venerdì 21 agosto 2015

Sicilian mode: l'acqua mi vagna e u vento m'asciuga.

Tutto quello che ho guadagnato in vita mia nelle relazioni sociali è la schiena piena di coltelli che un fachiro scansìate, levate proprio. Sono comunque in piedi, malconcia magari, ma sopravvissuta. Non è eroico, è il minimo, è pelle dura e deformata. Tante volte mi hanno ferita, eppure ogni volta azzero i conti e ricomincio, altrove con altre persone ma non perdo coraggio: ci resto male per un tempo indefinito a seconda dei casi, incasso ed elaboro, e poi vado avanti, è solo un altro inizio. Le cose finiscono, si sa.
Con tutte le volte che le "cose" sono andate a male, e in così tanti modi diversi, io sono sempre la cogliona che ci casca. Vengo ferita e non mostro niente, neanche fastidio, recito così bene la parte della dura che nessuno ha mai scoperto la mia copertura. Poco dopo la ferita si cosparge di giustificazioni, tutte le possibili spiegazioni per il comportamento altrui (non ha riflettuto, sapeva come avrei reagito, si ricorda di quando, ect) e questo è il primo passo verso la fine: mi allontano, un po' per sfida, un po' per vedere se quella distanza aumenta o viene recuperata. Beh, nel 98% dei miei casi la distanza aumenta, non importa se l'altra parte non ha percepito il mio disagio, la mia ferita, il mio patetico istinto a indietreggiare per mettere alla prova le azioni altrui. Quindi a questo punto è la fine.
Basta. Chiuso. Incassare ed elaborare. Iniziare di nuovo.
Certi circoli viziosi proprio non riesco a spezzarli. Come quando faccio un progetto, ci metto tutta me stessa, magari riesco anche a metterlo in pratica e a ottenere tutto o qualcosa (che già è meglio di niente, no?) però poi sento la sua voce. Sento la voce di mia madre dentro la testa che dice Sì, però...
Sì, però... quante volte l'ho sentita dirmelo.
"Mamma, ho preso sette nel compito in classe di matematica! Mica male dopo tanti quattro"
"Sì, però se studiavi di più prendevi otto"

"Mamma, non sono arrivata in ritardo al lavoro stamattina"
"Sì, però se ti partivi prima non avresti avuto questo problema"

"Caspita, ho fatto amicizia oggi! Potrebbe essere un miracolo"
"Sì, però potevi trovarti un fidanzato"

E questo per i miei risultati positivi, per i negativi non nascondo di meritare almeno biasimo. Le prediche no, quelle mi stanno sul cazzo.
Per questo mi sento l'avvocato delle cause perse: non faccio mai le cose giuste, non faccio mai abbastanza, mi trincero nelle mie decisioni per pessime che siano, do seconde chance a chi nemmeno sa di doverne avere una. Ecco, quest'ultima inizia a pesarmi.
Perché cazzo devo essere sempre io quella comprensiva e che giustifica? Al diavolo, ora me ne sbatto i coglioni! Farò quel cazzo che mi pare, continuerò a imprecare ogni volta che mi aggrada, riprenderò a vestirmi barbone-style, vaffanculo i vestiti da signorina, solo quello che voglio!

Esempio di barbone-style, look giorno sobrio.

E chi non è d'accordo HASTA LA VISTA!
Maya sul piede di guerra, Se la gente mi infastidisce si litiga, l'altra guancia me l'hanno scartavetrata.
L'acqua mi vagna e u vento m'asciuga, il saggio proverbio siciliano riguardo il lasciarsi scorrere le cose addosso senza lasciarsi toccare. L'acqua mi bagna e il vento mi asciuga, sono qui e niente mi tocca, niente mi smuove, resto calma, come le cose avvengono così passano.


* * * * * * *
 PS: avevo dimenticato di aggiungere una canzone, la inserisco adesso.

"La verità è riprovevole poiché fa la gioia del colpevole ed io che la volevo incantevole come pioggia cado dalle nuvole"

giovedì 13 agosto 2015

La veggente Maya colpisce ancora.

Ho già dichiarato che a volte sembro una veggente, perché cose che penso poi accadono davvero, senza che io debba fare una mossa.
Stavolta è successo che, del tutto casualmente, una mattina ho pensato ad una persona che non vedevo da un anno e con cui non chiacchiero da almeno due. Parlo di Mr. X, il tizio per cui avevo una cotta stratosferica ma con cui ahimè non ho quagghiato (trad. dal siciliano: concretizzare, instaurare una relazione amorosa), il tizio di cui ho parlato così tanto che gli ho affibbiato un tag qui sul mio blog.
Una mattina di poco tempo fa, dicevo, pensavo a lui. Al sorriso che mi aveva fatta innamorare, ai film che guardavamo insieme, a quanto stavo bene quando mi abbracciava, ai silenzi imbarazzati nelle telefonate, a quanto fosse strano che di presenza parlavamo sempre in modo continuo e piacevole mentre per messaggi avevo il vuoto nel cervello e non sapevo mai cosa dire, alle risposte brevi che dava alle parole che spremevo via da me stessa, a quanto era bello passare il tempo con lui (anche e soprattutto oziare).
Non pensavo a lui da un sacco di tempo, davvero, eppure ho avuto la stessa sensazione che avevo un anno e mezzo fa: qualcosa che non so definire, come un buco alla bocca dello stomaco, un po' malinconia, un po' tristezza, un po' entrambe o forse nessuna, chissà.
Comunque, di punto in bianco qualche ora dopo, eccolo nella mia casella messaggi di facebook, dopo due anni o poco più. Ci scambiamo pochi convenevoli, poi mi ha chiesto di vederci, se potevo organizzare un'uscita di gruppo. E io, appena ho visto il suo nome, lui che scriveva il mio nome in una abbreviazione che odio eppure detto da lui non mi infastidiva, non lo ha mai fatto, ecco, io mi sono messa a sorridere quanto più fisicamente possibile, uno scoppio di adrenalina, una corrente elettrica sui polpastrelli.




Abbiamo parlato un po' nei minuti successivi all'incarico di organizzatrice che ho accettato (un'asociale che organizza un'uscita di gruppo, pare una barzelletta!), abbiamo parlato molto anche durante la cena e dopo, in giro con gli altri per la città. Si rideva, si scherzava e sembrava ancora di stare nel posto dove quel gruppo è nato, anche se qualcuno mancava. Beh sì, è stata una bella serata davvero. Il problema è che ne ho già nostalgia e che il mio cuore traditore ora desidera qualcosa che non esiste e che non possiamo avere. So bene che non ci potrà mai essere niente di serio tra di noi.
Sono una cinica veggente, non una strega.


Mark a Peyton: Sei troppo giovane per non credere che tutto andrà bene.

lunedì 3 agosto 2015

2015 Reading Challenge: luglio.

Grazie al cielo scrivo su Blogger e non mi filmo su youtube, altrimenti starei ciarlando come Ornella Vanoni, che ha la pelle talmente tirata che non parla: mugugna in modo incomprensibile. Ma non è della cantante che volevo parlare, quella cattiveria mi è uscita così. Colpa del dente devitalizzato che duole e dell'afa che destabilizza.


Questo mese ho letto due libri, grazie ai quali ho segnato due punti. Con Tutto ciò che muore di John Connolly ho segnato il punto 15: primo libro di un autore famoso. Questo è un thriller poliziesco bello da paura e il suo modo di scrivere e raccontare è intrigante, avvincente. Ci sono tanti elementi, tanti personaggi, tante storie, tanti misteri, tanti fantasmi, tante emozioni diverse e non si sa mai quale filo tirerà. Una storia che in realtà ne contiene molte altre.
L'ex poliziotto Charlie Parker, detto Bird, molti mesi dopo il brutale omicidio di sua moglie e della sua figlioletta (scuoiate e lasciate in posa, la bimba di traverso sulle gambe della madre come nella Pietà), riesce faticosamente a smettere di bere ma non desiste dal cercare ancora l'assassino, a qualunque costo; in mancanza di piste, occupa il suo tempo in altre "investigazioni", tra cui il rapimento di una ragazza la cui sorella era stata rapita e uccisa anni prima da una coppia di killer locali e la ricerca di criminali fuggiti alla libertà vigilata (uno di questi, Fat Ollie, viene ucciso in sua presenza dalla mafia). Ben presto si ritrova invischiato in altre ricerche, in un passato che non gli appartiene ma di cui si fa carico: vuole espiare parte del suo senso di colpa trovando viva la ragazza e far arrestare i colpevoli degli altri omicidi. Non sarà facile: mentre la cerca, si imbatte in una serie di cadaveri, in particolar modo di bambini seviziati e uccisi; a tutto ciò si aggiungono varie famiglie di mafiosi, una santona creola di New Orleans con le visioni (una riguarda una ragazza morta che si trova in fondo ad un bayou, non è mai stata trovata e di notte la sente piangere; attira Bird perché riporta le stesse ferite di sua moglie, particolari non diffusi alla stampa) e altri omicidi che prevedono la messa in posa dei cadaveri che tengono le redini della propria stessa pelle scuoiata, privati di occhi e della pelle sulla faccia (quello che in gergo si definisce "trofeo" *), i quali sono tratti da antiche immagini mediche o artistiche.
Connolly riesce a dar vita a dei collegamenti tra fatti che, in apparenza, non hanno niente in comune, eppure si arriva al punto della scoperta e tutto sembra avere una logica conseguenzialità.

La motivazione psicologica di base del serial killer non mi è chiara, non spiega quali fossero i fattori che hanno dato inizio alla pulsione, alla fantasia omicida, ma solo il fattore scatenante (ossia l'avvenimento che lo ha spinto a tradurre la fantasia in azione; questo lo spiega bene ma non posso aggiungere altro, altrimenti potrei dare un suggerimento troppo grande).
Il senso delle pose è creare un memento, cioè creare qualcosa che ricordi al genere umano la propria caducità, la mortalità, la futilità della vita stessa e delle sue caratteristiche (amore, famiglia, amicizia, orgoglio, ambizione), tutto ciò che conta è la sofferenza e la morte di tutto ciò che muore. Nel finale l'assassino spiega tutto questo a Bird ma lui rigetta totalmente la teoria esistenziale del criminale, nonostante sia ad un passo brevissimo dal diventare uno di quei mementi, insieme a Rachel Wolfe, una psicologa criminale che lo ha aiutato nelle indagini e ad accettare la perdita della moglie andando avanti.

A circa metà del libro ho adocchiato un personaggio, per poi scoprire alla fine che avevo davvero indovinato il killer.
Detto con modestia, se avessi lo stesso intuito nella vita reale sarei meglio di Pippo Baudo ai suoi tempi d'oro.


* Piccola lezione di psicologia criminale, in termini spiccioli: i killer seriali prelevano qualcosa dalle proprie vittime o dalla scena del crimine, possono essere oggetti o parti del corpo e sono chiamati "trofei", si tratta di qualcosa che il killer utilizza per ricordare a se stesso cosa ha fatto e cosa ha provato, per rivivere le sue azioni.


Con il secondo libro ho segnato il punto 17: libro consigliato da un amico. Ho fatto un prestito-scambio con una amica, che mi ha indicato Il trattamento di Mo Hayder come uno dei suoi thriller preferiti. Mi duole ammetterlo, e non so come farò a confessarlo a lei, ma io l'ho detestato. Ho fatto fatica a leggerlo, più volte avrei voluto abbandonarlo, adesso faccio fatica a trovare un commento positivo da fare che non sia questo: sono contenta di averlo finito e di non doverlo rileggere mai, mai più.
Ne ho lette e viste in tv di cose orribili, ma così è troppo: il caso riguarda bambini stuprati e uccisi in condizioni di fortissimo impatto psicologico. Orribile, semplicemente orribile. Oltre al fatto incontestabile che il racconto di per sé è orribile, la narrazione non lo salva neanche. Per me è scritto male. Non ho provato empatia o simpatia per nessun personaggio, sono insulsi, privi di attrattive, alcuni sono stereotipi (come la lesbica coi capelli rasati e zero femminilità nei movimenti e negli atteggiamenti, cosa che mi fa chiedere se l'autrice abbia mai parlato in vita sua con una lesbica); coi vari cambi di argomento e prospettive confonde, con le descrizioni inutili abbonda, quando finalmente sta per accadere qualcosa o sta per dare un indizio blocca la scena per metterci in mezzo un'altra scena del tutto diversa con altri personaggi e quando si ritorna alla svolta non è poi questo gran ché. Non mi è piaciuto neanche il finale. In sostanza, questo libro non mi è piaciuto, non fa per me e sono contenta che me lo hanno prestato così non dovrò neanche rivederlo.

Su queste note amare una conclusione: credo che non leggerò un altro thriller per un po' di tempo. Forse non leggerò proprio. Boh.
Stay tuned!

martedì 14 luglio 2015

Grandi speranze.

Avevo detto che ne avrei parlato, perciò lo faccio. Mi è piaciuto questo libro e ancora di più il modo di raccontare fatti e sentimenti di Charles Dickens: ha una sensibilità, una delicatezza e un candore unici, conditi da sprazzi di ironia e di senso d'avventura.


Non è un libro "da ombrellone", ma sotto un albero di limone si legge che è una meraviglia, per lo meno nei primi giorni di giugno.

Si segue la storia di Pip da quando è un bambino di circa sei, sette anni, orfano di entrambi i genitori e cresciuto dai signori Gargey, ossia un cognato buono e gentile e la sorella dispotica, la quale si vanta (ed è vantata da tutto il paese) di averlo "tirato su con le mani" (cioè con metodi violenti e punizioni severe). Il ragazzino è circondato da compaesani che sono veri e propri personaggi: c'è il pomposo, orgoglioso e "ballunàro" (che in siciliano riassume in termini dispreggiativi una persona che racconta solo balle) zio Mr. Pumblechook, che solo la signora Gargery chiama "zio" nonostante fosse zio del marito (suppongo una scelta per sottolineare le personalità asfissianti e opprimenti dei due), il sacrestano Mr. Wopsle la cui passione per il melodramma e i discorsi pomposi porta a Londra per tentare la carriera di attore, una ragazzina di nome Biddy che insegna a scuola ma in particolare a Pip, l'impiegato Orlick (che si riferisce sempre a se stesso come "il vecchio Orlick" nonostante sia un ragazzo), che è villano e rude.
La vita di Pip ha una brusca piega quando, al cimitero per una visita alle tombe di famiglia, viene intercettato da un galeotto fuggiasco che lo spaventa con delle storie tanto da convincerlo a sfidare la sorte (e la furia di Solletico, ossia un pezzo di canna ricoperto di spago che la sorella impugna come dispensatore di disciplina) e portargli del cibo e una lima per liberarsi delle catene. Anche se il malvivente viene ripreso insieme ad un altro fuggiasco già il giorno seguente, per molto tempo Pip ripensa alla paura che tutto quell'episodio gli ha fatto provare.
Un altro episodio importante è l'incontro con una ricca e grottesca signora che per svago cerca un ragazzino da guardar giocare: Miss Havisham vive in una grande, lussuosa ma decrepita casa che non vede un cambiamento o un raggio di sole da decenni, quando l'uomo che amava la abbandonò con una lettera il giorno delle nozze. I suoi modi eccentrici, che in realtà sono frutto di un trauma terribile per la povera donna, si concentrano in molti punti: veste dal giorno del suo mancato matrimonio il suo abito nuziale ormai ingiallito e spezzato dal tempo, nella sala da pranzo c'è ancora il tavolo imbandito per il pranzo nuziale (con tanto di cibo e torta nuziale ammuffiti e infestati da animali) e tutti gli orologi della casa sono fermi all'ora in cui le spezzarono il cuore. La sua follia di dolore si esprime anche nell'aver adottato una bambina, Estella, con lo scopo di far soffrire tutti gli uomini che l'avessero incontrata e che la sua bellezza avrebbe fatto innamorare. Attraverso Estella la donna cerca vendetta verso il genere umano maschile. Anche Pip si innamora subito e perdutamente di lei e sarà per lei che cercherà di migliorarsi, sebbene ferito ripetutamente dalle battute crudeli della ragazza, dai modi altezzosi, freddi, manipolatori e incostanti.
Miss Havisham è circondata da parenti curiosi che sono interessati soltanto ai suoi soldi e sono descritti con una leggera ironia, al tempo stesso descrittivi e allusori, seri e beffardi.
Ma la vita di Pip cambia radicalmente quando riceve la visita di un avvocato, Mr. Jaggers, che lo informa di essere diventato erede di grandi speranze (cioè molto denaro), che non avrebbe avuto dettagli su chi fosse il benefattore, quando si sarebbe rivelato e a quanto ammontava la cifra totale. Le condizioni sono che avrebbe dovuto dire addio al paese, trasferirsi a Londra e non cambiare nome. Pip, intravedendo la possibilità di poter diventare all'altezza di Estella, accetta tutto e parte.
A Londra incontra Mr. Pocket, cugino di miss Havisham che l'aveva messa in guardia sulle intenzioni dell'uomo che stava per sposare ma non era stato creduto, e la famiglia di lui, composta dal figlio maggiore Herbert che diventerà coinquilino e caro amico di Pip, una moglie dedita solo a questioni di discendenza e di titoli, una schiera di marmocchi seguiti da due bambinaie poco attente e un paio di ragazzi che, come Pip, sono istruiti da mr. Pocket.
Non aggiungo molti altri dettagli sulla trama, solo che il ragazzino buono che voleva diventare fabbro come il cognato lascia il posto ad un giovane adulto incapace di eseguire un progetto da inizio a fine, dedito all'accumulare debiti e fare vita mondana, tra teatro, attività di accompagnatore per Estella, visite a Wemmick (il segretario dell'avvocato, che ha costruito una casa dall'aspetto di castello, dove cambia personalità e accudisce il vecchio padre mezzo sordo). Ma la sua vita subirà altre brusche svolte, che pian piano faranno uscire il suo animo dalla morsa dell'egoismo.
Lascio qualche citazione e qualche altro appunto personale.

[pag.76, un discorso quasi pedagogico a seguito di una umiliazione inflitta da Estella]
Nel piccolo mondo in cui i bambini vivono la loro esistenza, chiunque li allevi, non c'è nulla che venga percepito più acutamente dell'ingiustizia. Può darsi che sia solo una piccola ingiustizia quella che il bambino si trova a subire; ma il bambino è piccolo, e il suo mondo è piccolo, e il suo cavallino a dondolo è tante spanne più alto di lui quanto, in proporzione, un cavallo irlandese dalla grossa ossatura. Io, dentro di me, avevo sostenuto un perpetuo conflitto contro l'ingiustizia fin dalla prima infanzia. Da quando avevo cominciato a parlare, avevo capito che mia sorella, nella sua coercizione capricciosa e violenta, era ingiusta con me. Avevo nutrito la profonda convinzione che il fatto che mi tirasse su con le mani non le dava il diritto di tirarmi su a strattoni. Attraverso tutte le mie punizioni, umiliazioni, digiuni, veglie e altri simili atti di penitenza, avevo sempre nutrito questa certezza; e al mio rifugiarmi così spesso in lei, solo e senza protezione, attribuisco in gran parte la mia timidezza e la mia grande sensibilità.
Mi liberai temporaneamente dei miei sentimenti feriti, calciandoli contro il muro della fabbrica di birra e strappandomeli dai capelli a forza di torcerli, poi mi passai la manica sulla faccia e uscii da dietro il cancello.


[pag.112]
(...) tutto il merito di quello che sto per aggiungere è di Joe (il cognato). Non perché io fossi fedele, ma perché Joe fu fedele, non scappai per diventare un soldato o un marinaio. Non perché io avessi un forte senso delle virtù del lavoro, ma perché Joe aveva un forte senso delle virtù del lavoro, lavorai con tollerabile zelo, sia pur se controvoglia. Non è possibile sapere fin dove arrivi, nel mondo, l'influenza di un uomo dolce, onesto, dedito al dovere; ma è possibile sapere come abbia influenzato ciascuno di noi lungo il cammino, e io so perfettamente che quanto di buono ci fu, nel mio periodo di tirocinio, dipese da Joe, semplice e soddisfatto, e non da me, insoddisfatto, avido e irrequieto.
Cosa volessi, chi lo sa? Come posso dirlo IO, quando non l'ho mai saputo? Quello che temevo era che, in un'ora sventurata, in un momento in cui avevo un aspetto più che mai sudicio e rozzo, mi trovassi ad alzare lo sguardo e a vedere Estella che mi fissava da una delle finestre della fucina. Ero ossessionato dalla paura che, prima o poi, ella mi sorprendesse con le mani e il volto neri, intento alla parte più triviale del mio lavoro, ed esultasse trionfante e mi disprezzasse. (...) il luogo e il pasto avevano un'aria più umile che mai e, più che mai, nel mio cuore ingrato, mi vergognavo della mia casa.


[pag.240, Estella si confida con Pip riguardo la sua infanzia con Miss Havisham, circondata dai parenti che mirano ai soldi della donna; una parentesi di sincerità e tenerezza molto rari in Estella]
Nemmeno per te è facile- disse Estella -capire la soddisfazione che mi dà vedere quella gente frustrata nei suoi tentativi, o il piacevole senso del ridicolo che provo a vederli cadere nel ridicolo. Perché tu non sei cresciuto fin da piccolo in quella strana casa. Io sì. Tu non hai dovuto aguzzare il tuo piccolo ingegno per via dei loro intrighi contro di te, oppresso e indifeso, mascherati dietro la finzione della simpatia e della compassione e di quant'altro c'è di dolce e consolante. Io sì. Tu non hai spalancato a poco a poco i tuoi occhi rotondi di bambino alla scoperta di una donna tanto ingannatrice da calcolare le sue riserve di pace mentale, per quando si sveglia di notte. Io sì.


[pag.360, Pip aveva usato una parte del suo denaro per trovare un socio e un'attività al suo migliore amico Herbert Pocket; quando capisce di stare per perdere tutti i soldi per motivi che non posso dire, va da Miss Havisham a chiedere il denaro sufficiente per completare l'attività commerciale dell'amico, generando un dialogo davvero commovente tra i due. Herbert non sa niente dell'aiuto di Pip e l'attività si sviluppa tanto bene da creare una sede in Oriente]
E allora, mi parve davvero che la mia ultima àncora stesse perdendo la presa, e che presto avrei navigato in balia dei venti e delle onde. Ma una ricompensa ci fu, nella gioia con cui Herbert rincasò una sera e mi disse di quei cambiamenti, senza immaginare affatto che non mi diceva nulla di nuovo, e dipinse quadri fantastici di se stesso che conduceva Clara Barley nella terra delle Mille e una notte, e di me che li raggiungevo (con una carovana di cammelli, credo), e di tutti noi che risalivamo il Nilo e vedevamo cose meravigliose. Senza essere troppo ottimista riguardo alla mia parte in questi splendidi progetti, sentivo che la strada di Herbert si stava velocemente spianando [...]


Esistono due finali per questa storia, l'ho letto su Wikipedia e devo ammettere che non preferisco quella presente nel mio libro. Quindi vi lascio due finali per questo post e si vedrà.

Auguro grandi speranze a chiunque legga.

La vita è complicata per tutti, facciamocene una ragione.

venerdì 3 luglio 2015

2015 Reading challenge: giugno.

Buone notizie ciurmaglia!
Non ho segnato nessun nuovo punto per il progetto ma ho finalmente finito di leggere Grandi speranze di Charles Dickens! Evviva! Ovvero, all'incirca evviva, mi ci ero affezionata e credo mi mancherà quel ragazzo. Ma ne parlerò nei dettagli in un post a parte, altrimenti questo sarà troppo lungo. Sappiate però che mi è piaciuto molto; inoltre non avevo mai provato la comodità di un libro con la copertina imbottita (adoro questo formato! Dopo tre ore di lettura non mi fanno male le dita). La traduzione, poi, è fatta davvero bene, si legge liscio in ogni parte.



Altra lettura del mese è stata La stanza dei morti, di Franck Thilliez. Come si può facilmente intuire, è un thriller/horror (dipende dalla sensibilità del lettore) che in generale è fatto molto bene: il prologo è oscuro e criptico, non si sa cosa stia succedendo e il fatto non viene ripreso se non alla fine, ma è un episodio molto importante se ci si interessa delle questioni psicologiche di un serial killer che è passato dall'impagliare animali al rapire bambine con problemi di salute (una bimba cieca e una diabetica). Le indagini sono svolte da Lucie, che è solo una poliziotta, non una detective. Madre di due gemelle senza assistenza del padre, la donna è appassionata di psicologia criminale e per una fortunata serie di dettagli (tipo che è la vigilia di Natale, c'è carenza di personale e il detective incaricato ha una palese infatuazione per lei) Lucie si ritrova a partecipare alle indagini, visitare scene del crimine e assistere agli interrogatori.
Questo l'inizio: mentre la persona che ha rapito la piccola cieca aspetta qualcuno, due tizi in auto mettono sotto quel qualcuno che ha con sé due milioni di euro. Uno è terrorizzato e vuole chiamare la polizia, ma l'altro riesce a convincerlo a non farlo, a caricare il cadavere in auto per seppellirlo in una palude lontana e a pulire la scena del crimine per non lasciare indizi sulla loro presenza lì. Purtroppo per loro, il rapitore li ha visti e li contatterà, non prima comunque di aver ucciso la piccola e rapito la ragazzina diabetica.
Altro dettaglio importante, inquietante e terribile è il modo teatrale con cui la polizia scopre il corpicino: le hanno tenuto il volto contratto in un sorriso (a seguito del rigor mortis i tessuti si bloccano nella posizione in cui si trovano nel momento) ed è stata vestita e posizionata come una bambola famosa qualche decennio prima. Tutto ciò ossessiona Lucie, la prima a notare questa somiglianza, e inizierà ad indagare per i fatti suoi. Alzi la mano chi pensa che le andrà tutto per il meglio...
... ecco.

In pratica è un libro raccapricciante dove sono presenti elementi molto inquietanti e terribili: animali maschi (come lupi, scimmie cappuccine, canguri nani) trucidati allo zoo, animali femmine impagliate, bambini rapiti e uccisi, donne incinte rapite, macabri esperimenti che prevedono mutilazioni, legatura dell'aorta, cuori sezionati, vene e arterie colorate, ect. Storia degna di un episodio di Criminal Minds e di brutti, brutti incubi; non so se è perché ho guardato troppo quel telefilm o chissà perché, ma dati gli indizi sono riuscita a capire molte cose prima che fossero dette o trovate le prove. Peccato per la narrazione che non è molto scorrevole, scimmiotta un po' troppo quello stile secco, lapidario e stranamente evocativo (come lo è per esempio il suo compatriota Pierre Lemaitre); secondo me non è lo stile che gli si addice, scrive meglio quando si rilassa e lascia perdere le frasi brevi ed evocative.
Il finale, poi, è un disastro! Sembra un riassunto fatto di fretta, scritto in un ritaglio di tempo senza neanche soffermarsi a vedere in che punto si era fermato la volta precedente. Un po' come spegnere la luce in una stanza e ritrovarsi poi in una stanza diversa. Peccato davvero, le idee e i dettagli di un thriller grandioso secondo me c'erano.

Sono a circa metà di un altro thriller, ancora più ingarbugliato e pieno di dettagli succosi, tra brutali omicidi, mafia e strane sparizioni.
Ho già iniziato a scrivere un post su Grandi speranze e se il tempo non scompare presto lo pubblicherò.

Stay tuned ^^

sabato 20 giugno 2015

Giornata Fantozziana.

A volte un giorno si preannuncia disastroso, poi passano le ore e... continua ad essere disastroso.
Qualche giorno fa dovevo uscire e prima volevo fare la doccia come ogni essere umano che si rispetti e che sia degno di questo appellativo. Fino a qui tutto bene.
Ma ad un certo punto, mentre mi massaggiavo la nuca e avevo lo shampoo a bruciare i bulbi oculari, urto con il gomito il bagnoschiuma sul ripiano, il quale (per ovvietà dei fatti) mi cade sull'alluce che proprio quella mattina aveva urtato la cassettiera.
Recupero il flacone da terra senza degnarlo di un'occhiata e lo poso sul ripiano dove mia madre lo mette sempre. Sciacquo il tutto, metto il balsamo e continuo con sicurezza pluriennale la mia esibizione iper-melodrammatica di Gone forever (Three Days Grace, album One-X).
Ancora nel pieno della consapevolezza del mio corpo da cantante sprecata (sapessi prendere una nota, porca miseria!), afferro il flacone del bagnoschiuma senza guardarlo e lo verso sulla spugna. Riposo il flacone e inghiotto le parole della canzone: il box doccia si era impregnato di un odore pungente che sembrava Rio Azzurro. Al che penso che diavoleria è mai questa? Perché qualcuno vorrebbe profumare come un cesso? Okay, un cesso pulito, ma resta pur sempre un cesso.
Guardo il flacone che ho appena posato e scopro che il fatto non è che SEMBRAVA Rio Azzurro: lo ERA per davvero.

Sfiorata la tragedia, smetto di cantare. Di conseguenza perdo il senso del tempo, rendendomi conto di essere in ritardo solo quando mi telefonano chiedendomi dove fossi.
Mi preparo ad uscire il più velocemente possibile, tanto velocemente che dimentico il portafogli a casa e devo tornare indietro dopo aver percorso almeno quattrocento metri.

Ritornata in macchina, percorro qualche centinaio di metri e una lucina rossa sul display mi avverte gentilmente che sono in riserva. Piuttosto sotto in riserva. Prima non me n'ero accorta, se non avessi dimenticato il portafogli forse me ne sarei accorta troppo tardi. Penso con sollievo che la sfiga mi abbia dato un break. Ma questo solo per scatenare un'altra serie di sfortunate circostanze.

Al distributore c'è l'addetto e, ancora ignara, credo di essere fortunata perché non puzzerò come uno scaricatore di porto. Senonché mi telefona un amico, mentre discutiamo l'addetto ha terminato e mi augura buona serata. A quel punto, non so bene come, mi ritrovo a mettere la prima, a dire buona serata al mio amico e a chiudere la chiamata per dire all'addetto sono in ritardo, lo so, non mi stressare!
Lascio il distributore in una profusione di scuse, di pressione alta e faccia rovente.

Alzo il volume di The kids aren't alright (Offspring, album Americana) per scacciare il ricordo recente e continuo il viaggio per pochi minuti. Ferma ad un passaggio a livello chiuso, un macchinone si affianca alla mia piccola utilitaria dove due ragazzi mi indicano e ridono finché uno si sporge dal finestrino e mi urla qualcosa che non ho ben compreso; le opzioni erano:
Wee bauscia!
oppure
Wee bagascia!

Non mi sembrava il caso di urlargli a malo modo un: a to soro! (a tua sorella) perciò ho risposto con una elegante esibizione del mio affusolato dito medio. Molto chic. E per di più alzo ancora il volume pensando Dexter, aiutami tu.

Arrivata a destinazione la serata si stabilisce nei soliti classici: brutte battute che fanno ridere, sorsate di birra andate di traverso, parlar male di qualcuno e ritrovarmelo vicino, inciampare su piedi altrui, brevi episodi di dislessia verbale (ma che esiste davvero 'sta cosa?). Anche il ritorno a casa si rivela liscio. Resto davanti al mio cancello dieci minuti buoni a "trafficare" con la chiave, cercando di far aprire quell'ammasso di metallo, provo e riprovo finché mi si arrossa la mano, ho un dito dolorante e mi scappa la pipì. A mali estremi, estremi rimedi: nonostante io indossi un vestito corto (ho le gambe corte e non metto tacchi, o le gonne sono corte o sembro scappata dall'asilo), decido di arrampicarmi e scavalcare. Mi guardo intorno, ma alle quattro e venti del mattino non c'è nessuno in giro. Metto un piede sulla ruota per darmi la spinta, mi aggrappo a dei piloni di cemento, mi arrampico sul muretto aggrappandomi al cancello e in qualche modo riesco a raggiungere la vetta. Una gamba passa agilmente dall'altra parte del recinto, l'altra si blocca perpetuamente a pochi centimetri dalla linea di arrivo. Mezza obliqua, mi arrischio a guardarmi le spalle: ho il culo coperto per un soffio e un rametto secco di gelsomino si attacca ai lacci degli stivali (hey, la sera fa ancora freddo!). Mi piacciono i gelsomini, veramente, ma ho imprecato di brutto contro di loro. Contenta che almeno nessuno stia assistendo alla scena, inizio a scuotere il piede bloccato mentre l'altra gamba mi penzola libera dall'altra parte della barricata. Alla fine il gelsomino si arrende e lascia la presa. Ondeggio sulla vetta ma resisto, completo la scavalcata e atterro nella mia proprietà. In una ondata di rabbia mista a trionfo do un calcio al cancello. Quel bastardo di metallo, dopo uno strano scricchiolio, si apre dolcemente spinto da un soffio di vento.
Atterrita, l'unica espressione della mia esasperazione è accasciare la testa sul petto e meditare su un cambio di nome. Ma la giornata è finita e decido di prenderla con grazia, rivolgendomi più o meno così al cancello


mercoledì 3 giugno 2015

2015 Reading Challenge: first flop.

Questo mese niente da dire e niente da mostrare.
Questo maggio è finito in un soffio e non ho letto nulla, neanche una pagina.
Non ho avuto voglia di leggere, diciamo che c'è stata una reciproca pausa di riflessione (con conseguente: vediamo altre persone).

Primo fail in questo progetto, se ce ne sarà un secondo sarà il tempo a dirlo.
Stay tuned, ché ho intenzione di scrivere qualche post idiota (più del solito, ndr) per recuperare tutti i post grigi e malconci degli ultimi tempi. Perché posso anche smettere di leggere, ma non di collezionare malafiure (brutte figure pubbliche).



PS: se qualcuno ha la pazienza di spiegarmi in termini semplici ed elementari cosa rappresenta questa nuova normativa sui cookies (cosa succede in pratica ed eventualmente quali difese adottare), ben venga.