giovedì 4 aprile 2013

Corsia Auto-referenziale.

Queste vacanze avrei voluto trascorrerle in solitaria tranquillità, non pensare per un po' al corso da frequentare, lo stress dello stage, una sosta priva di responsabilità e pensieri.
Avrei voluto trascorrere il mio tempo, intere giornate come una volta, leggendo romanzi, perdendomi per un po' in qualche vita fittizia. E invece niente.
Ci sono state serate da organizzare, amici da ritrovare (cose di cui non mi pento, dopotutto, giocare a Tabù dopo aver mangiato pizza una sera e un'altra sera ricevere una cartolina bellissima da un amico appena tornato da una gita a Praga sono eventi che raddrizzano il karma), pranzi coi parenti da preparare, cibi da cucinare, svegliarsi con mia madre che urla e andare a dormire che sta ancora gridando... Sono arrivata al punto che sono più stressata adesso rispetto alla settimana scorsa.
La settimana scorsa mi sentivo impazzire. Significa forse che sono impazzita adesso?

Per evitare che questo post diventi più auto-referenziale di così, descriverò la mia Pasquetta prendendo in prestito alcune citazioni (ho una certa capacità di inventare scuse, pare).

Al primo anno di liceo un prof ci chiese quale autore avessimo appena studiato. La nostra risposta fu Manzoni e lui, serio, ribatté "Ragazzi, ma lo sapete che Manzoni era un grande trombone?".
Sbigottimento generale, condita di qualche risatina mezza isterica. "Ma che avete capito!" rilancia Lui, "Trombone perché aveva la pancia grande!".
No, okay, comincio con le citazioni famose và.

Il vino mi ama e mi seduce fino al punto in cui il suo e il mio spirito si intrattengono in amichevole conversazione. (Hermann Hesse)

Le parole di un ubriaco sono i pensieri di un sobrio. (Steve Fergosi)

Dietro questi magnifici sorrisi ho visto la tragedia. La pelle senza difetti cela i segreti al suo interno, silenziose forze che segretamente infiammano i tuoi peccati. (The Rasmus, Lucifer's Angel, dall'album Hide from the sun)

Confida dunque la tua pena,
questo triste sollievo concediti;
Ah, più che confidarla! Riversa in me
tutto il tuo dolore.
(Alexander Pope, Eloisa ad Abelardo)

E chi vuole capire, capisca.
Bye!

mercoledì 27 marzo 2013

The Horror Style.

Sorvolando sul fatto che non riuscivo a collegarmi a internet, causa guasto del pc, guasto della rete telefonica e impegni vari, e sorvolando sul fatto che avrei da scrivere quattro parole su un libro, oggi vorrei semplicemente narrare una gita in auto.
Il piano era semplice: io, la mitica Q (lei capirà) e due amici avremmo imboccato l'autostrada e saremmo andati a perdere tempo al centro commerciale di Castelvetrano. Semplice, tanto l'autostrada è sempre dritta, l'auto ha il pieno e noi ragazze ci siamo andate talmente tante volte che, anche se non eravamo noi a guidare, la strada ce la ricordiamo. Sbagliato. Oh Castiel, se ci sbagliavamo!
Eravamo in auto belli tranquilli e allegri, parlando e straparlando di tutto e di più, quando all'improvviso S. decide di metterci al corrente di un suo lecito timore:
Mica sbagliamo uscita e andiamo a finire a Palermo?
Io e Q., quasi in coro, ridendo: mafffigurati se capita a noi! Stai tranquillo che NON SBAGLIAMO NULLA!

Ecco, sospetto che mi sono tirata sfiga da sola. Per qualche strano motivo, la nostra sicurezza non tranquillizza il nostro amico. L'altro è talmente concentrato sul non fare casini mentre guida che ci dà carta bianca:
Boh, ditemi voi dove devo girare.
E noi ragazze: vai tranquillo, ancora ce n'è.

Il problema è che non immaginavamo quanto fosse vero...

S. vede un piccolo cartello che indica una uscita imminente per Castelvetrano e la indica al guidatore.
E lì iniziò la breve diatriba:

No, S., vedi che non è questa.
No, è questa! C'è scritto!
Non può essere, è troppo presto!
Picciò, può essere mai se c'è scritto così? E se poi sbagliamo e andiamo a Palermo?
Ma siamo appena passati da Mazara e non siamo ancora passati da Campobello di Mazara!
Dai, giriamo, tanto che può succedere? Almeno non andiamo a finire a Palermo!

E insomma, tanto fu detto, tanto non fu detto (noi pensammo di ricordare male, nessuno è infallibile), il guidatore ascoltò l'amico seduto al suo fianco e svoltò verso l'uscita dall'autostrada.
Dopo una manciata di minuti, Q. dice:
Io non me la ricordavo così, questa strada...
A dirla tutta, non me la ricordo così nemmeno io..., ammetto.

Qualche minuto dopo ci fu tutto chiaro: era l'uscita sbagliata e per di più siamo finiti in mezzo al nulla. E quando dico "nulla" è davvero il nulla.
Nessuna abitazione, nessuna macchina, solo terra, erba, alberi e ruderi abbandonati mezzi crollati. Vi mostro qualche scatto:



Per fortuna di bivi non ce n'erano molti...
 

E QUESTO E' TUTTO QUELLO CHE ABBIAMO VISTO PER TRE QUARTI D'ORA. DITEMI VOI SE NON SEMBRA L'INIZIO DI UN FILM HORROR.


Vi lascio immaginare la gioia nello scorgere le prime tracce di vita, sebbene non ci aspettassimo di incappare in un "attraversamento pecorale" (cit. by Q.). Approfittiamo della presenza del pastore per chiedere informazioni, per sapere se da lì si potesse andare a Castelvetrano. La risposta lascia tutti basiti: quattro siciliani restano muti davanti ad un siciliano che parla siciliano.
'Azz ha detto? chiedo a Q.
Boh! risponde lei.
Illuminante.

Capiamo il messaggio dal linguaggio del corpo: non lo sapeva con precisione.
Ci fa segno di aspettare con la mano e va a chiedere alla macchina che si trovava sull'altra corsia, anch'essa solitaria e bloccata dagli animali lanuginosi. Torna da noi e dice che sì, questa strada alla fine porta a Castelvetrano.
Salutiamo e via, verso altri campi, verso altra natura solitaria, ogni tanto un palo a comunicare che lì ogni tanto passa qualche essere umano. Mentre tutti, io compresa, pensiamo che è a questo punto che di solito spunta il serial killer... e io ho più motivi degli altri per preoccuparmi perché di solito la stronza è l'ultima ad essere ammazzata.



Finalmente, dopo un tempo indeterminato, cominciano a vedersi un paio di case, qui e là.
Purtroppo arriviamo anche ad un bivio: dove si va? Visto che S. diceva una direzione, scherzavamo dicendo che forse era meglio andare nella direzione opposta. Cosa strana, decisi di essere ragionevole e proposi di tornare indietro di un paio di metri perché in prossimità di un cancello c'era un uomo. Fortuna volle che un'auto passasse di lì. Il nostro guidatore si fermò in mezzo alla strada costringendo l'auto a fermarsi. Prima che potesse affibbiarci qualche brutto epiteto, S. chiede "Scusi, per Castelvetrano?"
L'uomo sorride beffardo, come se un po' non ci credesse, ma sembra pensare "Come siete arrivati fin qui? Dite sul serio?". Invece l'uomo, gentilissimo, ci spiegò la strada e, vedendoci confusi e incerti, ci propose di seguirlo. A me la storia sapeva ancora di film horror; dopo tutto (attenzione spoiler) in La maschera di cera il vecchietto che da un passaggio ai giovani era complice dei killer della storia.
Però sto zitta. Sesto senso, credo.
Dopo pochi minuti siamo di nuovo nel ventunesimo secolo, con case, palazzi, auto e persone.
Gridiamo al MIRACOLO.

Questo arco ho scoperto poi essere il confine tra Castelvetrano e Campobello di Mazara. O almeno credo.
L'uomo accosta e ci dice che siamo arrivati, questa è Castelvetrano. A quel punto S. chiede indicazioni per raggiungere il centro commerciale. Dopo un attimo di meraviglia, l'uomo si mette a ridere. Affascinante, comunque... Poi ci dice che siamo praticamente dalla parte opposta e di seguirlo.
Lo seguiamo, concedendoci di pensare con ottimismo che, nonostante ci siamo persi, nonostante siano passate due ore dalla partenza e di arrivare ancora non se ne vedeva l'ombra, almeno abbiamo visto una città che non avevamo mai visitato.
Ad un certo punto perdiamo di vista l'uomo gentile e S. indica un'auto e dice "Eccolo!".
Peccato che l'auto che stavamo seguendo era blu scuro, non nera.
Lo abbiamo perso.
Altri cittadini da infastidire con le nostre domande ma ce l'abbiamo fatta. Q. ed io riconosciamo il raccordo, gli edifici e quant'altro. Ci siamo, adesso sappiamo dove siamo e che stiamo finalmente arrivando.
Lieto fine, tra centro commerciale e McDonald.

Al ritorno ha guidato Q. e non c'è stato nessun intoppo. Però c'è stata una scena particolare: Q. era indecisa tra tentare un sorpasso in autostrada oppure no. Accelerava ma poi S. le diceva di stare attenta e lei rallentava. In fondo non era la sua macchina e non aveva mai guidato un'auto di quel vecchio modello. Ha provato di nuovo, ma ancora i ragazzi le dicevano di stare attenta, ma adesso il tizio davanti a noi stava andando davvero piano. Lei era stanca del rallentamento inutile, lo spazio c'era, l'auto ce la faceva, ma i ragazzi le dicevano di stare attenta e quel tentativo di sorpasso si stava prolungando troppo. Mentre i ragazzi continuavano a dirle di sorpassare facendo molta attenzione io mi sono messa a gridare con entusiasmo, stile ultras:
VAI! VAI! VAI! VAI! VAI! VAI! VAI! VAI!

Inutile dire che ce l'ha fatta alla grande e con precisione. E che alla fine è stata una gita folle però anche allegra e divertente.
Beh, questo è semplicemente girl power, alla faccia di chi dice che i maschi guidano meglio delle femmine!

venerdì 8 marzo 2013

Dei supermercati e delle altre cose.

A me le feste comandate non piacciono.
Non mi piace Natale, non mi piace Pasqua, non mi piace la festa delle donne.
Ognuno fa quello che vuole, ma trovo che sia più speculazione che veri, profondi sentimenti. Poi ci sono le eccezioni, ma tralasciamo. Per carità, sono piuttosto contenta dei progressi ottenuti grazie alle donne coraggiose che lottarono per i diritti che venivano negati per una semplice ragion d'essere. QUESTA è la giornata che vorrei festeggiare. Non ha senso festeggiare il fatto che siamo donne: donne ci siamo nate e non ne abbiamo nessun merito, la parità (dignità, per dirla con un solo termine) l'hanno conquistata.
Odio il pensiero che la storia venga minimizzata e soprattutto che si usi la scusa della "festa delle donne" per andare a ubriacarsi e a fare la figura delle scimmie davanti a dei tizi che vengono pagati per spogliarsi, e farlo pensando con convinzione "E' la festa delle donne, posso fare qualunque cosa voglio e nessuno può dirmi che sono una pervertita".
Ecco, lasciamo perdere che già mi sono saliti i cinque minuti.
Comunque, mentre stamattina un amico mi faceva gli auguri ho pensato: meglio un augurio sincero, piuttosto che un regalo non sentito. E con questo ho già detto abbastanza a riguardo.
Se poi devo dire di più, se proprio qualcuno volesse farmi un regalo, che mi doni del cioccolato fondente. Io amo il cioccolato fondente! Se quel qualcuno vuole proprio (ma proprio) regalarmi dei fiori, per favore niente mimose. Meglio dei galli, oppure i gelsomini.
Ma il cioccolato sarebbe meglio...

Visto che due giorni fa ho finito il mio cioccolato fondente, oggi ero in crisi di astinenza perciò ho dovuto viaggiare fino al supermercato. Il mio errore è stato farmi beccare da Genitrice: ha iniziato a elencare roba da comprare. Non è un grande sforzo andare al supermercato di solito, a parte fare la fila per il salumiere, purtroppo però il posto dove vado sempre ha cambiato totalmente organizzazione. C'è molta più roba e niente si trova dove si trovava prima. Non trovavo il tonno, e non lo avrei trovato manco con un navigatore satellitare. E poi un caldo! Un caldo infernale, mi sembrava di friggere, e la cosa peggiore è che volevo trovare refrigerio nel bancone frigo, mentre sceglievo lo yogurt. Mannaggia al parcheggiatore abusivo, lì faceva ancora più caldo.
Mentre aspettavo il mio turno dal salumiere, con il fido numeretto in mano, sudando come in un bagno turco, credo di avere avuto delle visioni. Tipo un topo che mi salutava e mi faceva l'occhiolino (poi capii che era quello della pubblicità del formaggio, cibo che mi stava davanti). In ogni caso credo di aver avuto un miraggio che potrebbe diventare un soggetto su cui scrivere. Ma non vorrei sperare troppo.
Una volta ritirato il sacchetto coi suddetti salumi, vagavo confusa e stranita tra nuovi reparti. All'improvviso mi fermo e la nebbia sembra svanita, ma continuo a pensare "no, è il caldo che mi ha dato alla testa, non è possibile". L'idea era così strana che ho voluto verificare. Sono tornata indietro e ho scoperto che non era un miraggio, c'era davvero! Nel mio supermercato di periferia, hanno inserito un reparto nuovo con dei libri.  LIBRI!! E dico libri veri, non i soliti libri di cucina scritti da sconosciuti! Libri di quelli che ho visto al negozio della Giunti in centro, nomi tipo John Grisham, Stephen King, e altri che non ricordo, c'erano fantasy, thriller, narrativa e libri per bambini, versioni economiche e versioni con la copertina rigida. Qui apro una parentesi, una scena a cui ho assistito e che speravo fosse un miraggio. Mentre leggo i titoli sugli scaffali sento una bambina che corre e urla con entusiasmo incontenibile "Mamma! Mamma! Vieni! Qui, è qui quello che voglio!". Io, che come noto sono dotata di grande pazienza e di fiducia nel prossimo, pensavo: ecco, mò va a farsi comprare biscotti e patatine, magari correndo urta lo scaffale coi libri e decidono di toglierlo.
Invece no. La bambina si ferma davanti allo scaffale con i libri più variopinti, quelli adatti ai bambini della sua età. Ne indica uno sorridendo e ribadisce che è questo che vuole, un libro. Mentalmente ho cancellato tutte le parolacce che mi frullavano nella mente sostituendole con le immagini delle copertine dei miei libri preferiti. Ero tutta cioccolata e cuoricini. Finché non ho sentito la risposta della madre: un secco e deciso NO. Più la bambina insisteva, più lei diceva no. "Mamma, non vuoi che imparo a leggere?", astuta la piccola! Vederla così decisa ad avere quel libro, mi aveva fatto venir voglia di offrirmi per comprarlo io, per lei, piccola adorabile sconosciuta. E alla fine, lampi e tuoni, la madre ha l'ardire di pronunciare codesta frase:

I LIBRI SONO INUTILI.

Sono diventata una statua per lo stupore. Sia per la frase da ignorante, sia per la rabbia furiosa contenuta in quelle parole.
Forse è un bene che mi sia bloccata, così le due hanno avuto il tempo di allontanarsi. Buon per lei, la madre, perchè la mia prima reazione è stata una terribile voglia di farle un regalo come il seguente:



Secoli di lotte per ottenere il diritto allo studio e poi BAM! una madre che dovrebbe spingere la figlia verso la cultura, la spinge verso il reparto biscotti. Cara signora, vorrei farle una domanda: e se sua figlia fosse stata una piccola Simone de Beauvoir?

sabato 23 febbraio 2013

What I hate about

Bonjour!
Dopo la spiacevole esperienza della letteratura francese (a cui darò senz'altro una seconda opportunità, visto che Alexander Dumas mi fa una certa simpatia, ma non in un futuro prossimo recente) ho voluto iniziare questo post proprio in francese. Ieri mattina ho avuto tre brutti presentimenti su altrettanti ragazzi. Mi piace abbastanza, lo ammetto, poter dire "lo avevo detto!", oppure "io l'avevo immaginato/sognato prima!". Il fatto è che mi capita ogni tanto di avere dei presentimenti che dopo alcuni giorni/settimane/ mesi si avverano. Ecco, in questi tre casi spero proprio di sbagliarmi. Non voglio nemmeno esprimerli, sarebbe come tirarsi addosso la sfiga. Sono tre ragazzi diversi, tre caratteri diversi in tre diversi ambienti; non vorrei una relazione con nessuno di loro ma questo non significa che io auguri loro delle grane, tipo quelle che immagino. Se si avverassero i miei sospetti, tanta gente starebbe male, alcune a causa mia. E io non lo voglio, anche se so che in tali casi potrei farci ben poco. Comunque, lascio perdere queste storie per sguazzare un po' nelle cose di cui sono sicura: le cose che odio.



Odio le foto (quelle dove ci sono io soprattutto). Servono a ricordare le cose belle e allegre che ci sono successe (spesso facendoci riflettere sul fatto che nel momento in cui le guardiamo non lo siamo più) e a ricordare persone che non ci sono più. Le ultime sono comunque le peggiori, quelli che ti lasciano dei segni dentro come vecchie cicatrici. Ma basta con le cose serie, passiamo al lato "spensierato".
Non sono per niente fotogenica e ho la fortuna sfacciata di avere un'amica che vive in simbiosi con la sua malefica macchina fotografica. Un incubo. Così spesso applico la tattica del "Guarda là!", nota anche come "Per favore, ti puoi distrarre?". Una volta su tre non funziona, aiutatemi.

Odio telefonare.
Se volete rintracciarmi mandatemi un sms, o al massimo una mail. Ricevere una telefonata mi mette ansia, sia per la mia tendenza a dimenticare certe cose o a distrarmi, sia perché è facile avere delle incomprensioni. E poi sono un disastro, al telefono non mi so regolare; è come se il mio cervello mi dicesse "Senti, io me ne vado", lasciandomi in balia di un pessimo quanto imbarazzante senso dell'umorismo, o frasi del tutto fuori luogo. Per dire, se mai lavorassi in un call center erotico sarei in grado di dare del pervertito al primo cliente.


Insomma, mandatemi un sms, così sto tranquilla che non dimentico niente e soprattutto potrò sempre difendermi mostrando il testo in questione. "Ma io al telefono ti ho detto..." macché, non esiste proprio. Non voglio essere incastrata. Se una persona ha qualcosa da dirmi allora per favore perde un po' di tempo in più per scrivere un sms, che magari impara pure l'italiano. E' un po' più impegnativo per certi cervelli, lo so, ma al solo pensiero di fare una telefonata mi prende l'orticaria. E poi per telefono sono stata mollata due volte. Dalla stessa persona.
Ma comunque, questa è un'altra storia.

Odio la gente che mi chiede "Perché sei depressa?"; non se sono triste (e che cazzo, scusate, impariamo la differenza tra la tristezza e la depressione!) ma proprio perché sono depressa. E 'sti cazzi perché non ce li hai messi? Io non sono depressa, sono semplicemente incazzata, va bene? Se ascolto Apocalypse please, Blackout e Map of the problematique dei Muse non è perché sono depressa.
Se ho letto Delitto e castigo in tre pomeriggi e ho dichiarato che mi è piaciuto molto, che l'ho trovato scorrevole e gradevole, non è perché sono depressa; è perché il signor Dostoevskji ha descritto con la dovuta attenzione e cura il dramma sociale e personale di Raskolnikov (forse fino all'esasperazione, ma ci stava).

Ogni tanto, quando leggo un buon libro mi perdo. Non vedo altro che le lettere nere su uno sfondo bianco. Ormai ho perso l'abitudine di leggere in luoghi pubblici (più che altro perché potrei impazzire se qualcuno avesse l'ardire di disturbarmi e attaccare bottone chiedendomi "Stai leggendo?"; no, cara testa di cavoletto di Bruxelles, sapevo di incontrarti e mi sono attrezzata per evitarti); ma ogni tanto capita ancora che qualcuno venga a interrompere. Tipo Genitrice, che ha la strana quanto snervante abitudine di parlarmi in momenti piuttosto inopportuni, compresa la sosta in bagno e il terribile momento del mattino in cui apro gli occhi e non capisco ancora se sogno o son desta. Poche settimane fa, c'è stata una volta in cui credevo di essere sola nella stanza e leggevo tutta presa un libro (che adesso non ricordo di preciso quale fosse). All'improvviso mi sento fare pat-pat sulla testa.
"Hai capito quello che ti ho detto?" sbuffa Genitrice indispettita.
"Oh mà, se ti dico che mi sono accorta adesso che sei qui, basta come risposta?"
Da qui a "tu non mi ascolti mai", seguita da una lista interminabile di recriminazioni, il passo è un niente.
Saluto con una canzone che ho fissa in testa ogni mattina, da una settimana.

sabato 16 febbraio 2013

La colpa è della fatalità!

Pare proprio che per terminare la lettura di questo libro dovessi prendermi la febbre; di certo non posso che lanciarmi nelle mie amare conclusioni onde avvertire gente che, come me, si ritrova con l'insano pensiero di leggere questo "classico". Della serie "a volte tornano", con il sottotitolo implicito ed era meglio di no, il mio "angolo libro".
Il libro che ha popolato i miei incubi è Madame Bovary, di Gustave Flaubert.
Ho impiegato la bellezza di tre mesi per leggere un libro che neanche arriva a quattrocento pagine ed è un tempo indecente, se si considera che lessi la trilogia Millennium due volte di seguito in meno di due mesi. L'ultima volta che ci misi così tanto a finire un libro (rigorosamente non scolastico) si trattava di Mitzi, un romanzo di Delly (che manco a caso, sono tutti francesi); ma all'epoca era estate e avevo dodici anni. Sicché.
Che dire di questo romanzo? Le descrizioni dei luoghi, delle persone (da come sono vestiti pezzo per pezzo alle minuziose caratteristiche fisiche, passando per abitudini e carattere), dei pensieri, del tempo, di qualunque cosa vi venga in mente, sono talmente precise e accurate da dare la nausea, non c'è assolutamente nulla lasciato all'immaginazione del lettore. Ogni crepa su ogni muro, ogni acaro su un mobile, ogni piega di un vestito, ogni pianta in qualunque giardino del vicinato... è tutto descritto. Insomma, mi sono sentita una stalker.
Ma andiamo a vedere i due coniugi Bovary, che uno li guarda e pensa "Dio li fa e poi l'accoppia. Oppure li accoppa?". Il signor Carlo Bovary è sostanzialmente un idiota. Mi fa quasi tenerezza (quasi) e presto capirete il perché. Lui è un dottore sempliciotto che avrebbe fatto meglio a fare il contadino in una fattoria isolata da qualunque contatto con la società; è talmente buono e sprovveduto da sconfinare nella pura stupidità. Uno così con chi dovrebbe accoppiarsi? La prima moglie mente sul suo reddito (che in fondo l'aveva sposata perché i genitori lo convinsero che aveva denaro sufficiente) e muore; lui è così buono che, nonostante gli desse il tormento, gli dispiace. E tanto poi si consola subito innamorandosi della figlia di un suo paziente, la bella Emma. All' inizio tanto buona e pudica, la ragazza si crede innamorata, salvo poi capire (e questo praticamente nell'arco di tempo che va dalla cerimonia del matrimonio all'arrivo alla nuova casa, senza passare per il viaggio di nozze) che lei non lo ama affatto, anzi la annoia, le fa pure un certo ribrezzo. Lei sogna i grandi amori e le passioni sfrenate lette nei romanzi, ne sarà ossessionata per tutto il libro e non raggiungerà mai un minimo di soddisfazione, sempre alla ricerca di qualcosa di più grande (niente battute maliziose, vi prego).
Lei, la signora Bovary, è egoista, capricciosa, volubile, manca di sensibilità (persino con la figlia), di empatia e di tatto; quel poveretto la adora, si fa maltrattare e la ama imperturbabile, mentre lei lo indebita (senza la minima, lontana preoccupazione) per spassarsela con l'amante di turno: o Rodolfo, il classico Casanova affascinante, o con il romantico e mite Leone. Ma lei è così rompicoglioni che la mollano tutti. Tranne lui, il marito-zerbino.
Lei è talmente egoista che bisognerebbe inventare una parola per poterla descrivere con la dovuta forza.
L'ho davvero odiata. Ma mi va di fare qualche citazione:

Emma Bovary e il futuro amante Rodolfo:
-Tristi distrazioni, perché non vi si trova la felicità.
-Ma si può trovarla mai?- domandò lei.
-Sì, la si può incontrare, un giorno [...] la si incontra un giorno- ripeté Rodolfo -Un giorno, d'un tratto, e quando meno si sperava. Allora si aprono degli orizzonti, ed è come se una voce gridasse "eccola!". Si sente il bisogno di confidare a quella persona tutta la nostra vita, di darle tutto, di sacrificarle tutto! Non c'è bisogno di spiegarsi, ci si indovina. Ci si è intravisti nei sogni- e così dicendo la guardava -Finalmente, eccolo quel tesoro tanto cercato, eccolo davanti a noi: brilla, scintilla. Pure si dubita ancora, non si osa credere; si resta abbagliati come se si uscisse dalle tenebre alla luce.

Su questo pezzo ho da dire un paio di cose. Innanzitutto, mi faccio due grosse risate sul fatto che lui le dica che viene voglia di sacrificare tutto alla persona amata. Se ci pensate, è ironico che uno che dica così, che dica di amarla, poi sia anche uno che al primo traguardo la molla perché si crede giovane, e chi glielo fa fare di prendersi una tipa che è madre? Grande amore, eh!
Altra cosa, in questo pezzo (di un romantico che non si trova quasi mai nel romanzo) c'è tutto il concetto dell'ideale dell'amore. Per secoli ci hanno inculcato l'idea che il vero amore debba essere così: tutto rose e fiori, e trottolino-amoroso-e-dududù-dadadà, ti guardo e vedo l'universo, mi tocchi e sono sulle stelle, tu mi scrivi poemi in versi ed io ti mostro cos'ho sotto i vestiti. Ed è ancora un ideale largamente condiviso, spacciato per verità indissolubile. Secondo me è solo un modo per controllarci, un modo per farci sentire "sbagliate", delle "poco di buono". Ma tant'è che a molte non gliene frega più niente di 'sti pregiudizi della società.


Due foto, che mi annoia copiare.

Da notare quanto sia simpatica la signora con il suo amato... Mi si può perdonare di non saper fotografare

Alla fine: lei è indebitata fino al collo e anche più, tutti i suoi beni sono pignorati e l'esattore è alle porte, praticamente tutti le negano proroghe e prestiti, va a chiedere aiuto ad un procuratore e, indignata e oltraggiata, rifiuta di vendersi a lui, ma poi torna da Rodolfo (mentre in teoria sta ancora con Leone) e lui, mica cretino, non le crede quando gli dice di amarlo ancora, mentre lei non capisce quanto sia simile la proposta del procuratore con l'offrire se stessa all'ex.
A questo punto, cosa sceglie di fare la poverina? Dire finalmente al marito che sono sul lastrico? GIAMMAI! Si avvelena e sul letto di morte, mentre il signor Bovary si dispera, capisce -sorpresa sorpresa- che l'unico uomo che l'abbia davvero amata è quel disgraziato di suo marito.


Ma non è finita qui! Lei muore e lui quasi impazzisce dal dolore, continuando a dimostrare il suo livello intellettivo: pur essendo pieno di debiti, continua a pensare alle cose che sarebbero piaciute alla moglie, così le organizza un funerale costoso, si compra scarpe e cianfrusaglie costose, vende le sue cose e fa altri debiti. Cioè, lei è morta e sepolta e continua a rovinargli la vita.
D'ora in poi le barzellette sulle mogli che assillano i mariti anche dall'aldilà non mi faranno ridere mai più.

E per dare il colpo di grazia al mio già fragile interesse, Bovary trova la lettera con cui Rodolfo la lasciò e, UDITE UDITE, crede ancora che fossero solo dei cari amici. Passa il tempo, finalmente inizia ad indagare e trova le lettere d'amore sia di Leone che di Rodolfo. Il primo si era appena sposato, il secondo lo va a cercare. Il libro si conclude con una scena penosa: il cornuto e il cornificatore seduti allo stesso tavolo, bevono insieme e lui, dopo alcune riflessioni, confessa di non serbare rancore.
Cioè, non solo non ha capito niente dei tradimenti della moglie, ma lo perdona così, senza nemmeno dargli un pugno in faccia, senza nemmeno sputargli in un occhio o ricoprirlo di parolacce. E poi se ne esce con una frase che esprime al massimo la sua personalità: se sua moglie lo ha tradito, se lei si è avvelenata, la colpa è della fatalità.
No, dico và: LA COLPA E' DELLA FATALITA'.
Boh. Ditemi voi.

Pensavo di trovare un libro che descrivesse la vita di quel tempo in Francia, invece ho trovato... uhm, in effetti non lo so ancora cosa ci ho trovato. Se mi è venuta l'infelice idea di leggere questo romanzo la colpa è della fatalità.
Lascio questa sede con un appello: se capitasse qui qualcuno che ha letto Madame Bovary e che lo ha apprezzato, per favore spiegatemi perché vi è piaciuto. Voglio capire.
Se non ho capito è colpa della fatalità.

sabato 9 febbraio 2013

Avviso per diabetici: post sentimentale.

Ecco, non sono proprio una persona sentimentale, io. Okay, è vero che ho pianto per la morte di zio Keith nel telefilm One Tree Hill, che mi sono commossa come una dodicenne col cuore infranto quando nella puntata finale della quinta stagione di Supernatural Lucifero picchiò Dean mentre quello, ridotto ormai ad una pezza, diceva al suo "fratellino" che non l'avrebbe lasciato, che sarebbe rimasto comunque con lui... Ed è pure vero che ho esultato quando Mr Darcy si fece avanti per la seconda volta con Elisabeth Bennet, ero contenta come se fossero persone reali e li conoscessi. Per non parlare di tutti i drammi che mi ha fatto "vivere" la scrittrice Kathleen E. Woodiwiss.
Però è pure vero che se una persona conoscente/amica tenta di abbracciarmi la mia prima reazione è questa:

Meglio nota come: non mi avrai mai!

La seconda reazione varia da "Okay lo faccio, tanto durerà poco" a "Se ci riprovi, farò in modo che tu non lo possa rifare mai più". A me gli abbracci gratuiti da parte di chiunque non piacciono, fatemi causa.

Tornando al motivo per cui il titolo è quello che è, oggi mi sento sentimentale e siccome mi sento pure senza pudore tié.
Ieri sera parlavo con la mia amica G. che sta a Parma. Parlare con lei mi fa due effetti: mi tira su di morale e mi abbatte il morale. Mi abbatte il morale perché è lontana e ci vediamo bene o male circa due volte l'anno, lei in Emilia-Romagna ed io nella piccola città sicula da cui non riesco, dopotutto, a staccarmi. Ho il mare a due passi e lo adoro; se ho voglia di un panino con le panelle vado a colpo sicuro nel piccolo negozio in centro, dove il ragazzo che ci lavora si ricorda di me e sa che deve metterci solo sale e tanto pepe, senza salse. E non me lo chiede mai come lo voglio, perché lo sa già. Se ho voglia di guidare veloce c'è la strada grande quasi sempre deserta, se ho voglia di guidare piano e non vedermi sorpassare da degli scocciatori strombazzanti c'è l'altra strada sempre vuota.
Egoisticamente, mi solleva il morale perché sa sempre cosa dire per farmi sentire meglio, per ridarmi tranquillità, e lo fa senza rendersene conto, con poco, con la sua candida ingenuità, col suo volermi bene nonostante il mio caratteraccio, nonostante qualche volta mi sfugga di bocca qualche frase poco gentile.
Parlare con lei mi solleva il morale perché mi rendo conto di quanto sia cresciuta in un paio di anni e, anche se sono "più grande" di lei di soli undici mesi, insensatamente mi sento un po' mamma: orgogliosa di quanto sia diventata forte e indipendente e consapevole di potercela fare (che ci posso fare, ho sempre adorato dirle: te l'avevo detto che ce l'avresti fatta, lo sapevo già), fiera di come ha imparato a distinguere le persone di cui fidarsi e quelle da cui diffidare, contenta che abbia comunque conservato quella ingenuità che vedevo in lei quando l'ho conosciuta i primi anni di liceo. Prima la vedevo un po' come una sorellina da proteggere, affinché certa merda che ho vissuto non la raggiungesse e non la cambiasse, e sono stata male per diverso tempo quando una persona a cui voleva bene la deluse perché fu come se l'avessi delusa anche io, come se avessi fallito (me in versione: l'avvocato delle cause perse).
E poi mi dico che ha fatto bene ad andare via, a crearsi una strada tutta sua, perché si merita tutte le cose belle che le sono capitate, anche se lei a volte ne dubita. Quando dubita di se stessa sa che può parlare con me, che tanto credo in lei per due.
Che se fosse qui oggi, sarei io a voler abbracciare lei.

venerdì 1 febbraio 2013

Where are you?

Due giorni fa ho guardato un ragazzo con la barba appena rasata e ho pensato: guarda un po' quant'è carino... E' imperdonabile, lo so. Una come me, che adora un viso maschile barbuto, che adora (forse spinta da un insospettabile istinto masochista) sentirsi pungere dalla barba quando ci si bacia non può, semplicemente non può ammirare uno sbarbatello. Non ho potuto farne a meno come quando mi ubriaco come un (ex-)astemio all'Oktoberfest e mi vien voglia di baciare un tizio semi-sconosciuto... Euhm... Insomma, una breve visita fuori da me stessa.
Scherzi a parte (ma in fondo mica tanto), mi capita sempre più spesso di fare e dire cose che non sono espressione di ciò che sono. Mi spiego meglio: ad esempio, non ho mai avuto interesse a giocare a fare Dio, nè tantomeno a fare Cupido. Eppure l'ho fatto, ho fatto entrambe le cose e le ho fatte così d'istinto che me ne sono accorta quando ormai era troppo tardi per ritrattare.
Ho giocato a fare Dio quando in modo subdolo ho (in pratica) torturato un amico alle spalle di una amica che non aveva capito niente. E ho giocato a fare Cupido due sere fa, tirando troppo la corda per spingere due a fare un passo che evidentemente non sono ancora pronti a compiere. Nel secondo caso era più o meno a fin di bene e ci sono pure riuscita, anche se non completamente.
Io non sono così, e non so perché mi ritrovo a fare certe cose che credevo non mi appartenessero, che ho addirittura criticato in altre persone.


 Ci sono cose che neanche un bel cagnolino o una bottiglia di vino possono risolvere.
Non mi sento più me stessa, mi sono persa. E' da oltre un anno che non riesco più a scrivere storie, e dire che prima non riuscivo a dormire la notte perché vivevo di storie. E' da un paio di settimane che rifiuto persino l'idea di mettermi a leggere, e non sono sicura che la colpa sia tutta da attribuire all'odioso libro che sto leggendo. Nemmeno l'idea di rileggere per la milionesima volta un romanzo che amo mi fa tornare voglia di leggere.
Mi sento in gabbia, come quando mi trovavo in un posto e ho visto questo:

  

Quella che dovrebbe essere l'uscita di sicurezza a prova di panico è chiusa da un catenaccio. Poco male, se conosci la struttura perché, mentre qualcuno andrebbe a cercare la chiave, c'è chi sa dove si trova la porta che si apre su una vera uscita, ossia accanto a questa. Capisco perché la mia amica lesse il cartello "MANIGLIONE ANTIPATICO"