Ventitré meno due mesi. Caspita, spero che la soglia dei trenta sia un passaggio più semplice.



-Sono paranoico ed ossessivo fino all'abiura di me-

[citazioni da "Abiura di me" di Caparezza, da Le dimensioni del mio caos, 2008:
Io non vengo dalla strada, sono troppo nerd. Non sposo quella causa ho troppi flirt.

Nemmeno Freud saprebbe spiegarmi [...], perché la terra mi pare talmente maligna che in confronto Silent Hill assomiglia a Topolinia. Io devo scrivere perché sennò sclero.]

sabato 14 settembre 2013

Se per caso cadesse il mondo, io mi sposto un po' p... BOOM!


Due sere fa avevo una spiacevole sensazione addosso, qualcosa che diceva "ricordi perché non ti piacciono le sorprese?". Sfiga portami via. Ieri mattina mi sveglio e trovo un messaggio. Il sottofondo nella mia testa è stato un tuono, un unico singolo boato nello stile in cui si annunciava la Caccia Selvaggia. Era un sms di Mister X, il mago Casanova della mia vita. Torna dopo due mesi di totale silenzio (non ho contato i giorni... No, davvero) e con un sms telegrafico. Un sms dopo quello (scritto abbreviato e senza la minima traccia di punteggiatura, ma cosa abbiamo dodici anni?) va di nuovo via, libero come il foglio con gli sconti che ti lasciano sospeso nel buco della posta e portato via dal vento. Okay, non mi sono dimostrata né felice di sentirlo né interessata alla sua risposta (e a dirla tutta non ho ancora capito cosa provassi a riguardo, e in fondo ormai non importa) ma comunque gentile ed educata, però in quale universo torni dalla persona da cui sei andato via per una manciata di parole? Perché turbare lo stato delle cose se non hai intenzione di rimanere neanche per le solite due chiacchiere di rito tra persone civilizzate? Ero di nuovo me stessa, rassegnata sul fatto che mi ero sbagliata su di lui, su di noi, lo avevo accettato e messo in archivio (quello buio e polveroso dove non si sosta mai a lungo). E poi mi sveglio e trovo un suo sms. Perché?
Da lì apriti cielo. Sono stata di malumore tutto il giorno. La mia testa ha trascorso un'ora sotto le mani di una parrucchiera, cosa che non mi era mai successa, nemmeno quella volta che mi sono fatta tagliare la bellezza di cinque dita di capelli con tanto di acconciatura (mi sembra di ricordare che fosse la mia comunione o cresima, chissà). Dopo svariati tentativi dico "okay, vanno bene così", torno a casa e tolgo tutto senza ripensamenti. Soldi buttati nel cesso. E scusate il francesismo.
E quindi via tutto! In fondo era solo per un ricevimento di matrimonio. Ma la sfiga persiste: tavolo vicino agli amplificatori (con musica alquanto discutibile), salse pesanti al punto da coprire il sapore di salmoni o gamberetti, ricevimento all'aria aperta con l'umidità che mi teneva le tempie sotto torchio, i tacchi (che già odio di per sé) che sprofondavano nel prato, e buffet. Non ho niente contro i matrimoni, anche se ne ho un'idea tutta mia, ma ho molto contro i buffet: gente che spintona, che ti ruba il cibo, che prende con le mani oppure prende, mette nel suo piatto magari mischiando aceti con salse delicate, poi si accorge che non lo vuole e lo rimette dove lo ha trovato.
Ma poi che razza di vino era? Sospetto che ci abbiano messo dentro qualcosa perché dopo appena due bicchieri neanche pieni mi ritrovo improvvisamente con il cellulare in mano e sul display il testo di un sms. Non mi aspettavo un tuo sms, avevo inconsciamente scritto. Certo che non mi aspettavo un suo sms, ma non ha senso dirlo proprio a lui. E per fortuna mi sono fermata in tempo. Tremo al pensiero di quello che gli avrei scritto se avessi bevuto vodka, invece del vino. Ma come spesso accade, ho una canzone accanto a me che mi fa stare meglio.



A dire il vero io volevo solo stare bene
Fare a meno di vederti quando fuori piove
convincere i vicini a fare l'amore
stare alla larga dai finali a crepacuore
Non muovere un dito per restare insieme
godermi l'equilibrio finché tiene
A dire il vero io volevo solo stare bene
ricordarmi che sei bella una volta al mese


A dire il vero io volevo solo stare bene
preoccuparmi dei tuoi occhi quando mi conviene
guardare il cielo solo per le comete
trovare un senso a tutto come un buon prete
A dire il vero io volevo solo stare bene
sdraiarmi sulla terra finché scende il sole
sperando che anche gli altri abbiano trovato amore
nei viali deserti delle città vuote


E chilometri e chilometri
di scogliere e di discariche
di balconi affacciati sui binari e sugli svincoli
non chiediamo altro al mondo
che distruggerci e poi salvarci
prima che sia troppo tardi per
i farmaci e per le plastiche
questa voglia di superarsi
e di spingere e di spingere


A dire il vero io volevo solo stare bene
lavare per terra una volta al mese
e non spolverare i ripiani alti
di una libreria con i piedi scalzi
A dire il vero io volevo solo stare bene
piacere alla gente che ai prelievi sviene
le corsie d'emergenza non sono mai vuote
di donatori e grosse cilindrate

E chilometri e chilometri
di scogliere e di discariche
di balconi affacciati sui binari e sugli svincoli
non chiediamo altro al mondo
che distruggerci e poi salvarci
prima che sia troppo tardi per
i farmaci e per le plastiche
questa voglia di superarsi
e di spingere e di spingere

[Ministri, Spingere, album: Per un passato migliore, 2013]