Visualizzazione post con etichetta Wall of Shame. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Wall of Shame. Mostra tutti i post

venerdì 11 maggio 2018

Di quella volta che feci prendere un colpo al fidanzato.

Non ho mai apprezzato particolarmente le feste comandate, non apprezzo neanche i regali fatti per forza (ma per forza di chi o cosa, poi?) né il dover essere obbligatoriamente felice e circondata di gente in un giorno preciso.
Invece i regali fatti senza motivo, per caso, mi piacciono. Il mio fidanzato a volte entra in un bar a prendere il caffé e poi se ne esce con un cioccolatino per me.
Circa un anno fa, pensai di fargli un regalo ma prima volevo fargli uno scherzo (sarebbe stato troppo facile altrimenti). Quello che non sapevo è che gli stavo per far prendere un colpo.
In quel periodo entravamo spesso a far un giro in libreria e lui si fermava sempre tra gli scaffali dei saggi a sfogliare una biografia su uno scienziato... chiamiamolo "Tanino". A volte mi vedeva arrivare e lo posava, altre volte diceva cose tipo "Devo pagare la rata dell'università, appena racimolo dei soldi me lo compro". Al che, la mia mente si è attivata. Perché aspettare? Tanto i suoi pochi guadagni li avrebbe spesi per le tasse della macchina o la benzina. E poi era bello quel luccichio che aveva negli occhi ogni volta che vedeva quel libro, così simile alla gioia fanciullesca che lo attraversa quando vediamo in un negozio gli articoli di ferramenta (giocattoli da ingegnere, suppongo).
Non so esattamente come e perché mi sia venuta quell'idea, fatto sta che più ci pensavo e più sembrava divertente. Insomma, anche se lo avessi incartato per bene avrebbe comunque avuto l'inequivocabile forma di un libro, non sarebbe stata una grande sorpresa.
Un giorno sono uscita e ho fatto l'acquisto, giravo per le strade con l'aspetto losco di chi sta compiendo una malefatta, tanto che temevo di incontrare qualche persona che avrebbe potuto spifferare al fidanzato che ero in giro e magari fargli qualche allusione. Conoscendolo, sarebbe finita in una rissa verbale. Ma tutto è filato liscio.
Tornata a casa, ho compiuto il misfatto: ho coperto il libro su Tanino con la copertina di un altro libro, comprato con 1,50€ al mercatino dell'usato; per la precisione, un romanzo rosa ambientato nel medioevo che potete ammirare in tutta la sua discutibile zuccherosità grafica e che ricopriva perfettamente la biografia.



Il giorno dopo gli ho comunicato che avevo qualcosa per lui. Ovviamente appena ha visto il pacco ha subito esclamato, felice come un pupo, "È Tanino!". Aveva il sorriso che gli andava da un orecchio all'altro e gli occhi che brillavano come lucine natalizie. In quel momento mi sono sentita una merda, ero tentata di sabotare il piano: lui era troppo contento e io troppo cattiva. Ma ho resistito, mi sono fatta coraggio con un colpo di tosse e con una calma apparente sconcertante l'ho avvertito.
"Non è lui."
Si è immobilizzato, mi ha guardata. La confusione sulla sua faccia mi ha fatta traballare, ma con una professionalità da premio Oscar ho continuato la farsa senza far trapelare niente.
"Una stronza ha comprato l'ultima copia che avevano".

Indeciso se credermi o meno, dibattuto nel chiedersi se fosse uno scherzo o una deludente realtà, è rimasto un minuto buono a scrutare quel libro ancora incartato.
"Seh, mi prendi in giro."
 "Aprilo e vedi."
Ha esitato ma alla fine si è deciso e mentre rompeva la carta gli ho dato una spiegazione
"Siccome quello che volevi non c'era e volevo comprarti qualcosa, ho pensato di approfittarne per regalarti un libro di un genere che non hai mai letto."
Tolta tutta la carta, si è bloccato a fissare quella copertina soft-porno per più di due minuti, ammutolito, con un falsissimo sorriso e il volto che diventava sempre più rosso con sfumature violacee. Gli leggevo in faccia quanto gli facesse schifo l'idea di leggere un romanzo del genere e tuttavia non voleva ferirmi o deludermi (o non sapeva cosa fare).
Ad un certo punto si è riscosso, si è messo a sfogliarlo e io ho pensato che avrebbe capito. Invece no.
Ha sfogliato ancora, è arrivato alle pagine fotografiche e mi sono detta che a quel punto avrebbe riconosciuto uno dei più famosi Tanino della storia. Invece no, era ancora intrappolato nel suo incubo e il colore della sua faccia era sempre più scuro.
Lì ho pensato che stesse per venirgli un colpo e mi è venuto un groppo in gola che mi impediva di pronunciare una sillaba. Per puro caso, o per un abbassamento di pressione che gli ha fatto allentare la presa, la copertina è scivolata via rivelando il suo segreto: il primo piano del volto di Tanino schiaffato in copertina.
Lui si è voltato verso di me e sembrava un'altra persona, una persona felice, il sorrisone sincero e le sopracciglia sollevate davvero molto in alto per la sorpresa improvvisa e, oramai, insperata.
Ho alzato le spalle e ho ammesso "Quella stronza ero io".
Mi ha abbracciata tanto forte da fare quasi male, mi ha pure sollevata da terra e mi ha girata come una trottola. Sembrava non voler più mollare la presa. Intanto rideva o diceva grazie.
Credo fosse così sollevato e felice da non aver provato nessuna rabbia o risentimento, neanche per mezzo secondo, è passato direttamente dallo sconforto alla gioia in un momento.

Scherzo? Riuscito.
Sorpresa? Riuscita.
Infarto? Per fortuna evitato.

A volte esce fuori la Karen Walker che è dentro di me.
E voi? Mai avuto un piano malefico per far sudare un vostro caro prima di donargli il dolce?

venerdì 12 maggio 2017

Difficoltà fantasma.

Un periodo un po' strano, questo.
Tutto intorno a me sembra difficile, ostile. Come il vento che percuote gli alberi, le case, o leggero attraversa le ossa del mio corpo; un po' tramontana, un po' tira lo scirocco, lo scirocco che accarezza sempre la mia terra. Una terra che amo profondamente e che a volte odio. Quando la odio poi mi sento in colpa. Mi dico che non è colpa della terra se il mondo intorno a me sembra piccolo, asfissiante, senza sbocchi, senza zucchero né sale.
Sono irrequieta ma sento terribilmente l'abulia. Non riesco più a fare nulla, non riesco a costruire niente. Ma quale costruire se non so neanche mantenere quello che in passato ho costruito?
Dove sono gli amici degli ultimi sette anni? Dove sono quelle persone che credevo avrebbero partecipato alla mia vita? Eppure sono qui, pochi chilometri ci dividono, però non li vedo, non li sento. Non sono capace. Io non li cerco e loro non cercano me.
Le giornate scorrono con incredibile velocità e non posso neanche tirare le somme perché non c'è niente da sommare. Mi sento vuota.
Poi vedo il mio ragazzo, lo abbraccio forte. Non sono affatto forte, ho delle braccia di ricotta, ma ci sono volte che lo stringo così forte da impedirgli di respirare. Quando me ne accorgo lo libero e lui ride, contento. Io mi spavento. In quell'abbraccio trovo pace, serenità, faccio pace col mondo, ritrovo le energie, la voglia di fare concretamente qualcosa, qualunque cosa. Lui ride, io pure, e dentro sprofondo. Non è giusto dargli tutto questo potere, tutte queste responsabilità. Il mio stato emotivo non può dipendere da lui come da nessun altro. Allora mi dico "Appena rientro a casa mi metto a fare qualcosa, DEVO fare qualcosa..." e faccio progetti, progetti che puntualmente sfumano, si perdono, si infrangono. Non ho mai voglia di fare niente, non ho energie né idee. Il vuoto.


Mando sempre meno curriculum, chiamo o scrivo sempre più di rado, leggo una pagina ogni due settimane, non ho progetti per il futuro, non so cosa voglio diventare, non ho ambizioni e tutto questo mi sta facendo diventare un fantasma.
Le difficoltà sono per la maggior parte nella mia testa.
Potrei tornare all'università ma la memoria mi è traditrice.
Potrei lavorare ma il posto non c'è e non so come crearmene uno. Non so neanche cosa cercare.
Potrei scrivere una di quelle storie che ho iniziato e mai completato, ma non ho idee e ogni frase che scrivo mi sembra banale, puerile, stupida, inutile.
Eppure esistono persone che fanno queste cose quotidianamente, una o anche tutte insieme. Persone che studiano, lavorano, scrivono e magari riescono pure a essere pubblicati. E io sono bloccata da difficoltà fantasma.
Non so neanche cosa sto scrivendo o perché. Io non posso essere di esempio per nessuno, ci sono molte persone più degne di essere un esempio, persone che hanno sofferto più di me e che hanno difficoltà più dure e crudeli delle mie e che ce la fanno; posso solo dire di stringere i denti perché è l'unica cosa che so fare.
So solo che è tardi e non ho voglia neanche di dormire.
Sono già spenta.

mercoledì 8 febbraio 2017

Nuddru ammiscatu cu nente. Ovvero di nullità ed altre cose.



 Nella mia madre patria Sicilia esiste un affascinante detto: Iddro è nuddru ammiscatu cu nente, ovvero "lui è nessuno mischiato con niente"; per dire che un certo tizio è un signor nessuno che vale meno di niente.
Quando mi parte l'insulto erudito mi piace pronunciare, stile scioglilingua, una cosa imparata al liceo: l'essere è e non è possibile che non sia, il non essere non è e non è possibile che sia. Ora, chi non ha studiato filosofia e Parmenide o non ha l'udito ben acuito difficilmente mi capisce a primo colpo. Di solito si lanciano in esclamazioni come eh? Cosa? Che hai detto? oppure si limitano a pensare che sono pazza, o schizofrenica, o semplicemente una rompicoglioni che dice parole a caso. Andiamo, a chi non è mai capitato di trovarsi a parlare con una persona insopportabile a causa del carattere, dell'educazione o dell'orgogliosa e cieca stupidità? Magari ci è impossibile rispondere con un aperto e salutare insulto (si viene spesso indicati come immaturi, puerili o cattivi), tipo quel detto siciliano di poc'anzi, però secondo me ci sono situazioni nelle quali tacere completamente è sbagliato, urge una risposta di qualche tipo.
Per esempio: mettiamo caso che una persona ci stia pubblicamente prendendo in giro/insultando o mettendo volutamente a disagio di fronte ad altri. Mettiamo caso che non ci sia nel gruppo qualcuno disposto a contraccambiare per difenderci o che creda che la frecciatina rivolta a noi sia una semplice battuta e non un deliberato atto di svalutazione. Non ditemi che dovrei restare calma, fare buon viso a cattivo gioco, porgere l'altra guancia o che dir si voglia; non me lo dite, perché nella mia testa in questi casi già risuona la Cavalcata delle Valchirie. Purtroppo sono dotata di un certo livello di educazione e civiltà, per quanto a volte così non sembra, con un personalissimo senso della riservatezza. Per cui le soluzioni sono due: o faccio un sorrisetto come per dire "Che povero idiota, neanche meriti una risposta", che comunque va per la maggiore, oppure me ne esco fuori con battute complicate, distorte e arzigogolate che rendono la gente come minimo perplessa.
Poi però capita che la persona alla quale rivolgo quella frase, definiamola pure non-sense, capisca che l'ho insultata. Ecco, provo una specie di soddisfazione sadica quando succede.

Eh sì, mio caro Mister Perfezione/mia cara Ms. Perfezione: oso ribattere e ti metto al tappeto, sia pur metaforico, perché io non sarò una gran figa intelligentissima, bellissima, coltissima, simpaticissima come tu ritieni di essere, ma perché TU SI NUDDRU AMMISCATU CU NENTE.


TU

NON

VALI

UN

CAZZO.






PS: questo è uno sfogo in termini generali, ma negli ultimi tempi c'è una persona nella mia vita reale, quella non virtuale, alla quale dedicherei questo messaggio.

venerdì 15 aprile 2016

Mayday: Maya vs Technology.

Momento della domanda retorica: come può essere finito uno scontro tra me e la tecnologia? Ovviamente con me sconfitta.
Manco da più di un mese, ma la colpa non è tutta mia, è che la tecnologia semplicemente odia me e ama vedermi bloccata nel secolo scorso, o anche più.
Il primo ad abbandonarmi è stato il cellulare. Tutta colpa di whatsapp e dell'obbligo di aggiornarlo. In pratica mi si costringeva ad aggiornarlo, altrimenti a non usarlo mai più. Il problema vero è iniziato quando ho avviato quell'infame di Google play, che si è categoricamente rifiutato di aprirsi. Mi sono perciò ritrovata o ad aspettare venti minuti che si aprisse (invano, il cerchietto continuava sempre a roteare) oppure a visualizzare un messaggio di errore che mi chiudeva l'app. Dapprima il problema era con Google play, ma poi il telefono ha cominciato a bloccarsi mentre usavo un'app, scaricata col sudore della fronte e delle dita, e infine non si apriva più niente che richiedesse l'utilizzo di internet. La storia era sempre la stessa, ossia lo schermo diventava nero, il telefono vibrava e infine un messaggio mi diceva che l'applicazione era collassata per un qualche errore.
Quindi non solo ho dovuto fare i conti con l'irritante idea che mi dovessi comprare un nuovo telefono (che palle! Voglio il mio telefono, non uno che si fracasserà alla sua prima caduta dalle scale o il suo primo bagnetto in una pozzanghera), che già di per sé questa cosa mi faceva incazzare, ma no! Non era sufficiente! Dovevo pure ascoltare gli amici che ridendo mi dicevano "Và ettalo! Accattate un I-phone" (per i non-siculi "Buttalo! Comprati un I-phone"), ma giammai l'Apple mi avrà! E il fidanzato che spesso aggiungeva "Il tuo telefono è obsoleto, come te". Tesoro, non sono obsoleta, sono ANACRONISTICA. Comunque il fatto che sia ancora vivo e illeso vuol dire che lo amo davvero. E che quel suo sorriso dovrebbe avere delle clausole di utilizzo.
Per concludere questo capitolo, fortunatamente non ho dovuto comprare un nuovo telefono perché due settimane dopo (e un ripristino dei dati di fabbrica che non servì a nulla) lo diedi al mio amico V con una allettante promessa: prova a fare una delle tue magie, se ti riesce ti compro il paninazzo più imbottito che la tua mente riesce a concepire. Ci è riuscito (mi hanno fottuto mezza ricarica perché non ho un'offerta internet attiva, ma per lo meno funziona e ho risparmiato tante belle banconote).

Nel frattempo di questo problema, se n'è aggiunto un altro: preso di invidia, anche il mio pc ha voluto le ferie, perciò si è spento e si è rifiutato di accendersi. Se mi scoccia comprare un nuovo telefono, figuriamoci un pc nuovo! Provando e riprovando alla fine ho capito il problema, cioè che non era il pc ad essere rotto bensì il carica batterie. Da qui inizia l'epopea per trovare un alimentatore compatibile con il mio pc, che comprende un rischio di infarto quando l'unico che becco costa la bellezza di 35€. Ma che scherziamo? Un pezzetto di filo, una scatoletta per 35€, 'azz è una rapina!
Soluzione? L'ho comprato su internet a circa metà prezzo, spedito e arrivato in meno di una settimana.

Saranno finite qui le mie disavventure? NO. Un giorno mi si rompe la tv (si vede lo schermo blu e l'audio si sente se metto un supporto fisico sotto l'attacco della presa scart) e qualche giorno dopo mi ritrovo gli occhiali che mi penzolano sul naso e un'asta dei suddetti ai miei piedi. Razza di sfiga malefica, pure gli occhiali s'è presa! Non vi dico le difficoltà di fare cena e guardare la televisione indossando gli occhiali da sole. Per fortuna ho dovuto resistere solo una sera, una mattina e mezzo pomeriggio per riavere i miei occhiali integri.



Dopo tutte queste difficoltà, ho passato quasi una settimana senza alcuna voglia di usare il pc. Me ne mancava proprio la forza ogni volta che gettavo uno sguardo su di esso. Ero esausta e sconfitta.
Magari viene da pensare che in tutto questo ho avuto più tempo da dedicare alla lettura e invece niente. Più di un mese fa ho cominciato finalmente a leggere Il Conte di Montecristo ma sono ancora in alto mare, non ho avuto proprio voglia di leggere. Per di più, come successe per Grandi speranze di Dickens, mi sta piacendo molto e lo sto diluendo nel tempo (peccato che Grandi speranze ha circa 490 pagine, mentre Il Conte ne ha quasi 900). Il libro l'ho comprato durante la mia breve permanenza a Parma ed è di quel formato super fico, quelli con la copertina imbottita e il prezzo basso (4.90€ alla Feltrinelli). Non so quanto mi ci vorrà a finirlo, ma non penso sarà a breve.
Stanca ma viva.


martedì 27 ottobre 2015

S.O.S.: estranei, matrimonio, panico.

Pensavo di essere migliorata nelle interazioni sociali, anche quelle casuali destinate a non avere seguito. Invece pare di no.
Accompagno mia madre in chiesa a vedere la cerimonia di matrimonio di una conoscente, persona che conosce anche mia zia e che di conseguenza abbiamo incontrato nell'attesa della sposa. Insieme a mia zia ci sono altre persone che non ho mai visto, parlavano in continuazione di cose che io ritengo superficiali ma che questo genere di persone prende molto seriamente. Ad un certo punto, mia zia mi fa una semplice e innocua domanda di circostanza e vedo tutto il gruppetto che all'unisono, perfettamente in sincrono, si volta verso di me. Mentre avevo improvvisamente gli occhi di tutti addosso, ho perso momentaneamente l'uso della parola. Un momento di vuoto e silenzio anche dentro la mia testa, poi il pensiero "Ma perché queste qui si devono fare i fatti miei? Chi le ha mai viste? Non le voglio conoscere" e così ho risposto con una parola a mia zia, a quella e ad altre due domande. Al che, mia madre si è sentita in obbligo di parlare dei miei problemi di salute e credo proprio che il mio sguardo assassino avrebbe intimorito tutti, facendo persino arretrare qualcuno, ma per la fortuna di tutti le lenti degli occhiali da sole lo hanno nascosto. Poi mi hanno mollata per tornare a chiacchierare delle loro facezie tra di loro, io ho abbandonato mia madre al suo destino, nonostante le sue proteste, e sono scappata per rifugiarmi in macchina ad ascoltare musica metal.

A quanto pare non sono ancora pronta ad abbandonare la mia zona di comfort.

Un po' di tempo dopo ho avuto una specie di attacco di panico... C'è questo ragazzo, con cui parlo molto ogni giorno, ogni tanto usciamo insieme da soli e in ogni caso parliamo molto, di tante cose e, oddio, quante cose di me ho rivelato! Non è da me! Ma cosa è da me, in fondo? Evitare ogni situazione potenzialmente rischiosa, o mandare all'aria relazioni che promettono di diventare qualcosa di più. E adesso c'è lui che mi parla di cose serie, dei motivi per cui con altre non è andata e io continuo a pensare che non è possibile essere così perfetti, così giovani e così ragionevoli. E che finirò per essere soltanto l'ennesima delusione che racconterà a qualcun altra. Ha un anno in meno di me e ha già progetti sul futuro e un'idea piuttosto precisa su come sarà il suo stato civile. Ecco, io fiuto qualcosa di losco, nasconde delle motivazioni poco oneste. Questo oppure sono troppo paranoica. Non può essere tanto perfetto! Non a me! Non succedono cose del genere A ME; siamo seri, quando mai. E la seppur minima, minuscola possibilità che sia onesto mi mette ansia. E poi, con tutte le volte che siamo usciti, non ha tentato neanche una volta di baciarmi o di prendermi la mano, mai! Non ci sono abituata... Vero è che non mi piacciono i contatti fisici, ma il fatto che non abbia mai tentato di baciarmi mi rode il cervello... Non è così che va di solito. Di solito lui tenta di baciarmi, se mi piace è okay, se non mi piace lo respingo: semplice e istintivo. Ma lui no e questo mi confonde. Non capisco.
Vado nel panico perché mi sento una ragazzina immatura. A sedici anni ero molto matura per la mia età, ho iniziato a vivere davvero solo un paio di anni dopo, adesso invece sembro una quattordicenne e peggio: mi ci sento. Tutto mi spaventa, non so cosa fare, non ho più le mie percezioni istintive che si rivelano esatte. Non ho più percezioni. E non sono abituata a non avere le mie percezioni, sono la mia difesa e funzionano sempre bene. La verità è che non sono innamorata di lui e se la cosa andasse avanti sarebbe la prima volta che non mi innamoro a prima vista (cioè, a prima percezione). So che non ha mai funzionato, innamorarsi a prima percezione, però 'sta cosa mi spaventa non poco. Perché ho dimenticato tutto quello che ho imparato? Perché non so più a quali segnali fare attenzione? Che diavolo faccio? Come faccio a capire se provo qualcosa per lui se non sono più capace di avere le mie sensazionali percezioni? PANICO. E tremarella. Aiuto.


Follow me!

venerdì 8 maggio 2015

Pensieri vari.

Sono stanca.
Non voglio essere quella depressa che fa deprimere gli altri e non voglio essere lamentosa. Ma lo sono.
Disgraziatamente ci sono periodi in cui lo sono.

Mi rendo conto di avere un po' il disturbo bipolare, oppure la ciclotimia. E so che non dovrei diagnosticarmi malattie di nessun genere, soprattutto consultando google e siti dalla dubbia validità psicologica e non uno specialista; i sintomi però ci sono e ho imparato a riconoscerli.
Up and down.
C'è stato un periodo di calma e tranquillità, poi ho trascorso un bel primo maggio con amici vecchi e nuovi (io che socializzo, davvero, sono la prima ad esserne stupita), ho persino flirtato con un ragazzo piuttosto carino e molto interessante (sebbene abbia l'abitudine di chiamare la gente "zio/a", me compresa e questo sia fastidioso). Eh sì, insomma, flirtare con lui è stato piacevole, divertente, appagante, rivitalizzante, entusiasmante, ante, ante... Per alcuni giorni successivi sono stata davvero bene, di buon umore, con voglia di uscire e fare cose, andare all'avventura, di fare la scema con i miei amici per ridere e scherzare tutti insieme, in allegria. Così in allegria che una sera un mio amico mi ha detto "Sembri ubriaca, cazzo c'era nel dolce che hai mangiato?".
Adesso sono sempre di umore nero. Non bevo più il the che tanto mi calmava, non ho voglia di prepararmi per uscire e andare in giro a vedere gente, non ascolto musica, rispondo male a chiunque per qualunque domanda oppure non rispondo affatto (un grugnito non è una risposta), non leggo più, non scrivo da non so quanto tempo. Magari leggo qualche post dai blog che seguo ma li lascio senza lasciare traccia: non mi viene niente da dire, non ho niente da dire. Vado via per come sono arrivata: dall'ombra informe, in un angolo, senza fare rumore.
Non ho voglia di fare niente di niente.
Sono stanca di sentirmi così. Stanca di sentirmi tanto nera. Tanto inadeguata. Tanto fuori posto.

Non sono una psicologa, ma penso che alla fine si riduca tutto a questo: non mi amo abbastanza.
Mi amo il più delle volte, altre volte per niente. Quello che è, non è stato un sentimento nato spontaneamente, l'ho forzato perché sapevo che nessuno lo avrebbe potuto fare al posto mio, nessuno sarebbe mai stato completamente dalla mia parte. Così sto certamente meglio rispetto a, boh che dire, diciamo otto anni fa; però continuo a faticare tanto per cose che la gente da per scontate, proprio perché le fa con naturalezza, senza pensare, d'istinto.
Il mio istinto di socializzazione è pari a zero.

Eppure ci sono state, e alcune ci sono ancora, persone che mi hanno detto che sono una buona/ottima amica. Questo mi fa stare bene, la maggior parte delle volte invece mi confonde, mi fa chiedere sarà vero? Okay, so ascoltare, ho empatia in abbondanza, so dare consigli sensati (mi basta pensare cosa farebbe una persona sana? Cosa non farei io? E boom, un altro buon consiglio dispensato con amore). Ma quando certuni lo dicono lo accompagnano a un sorriso vero, non di quelli finti, preconfezionati, che si capisce quando un sorriso è vero e quando non lo è. Allora mi illudo di non essere poi tanto male, come persona, come amica. E quando penso a queste ultime cose penso sempre ad una canzone dei Rasmus che dice

Just one more life
I'm so sick and tired of singing the blues
I should turn my life around
Tell me why do I feel this way
all my life I've been standing on the borderline
too many bridges burned
too many lies I've heard
[...]
They follow me home, disturbing my sleep
but I'll find a place, place where they cannot find me
Maybe I'm lost and maybe I'm scared
but too many times I've closed the doors behind me
(Time to burn, The Rasmus, album: Dead letters, 2003)

Pure delle persone che con un vero sorriso mi hanno detto di essere una buona amica alla fine se ne sono andate. Sparite, anche senza dire niente. La colpa è anche mia: non riesco ad essere sempre presente, non sono assillante, a volte lo spazio che do è troppo e si scambia per indifferenza. Perché se non è questo, se non è la mia falsa indifferenza ad allontanare tutti, allora cos'è? Non è la vita, in un buco di città come questo. Non vedo gente da mesi pur vivendo a pochi chilometri di distanza.
Poi c'è chi, a diverse regioni di distanza, c'è. La mia G. c'è, anche quando passano mesi senza sentirci, poi ci sentiamo ed è come se quei mesi non ci fossero mai stati, come se fossimo ancora le liceali che andavano a piedi alla stazione dell'autobus. A volte mi sono chiesta come sarebbero state le nostre vite se ci fossimo incontrate alle elementari; saremmo state comunque amiche? Sarebbe stato meglio o peggio? Ma anche qui vige l'abitudine di frequentare la scuola più vicina, almeno fino al pieno dell'adolescenza.
Quindi, se non è l'impressione che sono indifferente, ed escludendo la mancanza del bisogno della mia spalla comprensiva (in tal caso il ponte lo brucio io, buona sì ma fessa no), allora cos'è? A volte la risposta non mi importa, vado avanti come ho sempre fatto, dritta tutta e lacrime in tasca. A volte la risposta mi dico che sono io.
E non sono capace di cambiare il flusso dell'acqua sotto i ponti.

martedì 7 aprile 2015

Dimmi la verità!


... o anche no. Del resto, la verità è relativa.
E magari domani sarà la verità.
Lo dico sempre che non dovrei comunicare nel post-sbronza, ma sono conosciuta per dare ottimi consigli che io non seguo.

martedì 24 febbraio 2015

Panic station.

Per certi versi sarei una fidanzata perfetta: odio fare shopping (se non si tratta di libri) e se proprio devo comprare qualcosa ci vado da sola. Non voglio accompagnamento, neanche in auto.
Perciò qualche giorno fa mi sono detta: non mi serve niente ma c'è il 70% di sconto in molti negozi, tanto vale provare.
Già il fatto che ho avuto bisogno di una settimana per scrivere un post cazzone dovrebbe voler dire qualcosa. E dire che ero già di malumore perché, nei miei 24 anni di vita, avevo iniziato e poi abbandonato soltanto due libri, adesso ho deciso di abbandonare il terzo libro. Non ce la faccio a leggere un romanzo per cui necessito di consultare il dizionario una volta per rigo.
Quindi, visto che sono masochista, me ne sono andata in giro per negozi.
Non l'avessi mai fatto.
Il caos, un girone dell'Inferno, una scarpa strettissima e una larga col tacco di dodici centimetri sui sampietrini. Ecco, capitemi.
Un pittuso (buco) di negozio con mezzo centinaio di persone, ovviamente tutti forti della convinzione di avere una Missione Santa e di essere circondati da infedeli pronti a portarsi via il Santo Graal che appartiene a loro, prima ancora di averne anche solo percepito l'esistenza. In più l'aria condizionata accesa, senza scherzare ci saranno stati 35 gradi (Celsius), mentre io ero impossibilitata a togliermi persino il giubbotto.
Ad un certo punto inizio ad avere vertigini e difficoltà respiratorie; capisco che sta arrivando una mia cara amica: Claustrofobia. Quindi mi fermo, mi costringo a respirare a fondo lentamente e a pensare a qualcosa di innocuo che non sia crearmi una via di uscita dal negozietto a forza di gomitate e calci alle ginocchia.
Sono all'orlo di una crisi isterica e una vocina nella mia testa inizia a urlare: se parte un'altra canzone da discoteca spacco una cassa.
Oh, devo avere qualche potere mentale perché a questo punto parte una canzone che mi piace e che ho apprezzato nella sua ironia: Panic station, dei Muse.


Pussa via Claustrof! Scoppio a ridere, la gente mi guarda ma detto con franchezza non me ne frega un cazzo, e noncurante degli sguardi mi sono pure messa a cantare, nelle mie stonature e con la mia pronuncia orribile. Ma se quel tizio di fronte a me non si vergogna di indossare blue jeans col risvoltino, mocassini scuri e calzino bianco (di conseguenza bene in vista), perché mai IO dovrei provare vergogna?! Muah!

Poi davvero, veramente i negozi espongono roba del genere e GENTE REALE LI COMPRA PER INDOSSARLI???

Mi rifiuto di metterci il mio nome o il nome del blog.


Alla fine, per gratificarmi di essere sopravvissuta e scampata alle vie coi negozi, sono andata in un bar e mi sono presa una fetta di torta al cioccolato.


domenica 25 gennaio 2015

Poi dicono che una non si deve incazzare.

Al telegiornale regionale l'altra sera ho sentito una notizia che ancora, a distanza di parecchie ore, mi fa incazzare alla grande. Nel senso, non riesco proprio a credere che sia successo veramente.
Per davvero nel XXI secolo ancora si devono avere pregiudizi insensati come questi?
Immaginatevi la situazione: vai alla motorizzazione per rinnovare la patente, ti viene da dire con naturalezza (perché non dovrebbe e non potrebbe essere altrimenti) che sei omosessuale e loro, questa gente non meglio identificata (e forse è meglio così), ti tolgono la patente.
Ma che scherziamo? Non vi fate schifo da soli? Quando vi guardate allo specchio non vi viene voglia di sputarvi in faccia da soli o di prendervi a schiaffi?

E io che credevo di aver sentito la cazzata dell'anno quando Alfano ha decretato l'annullamento di tutte le unioni civili tra persone dello stesso sesso. E di conseguenza l'epicità di un commento di Nichi Vendola a riguardo: Si dovrebbe dire ad Alfano di uscire dalle caverne. (qui)

Io boh, veramente non riesco a capacitarmi di queste ingiustizie, di cotanta disarmante e cieca stupidità. Stiamo evidentemente degenerando.
Chi cazzo si credono di essere per giudicare una persona? E peggio ancora, per giudicare i SENTIMENTI di qualcuno? Come se esistessero al mondo persone che non meritano di avere dei sentimenti! Cosa vi da il diritto e la presunzione di sapere ciò che è giusto e ciò che non lo è? Cosa ci vedono di sbagliato nell'amare una persona? Cos'è che davvero forma una famiglia, amore e rispetto reciproco oppure quattro parole predefinite recitate a memoria durante una cerimonia?
Mi si rivolta lo stomaco per la rabbia. In fondo mi si potrebbe chiedere che me ne importa, cosa ci guadagno ad arrabbiarmi per l'impossibilità del matrimonio tra persone omosessuali visto che io sono etero e quindi non è un mio problema... ecco, la risposta sta proprio qui: perché io etero (o io etero agnostico, o tu etero ateo) posso sposarmi e due persone (mi piace sottolineare PERSONE) dello stesso sesso no? Cos'ho io più di loro? Come se bastasse il mio orientamento sessuale a fare di me "una brava persona", o un bravo cittadino, o una persona degna, o quant'altro; insomma, a fare di me qualcuno che ne ha diritto e che se lo merita.

E' incredibile quanto sia facile, di questi tempi, condannare l'amore mentre si giustificano i crimini, da un banale furto alla mafia, da una violenza agli omicidi (per banalità pongo un quesito: chi mi sa dire il nome di quel politico italiano che disse "Non sapevo di possedere quella casa, me l'hanno regalata!", cioè un evasore fiscale -e quindi ladro- che non è stato punito dalla Legge? Chi mi risponde correttamente vince un applauso in standing ovation).

Riporto la copertina di un album dei NOFX e quanto scritto sul b-side del disco, per la precisione un EP del 2003. Queste frasi fanno parte di una canzone.



"Per primi mandarono via gli spacciatori, teniamo i nostri ragazzi al sicuro e lontani dalle strade.
Poi mandarono via le prostitute, teniamo gli uomini sposati rinchiusi in casa.
Poi cacciarono via i barboni, poi pestarono a sangue i froci, li fecero diventare dei cercatori di rifugio.
CI NUTRIRONO DI SOSPETTI E PAURE
NOI NON ALZAMMO LA VOCE
Non facemmo storie.
E' buffo che non fosse rimasto più nessuno a notarlo, quando vennero per noi.
Sembra sia la stagione delle streghe, faresti meglio a sventolare la tua bandiera e stare attento a chiunque somigli alla descrizione, LA DIVERSITA' E' ADESSO LA NOSTRA PAURA PIU' GRANDE.
ORA CON LE NOSTRE CONVERSAZIONI INTERCETTATE E LE NOSTRE DIFFERENZE ESPOSTE, COME SI PUO' AMARE IL VICINO CON LE NOSTRE MENTI E TENDINE CHIUSE?
Ci preoccupavamo del "grande fratello", ora abbiamo un grande padre e una grande madre ancora più grandi.
E tu ancora credi che a questa ARISTOCRAZIA gliene freghi un cazzo di te. Hanno messo la farsa nella democrazia e tu hai ingoiato ogni amo.
LA TRISTE VERITA' E' CHE TI CONVIENE SEGUIRE IL BANCO DEI PESCI NELLA RETE PERCHE' NUOTARE DA SOLI NEL MARE NON E' IL TIPO DI LIBERTA' CHE VUOI.
[...] Un paese di infanti adulti. Una legione di nani mentali tutti a riprendere la loro INCOSCIENZA."

Questo per dire quanto sia facile cercare un motivo d'odio, una ragione per odiare, piuttosto che trovare qualcosa che invece ci unisca. C'è sempre, si trova sempre qualcosa da condannare negli altri. E' così semplice puntare il dito, no?


*** P.S.: si può trovare un vero articolo giornalistico a riguardo QUI ***

domenica 17 agosto 2014

Le cinquanta sfumature del vomito.

Questa è la poesia e la gioia di vivere che si scatena negli animi dei poveri lettori quando terminano (probabilmente dietro terribili minacce) la lettura di Cinquanta sfumature di grigio. Per questo mi avvarrò di alcune scene tratte da Willy, il principe di Bel Air, altrimenti mi fermo qui e vado a nascondermi sotto il letto.
All'inizio ero piuttosto incerta sul parlare o no di questa mia deplorevole lettura, poi mi sono detta: se una cinquantenne non si vergogna di pubblicare delle fantasie da sessualmente frustrata quale evidentemente è, con un linguaggio da tredicenne che marina regolarmente la scuola, perché non posso scriverne io nel mio piccolo spazio virtuale? E gratis anche, eh!
Passato questo dubbio, da amante dei dettagli, mi sono chiesta se fosse giusto mettere a questo post l'etichetta "Angolo Libro", inquinando così i sentimenti positivi che mi legano ai libri di cui ho già parlato (tranne Madame Bovary, che continua a non piacermi). Perciò l'etichetta più adatta mi è sembrata "Wall of shame" (per di più facendo concorrenza spietata a quel monumento che tanto detesto, quindi figuriamoci).

Mi sono convinta a leggere questo cumulo di carta (mi rifiuto di chiamarlo "libro") solo perché la mia bacheca di Facebook era piena di video trailer, condivisi pure da persone che ho sempre ritenuto assennate. Manderanno il film nelle sale a San Valentino, dunque ho ingenuamente pensato che la storia del sadomaso fosse equilibrato con del sentimentalismo da diabete di tipo II. Mi sono detta, ancora più ingenuamente devo ammettere, non potrà essere davvero così orribile, no? Magari le persone che tanto lo criticano sono dei frustrati anche loro, persone che desiderano essere al posto dei protagonisti ma che al massimo posso fare la parte degli addetti alla pulizia. Ebbene, mi inginocchio sui ceci e chiedo scusa a quelle persone per i miei cattivi pensieri. E dirò di più: se il tuo partner ti propone di andare al cinema a vederlo beh, ATTENZIONE. Io al posto tuo mi farei tante scomode domande.

Dopo questa lunga premessa, per dire in sostanza che mi ero partita senza pregiudizi e con tanta buona volontà, procediamo per piccoli passi. Partiamo con i personaggi:
Anastasia, detta Ana (che simpatico nomignolo, eh? Tutta farina del sacco della James), ventunenne vergine, con dei bruni e brutti capelli (per sua stessa ammissione in prima pagina), timida, impacciata, insicura, goffa, con la vivacità e la personalità di un comodino in arte povera con i centrini in pizzo della trisavola. Vi ricorda forse qualcuno? Se avete pensato a lei...



... complimenti! Sembrano gemelle omozigoti separate alla nascita.

Christian Grey: giovane, ricco come Bill Gates ma bello come un dio greco, di una bellezza travolgente, splendido (tutte citazioni letterarie, non è colpa mia!). Così affascinante ed eccitante da far passare in secondo piano (e anche in terzo o in quarto, volendo) che è un maledetto psicopatico con manie di controllo e di potere (cosa che lui ammette candidamente migliaia di volte, sin dall'inizio) ben oltre il patologico, frutto di un'infanzia che dire traumatica è dire niente.

Poi ci sono Elliott, l'allegro e spensierato fratello di Christian, e Kate, l'amica coinquilina di Ana, personaggi che in seguito (cioè a colpo di fulmine) instaurano una relazione romantica. Kate spinge la cara amica Ana nelle braccia poco raccomandabili di mr. Grey (oh ma che volete?? Lui è ricco e bello da morire, praticamente il curriculum dell'uomo da maritare!), poi vede la cara ragazza che cambia personalità (WTF?) e che piange ogni giorno come una fontana che perde acqua; dopo tutto questo, dimostra il suo profondo senso di amicizia quando nel bel mezzo della notte mr. Grey irrompe in casa loro mentre Ana piange disperata, ma Kate che fa? Gli urla che è un bastardo e poi lo lascia entrare non solo in casa ma anche dentro la camera di Ana e, nello specifico, dentro il suo letto. Per tutta la notte. Cioè, sta distruggendo quel povero comodino quella povera, innocente creatura e lei si limita a gridare qualche parola prima di sparire nel nulla. Se questa è amicizia allora io della vita non ho capito uno stramaledetto piffero.

Insomma, già da qui si percepisce la gravosa quantità di stereotipi e banalità. E il peggio non è ancora arrivato.
TRAMA: la narrazione si apre con questa ragazza, Ana, che davanti allo specchio inveisce contro i suoi capelli poco adatti alle pubblicità sullo shampoo (non fanno sshhwish) e procede subito a descriversi (perché tutti appena ci guardiamo allo specchio la mattina facciamo l'inventario dei nostri difetti e pregi fisici. Veridicità Rulez).
Io a questo punto, ossia la prima pagina, mi sono data un facepalm e mi sono chiesta in quale diavoleria mi stessi immischiando, desiderando che un colpo di scirocco mi portasse via dalle mani quei fogli. Ma tornando alla storia, Ana deve intervistare l'imprenditore mr. Grey per il giornale scolastico per conto della sua amica Kate, che proprio quel giorno è malata. Ana, da bravo comodino da brava studentessa che non si è mai preparata per un colloquio di lavoro, va a intervistare un noto e importante personaggio pubblico senza neanche procurarsi prima qualche informazione di base (che comunque Kate aveva, perciò la stupidità è già fuori controllo).
L'impacciata ragazzina, innocente quanto un'amish, commette svariate gaffe: entra in ufficio e cade dritta dritta sul pavimento, il registratore le scivola via dalle mani alcune volte, gli chiede ripetutamente come un mantra se è un maniaco del controllo (disgraziata, se ti ha già detto venti volte in un due pagine che gli piace avere il controllo, cosa cazzo gli chiedi ancora? Capisco che avere il controllo di sé e degli altri stile mentalista è una pura utopia per il tuo miserabile intelletto, ma hai scartavetrato i gabbasisi), gli chiede se è gay, balbetta intimidita dall'inizio alla fine, poi la prima illusione-cazzata-fantasia dell'autrice: il bellissimo e intelligentissimo uomo d'affari le offre uno stage nella sua azienda e rimanda un altro appuntamento di lavoro per continuare questo patetico rendez-vous.
Ma per favore!

Nella realtà sarebbe successo che: mr. Grey, controfigura di Briatore (con lo stesso charme e le mani più lunghe), appena sente la ragazza dire che le domande non le ha scritte lei, che lei non è neanche la vera intervistatrice bensì una mera sostituta, diventa paonazzo, urla a malo modo chi cazzo ha fatto entrare quello spreco di ossigeno e chiama la sicurezza per sbatterla fuori.


Dalla serie de "Il lancio di Jazz"

Ma tornando alla trama (o alla presunta tale), quando Ana finalmente toglie le tende inciampa ancora, ma Bello-e-impossibile non è presente per assistervi.
Qui parte il primo ma non ultimo pippone di Ana: me sento strana, ma che c'ho? Quell'incontro mi ha fatto venire l'influenza oppure è stata la sua formidabile bellezza? Ma nessuno mi ha fatto mai questo effetto! Ma è perché è bello o perché è ricco? E lui è tanto bello e perfetto però io faccio schifo (ah eppure si muove un neurone ogni tanto!), come fa ad essere interessato a me? E gnegnegne.
Ditemi la verità, non vi viene voglia di strozzarla?


La cosa ancora più improbabile è che, dopo tutto questo, lui, il grande e perfetto super modello, inizia una intensa opera di stalker, la invita ad uscire, le fa regali costosi (Mac, Blackberry e auto di lusso) e la convince senza troppo impegno a dargli la sua verginità (più volte durante l'arco della notte). Dopo di che, Bello-e-impossibile si attacca a lei stile muschio intorno alla palude e le propone una relazione sessuale con annesso contratto. Un contratto cartaceo vero e proprio, fatto di articoli, clausole, appendici e firme da apporre in calce. Se pensate "Che squallore!", è esattamente quello che ho pensato io. Squallore e disgusto*.

Ci sono inoltre scene indegne di essere raccontate, ma ormai che sono qui non ho altra scelta che continuare a nuotare in questo infido e becero mare di cazzate pre-adolescenziali.
Si tratta di scene ben oltre il limite del ridicolo.


mercoledì 18 giugno 2014

Finto orgoglio e banale pregiudizio ad minchiam.

Scusate il titolo così poetico, ma alcune recenti esperienze mi hanno fatto notare una cosa per me esasperante:
le persone che si descrivono come sensate e che mi tacciono di cinismo e pessimismo sono le stesse che poi dicono che tutti gli immigrati clandestini sono ladri o criminali in generale.
Che devono starsene a casa loro.
Che ci rubano a casa e il poco lavoro che c'è.
Che sono qui per fottere gli italiani, per fottersi noi.

Ah certo, perché gli italiani sono un popolo molto nazionalista, figli di padre Altruismo e di madre Correttezza.
Ah ma allora me li sono solo sognata i politici corrotti, che hanno più soldi al mese di quanto un cittadino medio possa averne in una vita intera. Mi sono solo sognata i politici condannati per mafia, per falso in bilancio, per abuso d'ufficio, per peculato, per appropriazione indebita, per truffa, per frode fiscale, per le tangenti, per corruzione giudiziaria, per riciclaggio di denaro sporco, per droga, per prostituzione minorile, per falsa testimonianza, per diffamazione.
Erano un incubo il debito pubblico, le leggi ad personam, la criminalità, il capitalismo spietato, i medici incompetenti, gli appalti pubblici comprati, le lauree in Albania senza mai aver frequentato.

Tutti i politici condannati o sotto inchiesta per i reati di cui sopra sono forse degli immigrati clandestini?
Erano forse dei clandestini i rapitori e gli assassini del piccolo Tommy Onofri? Erano immigrati i due fidanzati del delitto di Novi Ligure? Ad Avetrana, erano immigrati clandestini le "persone" condannate per aver ammazzato una ragazzina perché si era infatuata di un ragazzo?
Quanti altri orribili esempi potrei elencare? Purtroppo tanti. Troppi.


Dove voglio arrivare? Non sto dicendo che tutti gli italiani sono criminali e tutti gli immigrati clandestini sono poveri cristi assolutamente buoni. Sto dicendo che esistono persone "cattive", o che commettono azioni "cattive", a prescindere dalla nazionalità, dal sesso, dall'età, dall'estrazione sociale, culturale ed economica. Siamo tutti potenzialmente buoni e cattivi, è questione di scelte.

sabato 8 marzo 2014

Angry Maya.

Già il titolo dice tutto e potrei fermarmi qui. Ma è così tanto tempo che non mi è permesso di liberare la mia vena polemica e incazzosa che il misfatto diviene obbligo.



Sono di umore nero tempestoso perché non ho il tempo di leggere, ho quel libro buttato su un tavolo a prendere polvere da un mese. Questo perché, oltre all'impegno parascolastico del pomeriggio, ho trovato una specie di lavoro part-time, sei ore per una miseria. Mai un attimo ferma o qualche banconota nel borsellino.
La sera sono esausta e otto ore di sonno non mi bastano. Durante la pausa del mattino è possibile uscire per andare nell'unico bar della zona; io che in pratica sto ancora dormendo con gli occhi aperti ho un disperato bisogno di cappuccino. Il primo sorso stavo per sputarlo in faccia alla tizia: la schiuma non sapeva di latte, sapeva di ricotta. Il giorno dopo provo il caffè, il mio cervello necessita caffeina (non potendo ottenere un paio di short di rum che mi rimetterebbero in vita). E questo è il primo errore dopo avere accettato l'impegno (e l'essere entrata in quel posto, ndr). Il caffè senza la ricotta la schiuma è pure peggio. Ma cambiatelo il filtro ogni tanto, no? Vi pare brutto? Non vi vergognate di farmi pagare 1.30 per due sorsi di schifezza??? Caffè che in qualunque altro posto mi può costare anche la metà.
La soluzione è farmi una caraffa di caffè a casa e portarmi una borraccia. Un buon caffè è un buon caffè, anche se raffreddato.

In quel contesto ho avuto anche a che fare con una donna che dire irritante è dire niente. Per me lei era, è e resterà sempre Hillary. Non ho mai capito come si chiamasse, non mi restava in mente, lei era una figura onnipresente che faceva domande personali, chiedeva di cose private, le chiedeva a tutti davanti a tutti ma lei no. Lei non diceva nulla di sè. L'ho chiamata Hillary perché era una strana combinazione tra Ilary Blasi e Hillary Clinton. Se i DNA delle due donne potessero combinarsi in un unico essere otterremmo Hillary.

Immagina, puoi.


Essendo a conoscenza dei miei impegni e delle mie opinioni (e nel totale disinteresse riguardo alla mia natura facilmente irritabile) Genitrice ha preso la snervante abitudine di dare via le mie cose mentre non sono in casa. Questo privarmi dell'espressione della mia opinione non mi fa rinunciare alla polemica. Ora, non sono una accumulatrice seriale tipo Sepolti in casa, c'è semplicemente una discreta confusione e un attaccamento verso vecchi oggetti. Un esempio, dopo mesi io ancora non mi rassegno al fatto che, sempre mentre non ero in casa, ha dato via il mio divano. Lo so che aveva più dei miei anni, so che la pelle era mal ridotta, so che non aveva più sostegni tra sè e il pavimento; però quel divano era MIO, lo era diventato quando nessuno lo voleva perché era vecchio e si trovava in un punto della casa poco "vissuto". Lo era diventato perché riposavo più su quel divano in due ore di quanto riposo per otto ore sul mio letto. Lo era diventato perché si accordava perfettamente con i miei libri datati, comprati al mercatino dell'usato. Faceva parte della mia oasi di pace.
Al divano hanno fatto seguito libri, quaderni, borse e per finire ha dato un pacco di miei biscotti a Fratello, che ovviamente li ha finiti. Temo di entrare nella mia stanza e scoprire che manca qualcosa (tranne la tv, quel piccolo esserino dei primi anni duemila che si sta auto-eliminando).
Non so perché ho accettato di andare a ballare stasera, cosa che mi indispone di per sé anche senza contare che sono già nervosa.

giovedì 2 gennaio 2014

48 ore o poco meno.

Se queste 48 ore sono un anticipo di come sarà il nuovo anno mi viene da pensare solo una cosa: MINCHIA!
La tipica espressione siciliana di profondo stupore ben si adatta a quello che, temo, saranno i prossimi dodici mesi. In soli due giorni mi sono successe parecchie cose:
  • fraintendimenti che mi hanno causato litigi con amici.
  • la prima febbre il primo giorno dell'anno.
  • maledizione di Eva sopraggiunta a poche ore dalla fatidica mezzanotte.
  • strani dolori alla schiena.

Insomma, se questo è un anticipo di quello che mi aspetta si capisce quanto sono vicina all'impazzire del tutto. Tra pochi giorni sarà il mio compleanno e tutto quello che voglio è restarmene sigillata in camera mia,  tutto il giorno a letto con Iron Maiden e Verdena a tutto volume. C'ho l'angoscia che pesa.
Già mi manca il caro, vecchio 2013. Non è che sia stato una gioia continua, ho preso delle belle batoste, non è stato molto generoso. I buoni propositi dell'anno scorso erano:
- Essere meno diffidente verso il genere umano, insultare di meno, magari trovare anche un uomo abbastanza pazzo, testardo (sennò sai che noia) e paziente a scopo relazione fissa. Fatta al 50%
- Leggere più libri seri e meno racconti sui killer. Ci sono stati libri "seri" ma di gialli ne ho letti sempre di più.
- Ascoltare sul fido youtube tutti i gruppi che ho annotato. Uno su ventotto.
- Scrivere di più e meglio. Mancato.


Però ho imparato delle cose, che fa sempre bene:
  • il giusto paio di braccia può darmi un abbraccio che sia sereno e caldo come pane appena sfornato, senza che io frema di scappare. Nonostante tutto, grazie mr X.
  • non sono immune alla gelosia e al senso di possesso come immaginavo (vabbè, manco lo dico grazie a chi, spilungona bionda liscia).
  • ci vuole davvero tanto vino per farmi ubriacare ma l'indomani non avrò postumi da dopo-sbronza, nemmeno con quattro ore di sonno. Accadeva a Capodanno 2013.
  • parlare di me, di qualcosa di personale, a persone "nuove" non è tanto male. Grazie ai miei nuovi amici (che poi boh, chissà se lo sono ancora adesso).
  • a Parigi invece di oui (uì) dicono we. La cosa mi lascia ancora perplessa ma erano tanto carini! Per non parlare di come pronunciano la parola sexy. Molto carini :3

 Sono consapevole che non sono molti passi in avanti, ne convengo, ma è pur sempre meglio di niente, no?



Fino a 14 anni avevo l'ora di dottrina
poi la mia prof d'italiano era sessantottina
Ho partecipato a una protesta che non so ricordare
come la seconda strofa del mio inno nazionale
Ii miei volevano vacanze in meridione
io sognavo le disco, scappavo a Riccione
se qualche riccone s'è comprato lo stato
non mi sono scandalizzato, già lo davo per scontato
quindi non chiedete se credo alla nazione
mentre pago il pizzo senza avere protezione


(rit)
Sarà che da bambino m'hanno rotto il muso
Sarà che il primo amore m'ha fatto cornuto
So come ci si sente quando sei l'escluso
Io mi rifiuto

Il mio peggior nemico è sempre un mantenuto
Il mio migliore amico è stato detenuto
Siccome il mio pianeta se lo son venduto
Io mi rifiuto

Io mi rifiuto

Voglio una vita da spot tv
fin da bambino colazione col Mulino Bianco
come l'omino
così che ora voglio solo roba industriale
la gomma senza zucchero con dentro l'aspartame
Che bello mangiare come un dodicenne
che quando vai al bagno, poi sciogli le piastrelle
Ho un danno permanente, un fegato che prega
Poteva andarmi peggio e diventare vegan
che costa sempre un botto mangiare roba buona

il prezzo più no global è solo da Mac Donald

NON VEDO L'ORA CHE COLLASSI QUESTA ECONOMIA
COSI' VEDIAMO COSA RESTA DELL'IDEOLOGIA
PER ESEMPIO LE DROGHE SONO SEMPRE AUMENTATE
MA NESSUNO DA LA COLPA ALLE POLITICHE SBAGLIATE 
e miss Italia festeggia con la sangria
L'EUROPA VOTA A DESTRA MA PER STRADA C'E' L'ANARCHIA
NON SONO GLI IMMIGRATI COME DICONO I GIORNALI
LA COLPA E' DI CHI GUIDA E NON DEI PASSEGGERI
IO SONO PATTUMIERA VIENI QUI A RACCOGLIERMI
Io sfotto la bandiera vieni qui a costringermi!
ma la censura in questo caso non funziona mai 

e il capo tira su col naso su youtube

(J-Ax, Io mi rifiuto. Album: Rap n' roll, 2009)

sabato 13 ottobre 2012

Inglese al liceo.

E niente, poco fa pensavo a una cosa che mi è successa al liceo.
Al liceo mi piaceva l' inglese; mi sembrava una lingua affascinante, anche perché senza nessun impegno avevo 9. Non conoscevo la "brutta copia" nei compiti di inglese, e in mezz' ora avevo finito il mio e quello di qualcun altro. Mai aperto il libro di inglese, SE portavo il libro a scuola (mica ero un mulo, che mi trascinavo appresso quaranta libri al giorno) era per scarabocchiarci sopra, oppure per metterlo sotto il banco che tremava. Tenevo il mio piccolo vocabolario Oxford sempre nello zaino perché non mi ricordavo mai il giorno delle verifiche (lo scoprivo sempre nel medesimo dialogo sull' autobus, con la mia compagna di banco che domandava "Hai studiato per il compito di inglese?" e io "Perché, quando è?"). I compiti li facevo tra le domande del prof  "Avete fatto i compiti?",  "A che pagina erano?" e "State zitti almeno un minuto". I brani di letteratura da imparare a memoria li studiavo mentre l' autobus mi portava a scuola.
Poi venne il giorno che il caro prof dovette assentarsi a lungo. Non so per quanto tempo mi mangiai le unghie. Perché le lezioni con quel prof erano delle migliori, quanto la prof di musica che ci faceva vedere in classe il film The Blues Brothers e le partite di pallavolo. Probabilmente la voce calda e leggera del prof mi induceva in dormiveglia, fase notoriamente nota come la preferita dei miei neuroni per mettersi in moto. Per dire, meno facevo più imparavo.
Di facce nuove, quindi, ne vedevamo in quantità. Di minimo dieci professori, non ne odiai solo una (che riuscì a capire il declino del mio voto nonostante non le avessi detto niente). E una la detestai con tutta me stessa, credo che pure lei se ne fosse accorta nonostante non le rivolgessi parola.
Forse la signora non aveva ben capito che eravamo diciassettenni in quarta o quinta superiore e non un branco di scolaretti ritardati. I compiti che ci assegnava erano di una demenza unica, roba che il test di "conoscenza" della prima media a confronto era un test universitario. E mi ricordo di questa volta che la tizia chiese ad una ragazza di leggerle la traduzione italiano-->inglese che aveva fatto. La ragazza se ne venne fuori con un termine che nel contesto era opportuno quanto mettersi a ridere sonoramente ad un funerale. Era più o meno al livello intellettuale di "Io non banana".
La prof chiese perché avesse usato quel termine e la ragazza, solita paraculo, rispose che "il vocabolario diceva anche così". Mah, secondo me ha tirato a caso. Poi fai tu.
La prof a quel punto ha avuto il coraggio di affermare che non lo sapeva. NON LO SAPEVA e VA AVANTI. Com'era che diceva Bonolis al gioco dei pacchi sulla Rai: scavicchi ma non apra.
Mi incazzai; cara prof, io già non ti posso vedere, vediamo se può andare peggio: alzai la mano per parlare. Tanto vale essere gentili prima di tentare lo sputtanamento pubblico. Si sa, a volte i liceali sono belve feroci. E poi ero risentita verso tutti, che le leccavano il culo, facevano le simpatiche, le secchione, mentre al nostro Professore impedivano di fare il suo mestiere.
Io e la tizia abbiamo avuto uno scambio di occhiate, la mia diceva "Sappia che quello che dirà influenzerà da adesso fino alla fine del suo mandato ciò che io penso di lei" e il suo diceva "Ma te frequenti questa classe o sei nuova? Suvvia, ci sono cinque gradi qui dentro e manco una fottuta stufetta".

Nella mia testa suonò la sigla de "Il buono, il brutto e il cattivo", suoneria del terrificante prof di matematica. E già capite l' aria intrisa di tetra inquietudine.



Io: Prof, tale termine non significa *sinonimo1, 2, 3 e 4* ?
Tizia, con aria truce, quasi le avessi fatto la ceretta a tradimento: Sì, quindi?
Io: Com' è possibile che significhi anche qualcosa che non assomiglia per niente al senso degli altri sinonimi?
Tizia: Se la tua compagna dice che il vocabolario lo porta allora vuol dire che è così e che si può fare.

Lampi e tuoni. L' ha detto, cazzo se l' ha detto. Sorrisi strafottente e pronunciai un okay come contentino mentre pensavo che secondo Tizia, doveva essere "la mia compagna" a insegnarmi l' inglese.
Tu, prof laureata e con master, che ti vanti di aver vissuto a Londra, vieni a dire a me alunna acerbe che "se lo dice il vocabolario della mia compagna allora si può fare"?
Insomma, mi dica la verità: lei non è laureata in lingue ma in scienze della comunicazione tra scimpanzé.

Non contenta, perseverò.
Disse ad un' altra ragazza "Ti metto 8. Ma tu sei brava, come mai avevi quattro col tuo prof? E quella, sorridendo con fare innocente (tipo serpente ad Eva, solo che questa non è una metafora) "Non lo so".
E io giù di epiteti coloriti espressi tra me e me, con la voglia di urlare: perché col nostro prof non ha mai fatto un cazzo, compreso tenere chiusa la bocca e avere rispetto di lui. Ma cosa vuole saperne lei di rispetto, povera sciocchina! Che ti importa più della paga e di glorificare il tuo ego piuttosto che l' inglese!

Difatti le lezioni di inglese con Tizia si svolgevano in mezzo a profusioni mielate di: cara prof - lei prof è un tesoro - ha dei capelli bellissimi, come fa ad avere una piega così perfetta? E che capello brillante, ha mai pensato di fare la pubblicità per uno shampoo?
Tutto mentre io sussurravo dall' ultimo banco: ma tu vedi 'sta stronza! Anzi no, that bitch! That bitch says only shits. I wish she lost all her hair".

E fu così che con Tizia chiusi i battenti, in una antipatia reciproca che fece diventare il mio 9 un 5 scarso (tramutato in seguito in un sette finale per l' intervento di qualche prof).
Entra di diritto nella mia Wall Of Shame.

martedì 9 ottobre 2012

Wall of Shame. Non ho la luna storta, ho solo qualche sassolino nella scarpa.

A volte può capitare che due ragazze in apparenza delicate e fragili si scolino una bottiglia di vino rosso; così, tanto perché era sabato. Se tutto va bene, ci si ritrova nei paraggi giusto in tempo per assistere a una delle due che si sputtana con riflessioni pseudo esistenziali e a carattere sociologico che manco ad un confessionale (religioso, psicologico o da infimo talk show). Roba che la D' Urso ci avrebbe fatto quattro ore di programma (per l' occasione si necessita la seconda bottiglia). Ricordo quando io ero una di quelle che vi assistevano; appunto, ero. Pochi giorni fa una delle due sopra citate ero io e le idiozie che ho raccontato non sto neanche a riportarle. Giusto un filino imbarazzante. Del tipo che vorresti tirarti la coperta fin sopra la testa e non uscire mai più là fuori.
Ma poi penso che, tra i fumi alcolici che rendono tutto (o quasi) migliore di quel che è, ho maltrattato Cucciolo senza apparire maleducata e neppure maligna. E scopro che un cittadino locale si era iscritto ad un partito di sinistra per le prossime elezioni, salvo poi figurare in una lista di destra; sicché ci ritroviamo la città tappezzata con questa simpatica faccia paffuta, candidato con la stessa foto e lo stesso slogan da frase fatta in ben due partiti di schieramenti opposti.

E allora mi dico che l' imbarazzo non tratterrà a casa me.
Che poi il vino è un buon antidepressivo occasionale e un ottimo neurolettico: agisce contro ogni mio tipo di nevrosi. I bersagli della mia acidità scompaiono.
Purtroppo/Per fortuna mica posso stare tutto il tempo con i sensi obnubilati, no? E quindi capita che una mattina mi faccia un giro in centro città con la mia amica e mi ritrovo puntualmente a lamentarmi. Mi arrogo per la seconda volta la presunzione/l' onore di dibattere sulle scene architettoniche locali.
Non mi permetterei mai di fare "cuittigghio" (gossip) sulla tizia di duecento chili con un top taglia XS color fucsia catarifrangente, o sui due allupati dei quali si è vendicato un parrucchiere tramite acconciature indecenti, o sul coglione che mi taglia la strada e quasi mi gratta via la targa perché evidentemente il cartello STOP su quella strada secondaria significa "ACCELLERA, CAZZO! E già che ci sei prosegui a 40 km/h, tanto la corsia è vuota".
No, non posso; soprattutto perché io di mise indecenti ne sfoggio con orgoglio a bizzeffe (tipo le scarpe da ginnastica con un mini top, o le infradito il sabato sera).
Un attimo, sto divagando.
Euhm, che stavo dicendo? Vabbè, roba inutile...

Quindi, spinta dal fatto che il monumento mi ispira ancora tanta insofferenza e che a quanto pare qualcuno mi legge (suvvia, era un modo carino della mia amica per dirmi "lamentati altrove"; la diplomazia fatta persona, ficherrima), fornirò altre brutte foto. Ultimamente faccio la turista nella mia città. Mah, brutta bestia a volte il tempo libero.
Allora, inizio con questo: entriamo in una libreria, luogo di eterna serenità e di fresche temperature (al sole ci si poteva cuocere tranquillamente come polli). Mi incanto tra gli scaffali, spulcio le novità, i thriller-gialli-horror-quel filone lì, i classici, i filosofici e gli scientifici; mica lo sapevo che Margherita Hack ha scritto così tanti libri, ma dove sto di casa? Erano tutti lì, perfettamente impilati, proprio accanto a Nietzsche che mi fa l' occhiolino e mi canticchia "Comprami! Io sono in vendita, e non mi credere irraggiungibile!". I'm sorry, sono al verde. Giungo alla sezione musica, sono lì che sbavo estasiata sul diario di Kurt Cobain in una mano e nell' altra una raccolta (pesante almeno cinque chili) di locandine e copertine di album dal 1962 al 2012 al modico prezzo di 63€, e il mio sguardo incauto si posa su tre o quattro libri. Mi è crollato il mondo addosso, sono caduta in preda a un mix di crisi mistica e mental crush. Cosa mi ha scosso tanto? Vasco Rossi.
Cioè, ma quanti cazzo di libri ha scritto Vasco Rossi? Frantumarmi i timpani non vi bastava?
Piacevole quanto limonare con uno il cui fiato sa di sardine all' aceto.
Piacevole quanto fracassarsi un gomito contro lo spigolo del tavolo appena tornati -sbronzi- da una festa.
Ecco, ci siamo capiti.
Ora partiamo con le foto.


Sapendo che tutta la strada del centro è in queste condizioni, capite che calzare tacchi a spillo di dodici centimetri non è semplice tortura, ma indice di inclinazioni masochiste.


Giuro su qualunque cosa vogliate, che io non ho aggiunto nessuna scritta. Manca persino lo spazio fisico per aggiungerci il mio nome al pc. E questa, cari tutti, è la versione locale dei lucchetti a ponte Milvio. Peccato si tratti di una piccola parte degli enormi portoni della Chiesa Madre. Ebbene sì: la città pullula di ragazzi atei, eppure una relazione non vale nulla se non si trova scritta su questo legno.
Comincio a capire perché i piccioni si siano trasferiti altrove...


Chiusa la Wall of Shame, propongo il Municipio. Okay, magari è un po' cupo ma del resto ci sono scuole elementari che hanno le sbarre di ferro alle finestre. Non si sa mai che a qualcuno venisse l' istinto di evadere... Come si può notare, sugli scalini siedono sempre persone; in genere sono pensionati, a volte ragazzi; comunque ripara dal calore del sole o dal vento e la pioggia, il ché non è mica poco.

Con la seguente vignetta presa da un giornale, passo e chiudo.