sabato 3 novembre 2018

Stringere i denti.

Sono mesi che mi ripeto che bisogna stringere i denti. Così si fa, si stringono i denti e si va avanti con la stessa faccia da schiaffi di sempre, anche se gli schiaffi li ricevi ma non ne dai mai. O quasi mai, dai, non prendiamoci in giro.
Il 2018 ci ha preso decisamente gusto a prendermi a schiaffi.

Ad agosto avevo una brutta sensazione di disagio, di minaccia incombente e ancora una volta ci ho azzeccato più di quanto mi aspettassi. E la veggenza non aiuta.
Come se non bastasse che mia madre si sia dovuta operare, che il mio piede sia diventato uno spiedino, che le mie nonne e mio fratello siano stati male (ora stanno meglio), ad agosto ci calao l'aisso. Vale a dire che nella partita a briscola che è la mia vita, la vita ha deciso che a questa mano doveva metterci l'asso. Quindi è successo che mi sono incidentata. Anzi, scusate il francesismo: mi hanno inculato la macchina.
Il mio fidanzato dice che sono aggressiva alla guida, ma sono una automobilista responsabile. Certo non perfetta, ogni tanto sgarro con i limiti di velocità, però mi fermo sempre agli stop, do la precedenza il più delle volte (anche in casi in cui la precedenza è mia), mi fermo a far passare i pedoni anche senza le adeguate strisce, non parcheggio mai sulle strisce gialle o rosa, mai in doppia fila, in sosta vietata e neanche su mezzo centimetro di marciapiede. Poi succede che me ne sto ferma e tranquilla come mio dovere di automobilista rispettoso e una persona non abbastanza attenta ha beccato proprio il mio Cassonetto, come amorevolmente l'ho sempre chiamato.
Io quella macchina non la volevo, me ne piaceva un'altra blu metallizzato, un colore bellerrimo, ma ahimè l'avevano già venduta, e allora che palle il cassonetto grigio mi è toccato, quello o niente per il mio budget e i miei requisiti minimi. Certo non l'ho comprata con i miei soldi, ci hanno pensato i miei, però la considero la mia prima auto.
Questo rapporto di amore-odio è stato sbilanciato da questa avventura, alla fine della quale ho rischiato solo un'ulcera perché, credetemi, ho raccontato la storia con minuziosi dettagli non so quante volte a non so quante persone mandate dall'assicurazione.
Belli miei, vi dovete rassegnare: io ho ragione e voi torto. C'è il CID e un testimone oculare che non avevo mai visto prima e nonostante tutto mi hanno tartassata di tentativi di darmi la colpa. Beh, scusate un cazzo se proprio quel giorno stavo in quella determinata strada a quella determinata ora. Vi tocca pagare per la distrazione umana dell'ALTRO automobilista, non certo per la mia.
Sono arrivata al punto da non riuscire a dormire la notte per i pensieri.
Sono rimasta per due mesi senza macchina e quando il mio Cassonetto è tornato a casa l'ho abbracciato. Prima il sedile, poi non ancora soddisfatta ho abbracciato il volante (che ha risposto con un affettuoso colpo di clacson) e accarezzato il cruscotto. E subito mi sono tornate alla mente due puntate dei Simpson, una dove Homer abbraccia la tv e sussurra dolcemente "Non litighiamo mai più", nell'altra sono Bart e Lisa ad abbracciare la tv (non ricordo se sono due scene della stessa puntata o due diverse, in caso qualcuno lo sappia apprezzerei un commento a riguardo).





A settembre l'ennesima sorpresa: il mio fidanzato emigra in Padania per lavoro. Tanto fiera, orgogliosa e contenta per lui, purtroppo personalmente non la sto prendendo bene. Ancora non mi capacito. Non mi capacito di dover passare settimane senza vederlo e toccarlo, come non riesco ad accettare l'idea di lasciare un giorno la Sicilia, con amici e parenti annessi, e il paninaro di fiducia, le feste di quartiere, ect, non mi va proprio, ma se lo assumono a tempo indeterminato per un lavoro che gli piace, io cosa cazzo dovrei fare? L'unica alternativa accettabile è che anche io, un giorno, mi trasferisca.
Che schifo, manco nella fortuna trovo la gioia.
Avevo deciso qualche mese fa, dopo il commento di un lettore, di sforzarmi di essere meno negativa per attirare meno negatività.
Metto il tre di briscola e... il 2018 ci calao l'aisso, che culo!

mercoledì 29 agosto 2018

Tour estivo anche in grotta.

L'estate dovrebbe durare molto più di soli quattro mesi scarsi. Questa estate, nello specifico, sto viaggiando più di quanto abbia mai fatto. Certo, sono piccoli viaggi in provincia, massimo un'ora e mezza di macchina perché il portafogli langue disperato, eppure sento che ne ho bisogno. Ho bisogno di viaggiare, di fare escursioni avventurose, di passare del tempo col mio fidanzato, perché settembre è vicinissimo e mi mette un'ansia incredibile. Settembre è sempre stato il mio capodanno, è a settembre che iniziano i progetti, è a settembre che faccio i conti. Questo settembre è oscuro e incombe spaventoso. Perciò faccio pressing per viaggiare, non importa dove, anche senza lasciare la città, non importa basta che andiamo insieme.
Per mia fortuna, le bellezze in provincia non mancano e sto pian piano scoprendo molto più di quanto pensassi e sperassi, allontanando almeno per un po' l'avvicinarsi del temuto settembre e delle prove che porta.



Per la serie "Bellezze del trapanese", vi presento un'altra delle mie tappe estive: la Grotta Mangiapane, che sarebbe una delle Grotte di Scurati (Scurati è una frazione di Custonaci, dove poi siamo andati a fare il bagno, con la dovuta attenzione visto che i primi due-tre metri di acqua scorrono su rocce lisce ma scivolose). La grotta Mangiapane si trova vicino alla Riserva naturale del Monte Cofano, la strada è facile da trovare con l'apposita app di geolocalizzazione e sarete subito immersi in una atmosfera molto bucolica e affascinante, a me ha dato l'impressione di un viaggio nel tempo (l'aria è pulita, natura selvaggia, sterpaglia, i versi degli animali, fiori, piante...).



Appena varcato il cancelletto di assi di legno, vi accolgono subito in una casetta dove pagare un biglietto di 3€. Il prezzo è ben misero se pensate che servono al mantenimento di tutte le casette, degli oggetti e dei macchinari antichi, a tenere puliti e percorribili i sentieri, alla cura degli animali (due cavalli, due asinelli, oche con relativo stagno, il pavone che passeggia per le stradine, due caprette dalle corna ricurve, galli, galline e altri pennuti dal verso strano che sinceramente non so come si chiamano), in più nel periodo natalizio vi si svolge annualmente un presepe vivente (per il quale ovviamente sto già rompendo le scatole al Fidanzato per andarci, che ve lo dico a fa!).

Al momento del biglietto, ci sarà una persona che vi darà qualche informazione: innanzitutto il percorso nel borgo è delimitato da una corda, quindi seguite la corda e farete letteralmente tutto il giro completo.
Questa grotta è stata abitata sin dal Paleolitico, ne testimoniano graffiti e oggetti (come strumenti di ossidiana), ormai relegati a musei italiani e parigini.
Da metà Ottocento (se non ricordo male, perdonatemi) fino al periodo seguente alla seconda guerra mondiale, in questa grotta e nelle sue immediate vicinanze visse la famiglia Mangiapane, da cui il nome, finché le condizioni di vita non li spinsero gradualmente a trasferirsi altrove fino a lasciare il "villaggio" disabitato.
Nei primi anni 2000 alcuni ragazzi del posto si adoperarono per sistemare e far conoscere questo luogo, che è stato anche scenario di pellicole tra cui Montalbano e un film di Pif.

Ogni "casetta" ha una targa in legno con l'indicazione della professione in ben tre lingue: siciliano, italiano e inglese. C'era infatti il mugnaio, lo smielatore, il calzolaio, il fornaio, il puparo (cioè il creatore delle marionette che in siciliano si chiamano "pupi"), il sarto, chi tesseva la canapa, il vasaio, l'oste e il fabbro. Mi sembra di ricordare almeno un paio di altri mestieri ma non mi vengono in mente, in caso li aggiungerò dopo.
Alcune casette sono ammobiliate come al tempo, ad esempio la camera da letto e la "sala pranzo".

Anche all'interno della Grotta ci sono casette, mentre in fondo c'è addirittura una piccola chiesa scavata tra le rocce umide.






Molto caratteristico anche la tettoia di legno e tegole dove appendere ad essiccare vari prodotti, come i pomodori, i fichi, i pesci salati e alcuni tipi di carne. E poteva mancare un variopinto carretto siciliano? Appunto.





Adesso, dopo le caprette dalle strane corna ricurve, vi saluto con un'altra delle mie foto (le ho scattate tutte col mio cellulare, queste e altre 36). Adoro la calma che ispira questo posto, così rustico, così lontano eppure vicino... era così il mondo non molti decenni fa. Strano, no?



giovedì 16 agosto 2018

Macari. E magari un'altra volta.

Forse non è ancora chiaro quanto mi piaccia parlare delle cose belle e positive della mia madrepatria Sicilia. Probabilmente non è neanche quantificabile quanto mi piaccia. Ma capitemi, da qui c'è passato praticamente chiunque nel mondo nel corso dei secoli, perciò i pezzi di storia non mancano, e per di più siamo stati baciati da Madre Natura (probabilmente per compensare la nostra mancanza di talento nel saper gestire adeguatamente tutto ciò). Nel mio piccolo mi piace sbandierare ogni piccola/grande meraviglia.
Ora, piccola premessa, sappiate che in fatto di mare e spiagge sono molto esigente perché quello che vedete nella foto qui sotto è quello a cui sono abituata:



Acqua trasparente e cristallina, sabbia fine, alghe pochissime. Non è sempre tutto così, eh, bisogna dirlo.
San Vito lo Capo, per esempio, mi piace andarci solo a giugno o nella prima metà di luglio, di mattina l'acqua è meravigliosamente azzurra, limpida e pulita. Se ci andate alle sei del pomeriggio a fine agosto, potrebbe non essere così idilliaco e sarete anche sepolti tra la gente.
Comunque ho degli standard abbastanza alti.

Tutti questi preamboli per dire che qualche settimana fa sono andata a Macari, in provincia di Trapani, e l'ho trovata piccola ma stupenda. C'è da camminare un po' a piedi per arrivare a una spiaggia di scogli che formano scale naturali attraverso i quali raggiungere l'acqua. L'acqua è tiepida e viva: tra gli scogli infatti vivono alghe, conchiglie, diversi pesciolini e granchi.
Vi prego, se ci andate, sforzatevi di non calpestare le alghe e lasciate vivere in pace gli altri animali. Questa è la loro casa, voi siete gli ospiti.
E fate attenzione, basta poco e l'acqua diventa alta.





Certo, tra gli scogli non si possono piantare gli ombrelloni (vi prego, vi supplico di non tentare!) ma basta ingegnarsi un poco: noi abbiamo retto l'ombrellone con un mucchietto di grossi sassi.
È stato rilassante in maniera incredibile, sono rimasta per ore come una scema a guardare la vita di quel pezzetto di mare immacolato. Più volte ho incontrato un pesciolino che al mimino movimento sospetto dell'acqua si immobilizzava tra le alghe mimetizzandosi alla perfezione, per poi riprendere a nuotare quando l'acqua tornava tranquilla.

E io tornerò, cara Macari, t'ho troppo amata per non farlo.


Suggerimento: armatevi di pazienza se siete nelle vicinanze e magari prima di immettervi in autostrada fate una sosta a Dattilo (una piccola e rurale frazione di Paceco, sempre provincia di Trapani), chiedete al primo passante dove comprare i loro famosi cannoli giganti. Chiunque incontrerete saprà di certo indicarvi il posto giusto dove acquistare dei tipici cannoli siciliani, più grandi del normale e molto, molto buoni!

venerdì 20 luglio 2018

Auto mania.

Il 23 giugno si è tenuto a Trapani l'annuale mostra di auto d'epoca.
E con un fidanzato che è ingegnere meccanico e appassionato, figuriamoci se non mi avrebbe portata fino a là. Le auto che partecipavano alla mostra, e poi alla sfilata con tanto di palco e presentatori, sono state di svariate annate e di diverse case automobilistiche, in particolare molte Alfa ma anche Ferrari, Lancia, BMW, Porsche.

Sì lo so, è successo quasi un mese fa, lo confesso: sono una procrastinatrice seriale. Ma capitemi, con 40 C° non ho tanta voglia di stare seduta al pc, che funge perciò solo come decorazione da tavolo.

Ma torniamo all'inizio: cos'è un'auto d'epoca? Per la legislazione italiana è semplicemente un veicolo che ha compiuto almeno trent'anni di vita, ma scommetterei che la risposta varia a seconda di chi sia l'appassionato a cui lo chiedete. Qualcuno vi dirà che sono testimonianze storiche, altri vi diranno che sono gioielli della meccanica, altri ancora che si tratta di arte meccanica e di design. E suppongo che a qualcuno, un tantino più patito, verrebbe la bava alla bocca diventando incapace di esprimersi a parole.
Anche per i neofiti come me è stata un'esperienza interessante. C'era l'odore acre e penetrante di benzina, i motori che scoppiettavano e rombavano come ormai non siamo più abituati a sentire sulle nostre strade, stili di carrozzeria così diversi pur appartenendo allo stesso periodo (invece tutte le auto moderne si somigliano poco o molto).
Di questo evento non ho fotografato tutti i veicoli, tuttavia posso mostrare alcune foto di bassa qualità (c'era troppo buio per il mio telefono e c'era troppo da guardare per soffermarsi a fotografare) e indirizzarvi al sito ufficiale dove potete trovare molti più dettagli.

Inoltre posso riportarvi il nome e il modello di qualche auto, grazie all'assistenza dell'Ingegnere Junior mia dolceamara metà, il quale le ha identificate per me (dove possibile). Senza di lui le mie foto sarebbero state un po' più vuote, quindi grazie a lui. Se ci dovesse essere qualche errore o dubbio scrivete pure nei commenti!

Fiat 1100


Notate prego lo stile innegabile di queste persone

Dopo questa ho desiderato possedere anch'io gli occhialoni da aviatore.

Alfa Romeo Duetto

Alfa Romeo Giulia. Questa è una delle mie preferite ma non prendetemi ad esempio, ho anche una insana passione per la Fiat 126
Alfa Romeo GT Junior
Lancia Fulvia e Fiat 1500

E questa è, infine, la vista panoramica su Trapani da circa metà del monte Erice.

lunedì 18 giugno 2018

Karma: quando la sfiga non è abbastanza.

Ci sono persone sfigate. Esistono persone delle quali invece si occupa il karma.
E poi ci sono io, che le attiro entrambe.

Questa, insomma, è un'altra delle mie storie tragicomiche.
Certo, non sono stata impalata al sedere da un pesce spada volante come in un film di Fantozzi, ma sfiga e karma si sono alleati per infilzarmi.
Un sabato sera in compagnia, ero di buon umore e, complice il clima di giovialità ricco di battute e risate, mi si era sciolta la lingua a tal punto che ho asfissiato il mio fidanzato per tutto il viaggio di ritorno in auto (che non era poco, dato che eravamo in trasferta fuori città). Ad un certo punto mi accorgo che non mi ascoltava più e siccome di parlar da sola quando sono in compagnia non mi va proprio, ho chiuso la bocca. Siamo rimasti in silenzio finché non ha parcheggiato, gli faccio un appunto su quanto detesto parlare da sola, che preferisco mi si dica che non interessa il mio argomento di conversazione piuttosto che ignorarmi. Da lì siamo passati a darci fastidio a vicenda con altre cose di poco conto, poi sono arrivate le risposte sgarbate e alla fine devo aver detto qualcosa di troppo perché siamo finiti a litigare. Per cose sceme lui ha messo il muso e io mi rifiutavo di guardarlo in faccia, così vanno sempre i copioni dei nostri battibecchi.
Il giorno dopo ne abbiamo discusso con calma (va beh, calma... diciamo irritati ma senza urlarci contro), abbiamo chiarito i nostri punti di vista, portato tutto fuori e concordato la fine della discussione. L'irritazione però era rimasta, per quanto lui negasse io sentivo la sua. Ho cercato di ignorare ma non ce l'ho fatta. Non so quante volte ho riaperto la faida quel giorno, fino a quando eravamo davvero esausti e abbiamo tirato le somme: lui non si appassiona alle cose che appassionano me e io quando perdo il controllo dico cattiverie.
Sì, sono pesante, a volte. E lui non è un santo perfetto, come è normale e giusto che sia.

Comunque, passa un altro giorno, mentre sfiga e karma covano. Camminavo velocemente su un marciapiede quando all'improvviso mi blocco perché sento un gran dolore al piede. Abbasso lo sguardo e vedo un'asticella di ferro lunga e ricurva che mi esce dalla scarpa. Ovviamente non possiedo scarpe con l'antenna televisiva, per cui il mio piede si è trasformato in uno spiedino.
Il mio primo istinto è stato quello di afferrare l'asticella con una mano e tirarla via. Un attimo di sollievo, poi il dolore. Ad ogni passo, e poi ad ogni pedata sulla frizione della macchina, il dolore peggiorava. Prima di avviarmi a prendere mia madre che faceva fisioterapia, ho controllato il danno: una goccia di sangue e un buchetto piuttosto profondo. Ho maledetto ogni cattiveria che ho detto, ogni cattiveria che ho sentito e tutte le persone malvage del mondo.
Il dolore peggiorava così sono passata in farmacia, dove il direttore se n'è lavato le mani dicendo che sì, forse serviva l'antitetanica ma che dovevo prima parlare con il medico di famiglia, intanto mi ha venduto l'acqua ossigenata per disinfettare.
Bene, ma non benissimo, visto che era ora di pranzo e ci volevano due ore all'apertura dello studio medico. Intanto il dolore andava peggiorando e dal dorso del piede era arrivato fino alla pianta, tanto che non potevo appoggiarlo a terra.

Suggeritemi portafortuna più efficaci.
Ma poteva finire qui?
Assolutamente no, infatti abbiamo scoperto che il mio medico non sarebbe venuto quel giorno perché aveva impegni altrove. E io che cavolo dovevo fare?
Al pronto soccorso sarei morta di vecchiaia prima di vedere un medico, quindi sono andata alla guardia medica, pur sapendo che era aperta di sera e non di giorno.

Quando, contro ogni previsione, una simpatica dottoressa ha aperto la porta della guardia medica ho pensato "Dai, che magari non c'è bisogno di fare l'iniezione, magari disinfetta, infascia e mi manda a casa con delle simpatiche pillole per il dolore". Perché, manco a dirlo, ho il terrore per le siringhe e tutto ciò ne concerne l'utilizzo.
Il karma e la sfiga a quel punto si saranno fatte grasse risate reggendosi la pancia e dandosi pacche sardoniche l'un l'altra.
La nefasta soluzione mi è stata data sotto forma di ricetta medica per antitetanica e antibiotici. Sarei pure scappata a gambe levate ma, ecco, senza appoggiare un piede a terra non sarei potuta andare molto lontano senza che l'impietosa mano sana della Genitrice si fosse ghermita su di me.
A quanto pare l'antitetanica è diventata merce rara, per cui l'angoscia mi è stata prolungata da alcune visite in farmacia fino a trovarne una provvista. E finalmente una gentile signora mi ha potuto chiedere "Allora, destra o sinistra?". Quindi ho sacrificato la mia chiappa sinistra per la scienza, trasformandola nel tiro al bersaglio.

Ho zoppicato per una settimana, poi il dolore si è calmato, il buco ha perso profondità e ho camminato un po' sciancata per qualche tempo.

Conclusione: il fidanzato nega e ride quando lo ribadisco, ma secondo me quella asticella malefica era stata messa sul mio cammino da sfiga e karma come punizione per la mia boccaccia, dato che di solito guardo sempre dove metto i piedi perché tendo a inciampare persino sulle mattonelle leggermente sconnesse e giusto quel giorno non ho guardato.
Visto che mi sono bucata il dorso del piede e non la suola, un buco infame che per quanto piccolo ancora mi stupisco di tanto dolore, suppongo di aver calpestato l'asticella con il piede destro facendo sollevare l'altra estremità e con il passo successivo devo essermi infilzata il piede sinistro. A meno che non fosse caduto dal cielo!

Devo usare la mia boccaccia solo per mangiare e sparare cazzate, mannaggia.

venerdì 11 maggio 2018

Di quella volta che feci prendere un colpo al fidanzato.

Non ho mai apprezzato particolarmente le feste comandate, non apprezzo neanche i regali fatti per forza (ma per forza di chi o cosa, poi?) né il dover essere obbligatoriamente felice e circondata di gente in un giorno preciso.
Invece i regali fatti senza motivo, per caso, mi piacciono. Il mio fidanzato a volte entra in un bar a prendere il caffé e poi se ne esce con un cioccolatino per me.
Circa un anno fa, pensai di fargli un regalo ma prima volevo fargli uno scherzo (sarebbe stato troppo facile altrimenti). Quello che non sapevo è che gli stavo per far prendere un colpo.
In quel periodo entravamo spesso a far un giro in libreria e lui si fermava sempre tra gli scaffali dei saggi a sfogliare una biografia su uno scienziato... chiamiamolo "Tanino". A volte mi vedeva arrivare e lo posava, altre volte diceva cose tipo "Devo pagare la rata dell'università, appena racimolo dei soldi me lo compro". Al che, la mia mente si è attivata. Perché aspettare? Tanto i suoi pochi guadagni li avrebbe spesi per le tasse della macchina o la benzina. E poi era bello quel luccichio che aveva negli occhi ogni volta che vedeva quel libro, così simile alla gioia fanciullesca che lo attraversa quando vediamo in un negozio gli articoli di ferramenta (giocattoli da ingegnere, suppongo).
Non so esattamente come e perché mi sia venuta quell'idea, fatto sta che più ci pensavo e più sembrava divertente. Insomma, anche se lo avessi incartato per bene avrebbe comunque avuto l'inequivocabile forma di un libro, non sarebbe stata una grande sorpresa.
Un giorno sono uscita e ho fatto l'acquisto, giravo per le strade con l'aspetto losco di chi sta compiendo una malefatta, tanto che temevo di incontrare qualche persona che avrebbe potuto spifferare al fidanzato che ero in giro e magari fargli qualche allusione. Conoscendolo, sarebbe finita in una rissa verbale. Ma tutto è filato liscio.
Tornata a casa, ho compiuto il misfatto: ho coperto il libro su Tanino con la copertina di un altro libro, comprato con 1,50€ al mercatino dell'usato; per la precisione, un romanzo rosa ambientato nel medioevo che potete ammirare in tutta la sua discutibile zuccherosità grafica e che ricopriva perfettamente la biografia.



Il giorno dopo gli ho comunicato che avevo qualcosa per lui. Ovviamente appena ha visto il pacco ha subito esclamato, felice come un pupo, "È Tanino!". Aveva il sorriso che gli andava da un orecchio all'altro e gli occhi che brillavano come lucine natalizie. In quel momento mi sono sentita una merda, ero tentata di sabotare il piano: lui era troppo contento e io troppo cattiva. Ma ho resistito, mi sono fatta coraggio con un colpo di tosse e con una calma apparente sconcertante l'ho avvertito.
"Non è lui."
Si è immobilizzato, mi ha guardata. La confusione sulla sua faccia mi ha fatta traballare, ma con una professionalità da premio Oscar ho continuato la farsa senza far trapelare niente.
"Una stronza ha comprato l'ultima copia che avevano".

Indeciso se credermi o meno, dibattuto nel chiedersi se fosse uno scherzo o una deludente realtà, è rimasto un minuto buono a scrutare quel libro ancora incartato.
"Seh, mi prendi in giro."
 "Aprilo e vedi."
Ha esitato ma alla fine si è deciso e mentre rompeva la carta gli ho dato una spiegazione
"Siccome quello che volevi non c'era e volevo comprarti qualcosa, ho pensato di approfittarne per regalarti un libro di un genere che non hai mai letto."
Tolta tutta la carta, si è bloccato a fissare quella copertina soft-porno per più di due minuti, ammutolito, con un falsissimo sorriso e il volto che diventava sempre più rosso con sfumature violacee. Gli leggevo in faccia quanto gli facesse schifo l'idea di leggere un romanzo del genere e tuttavia non voleva ferirmi o deludermi (o non sapeva cosa fare).
Ad un certo punto si è riscosso, si è messo a sfogliarlo e io ho pensato che avrebbe capito. Invece no.
Ha sfogliato ancora, è arrivato alle pagine fotografiche e mi sono detta che a quel punto avrebbe riconosciuto uno dei più famosi Tanino della storia. Invece no, era ancora intrappolato nel suo incubo e il colore della sua faccia era sempre più scuro.
Lì ho pensato che stesse per venirgli un colpo e mi è venuto un groppo in gola che mi impediva di pronunciare una sillaba. Per puro caso, o per un abbassamento di pressione che gli ha fatto allentare la presa, la copertina è scivolata via rivelando il suo segreto: il primo piano del volto di Tanino schiaffato in copertina.
Lui si è voltato verso di me e sembrava un'altra persona, una persona felice, il sorrisone sincero e le sopracciglia sollevate davvero molto in alto per la sorpresa improvvisa e, oramai, insperata.
Ho alzato le spalle e ho ammesso "Quella stronza ero io".
Mi ha abbracciata tanto forte da fare quasi male, mi ha pure sollevata da terra e mi ha girata come una trottola. Sembrava non voler più mollare la presa. Intanto rideva o diceva grazie.
Credo fosse così sollevato e felice da non aver provato nessuna rabbia o risentimento, neanche per mezzo secondo, è passato direttamente dallo sconforto alla gioia in un momento.

Scherzo? Riuscito.
Sorpresa? Riuscita.
Infarto? Per fortuna evitato.

A volte esce fuori la Karen Walker che è dentro di me.
E voi? Mai avuto un piano malefico per far sudare un vostro caro prima di donargli il dolce?

lunedì 16 aprile 2018

Dopo il caos.

Febbraio è stato un mese breve ma tosto. Tosto, pesante e incredibilmente lungo. Avrei voluto scrivere due post al mese durante questo 2018, anche per recuperare un paio di anni piuttosto scarsi di scrittura, ma a quanto pare (parafrasando un po' la pubblicità) non mi piace vincere facile. Anzi, pare proprio che non mi piaccia vincere.
Non sono una persona logorroica e ciò vale anche per la scrittura; non riuscirei mai a scrivere e pubblicare un tot numero di post in sequenze ravvicinate. Magari prima riuscivo a sfornare qualcosa una volta a settimana, anche se non pubblicavo tutto, ma quei tempi ormai sono lontani. Fino a cinque-sei anni fa ero una persona molto più cupa, isolata e inquieta e scrivere mi scaricava dalle energie negative che mi logoravano. Ora scrivo più per piacere che per psicofarmaco, purtroppo non succede spesso di ritrovarmi a riempire la pagina bianca.
Insomma, volevo ritrovare la mia verve letteraria e invece questo febbraio mi ha travolta e ancora sono bloccata tra le sue spire, un po' come nei cartoni animati quando il personaggio si ritrova a fluttuare nella scia del profumo di una pietanza appetitosa.
Tutto è iniziato con la febbre alta, che mi dava nausea, vertigini, crisi di pianto incontrollato, tremori alle mani, sbalzi di temperatura tra l'artico e l'equatore e scarsa visibilità. E per impreziosire il tutto, la febbre è iniziata mentre ero a cena fuori con il mio Lui. Non una cena qualunque, tipo il kebabbaro il martedì sera, bensì a san Valentino in un ristorante raffinato con menù a base di pesce e vino bianco.
Che cavolo, per una volta che volevamo fare gli adulti inquadrati! Per dire, và: lui aveva messo la camicia, era elegantissimo mentre io, bianca come il piatto, avevo la nausea. Bello schifo.
Aneddoto carino: a fine pasto ho preso delle compresse e, come mi succede spesso quando sto molto male, il farmaco mi ha dato alla testa. Il risultato è stato molestare il mio Lui con una serie di note vocali alle tre di notte dove gli dedicavo pezzi della canzone Se bruciasse la città di Massimo Ranieri. Non potete capire quante risate si è fatto, mentre ero chiaramente SBALLATA.

Con ancora addosso gli strascichi di quei malori, mia madre "si è incidentata" finendo con il dover subire un intervento. Ho passato quasi una settimana in ospedale con lei ed è stata un'esperienza agghiacciante che mi ha procurato una crisi di pianto al giorno. La notte era inquietante e non riuscivo a dormire, mentre mia madre si godeva i farmaci. C'erano rumori strani provocati dall'impianto di aerazione e di riscaldamento, l'erogatore di ossigeno di una signora frusciava e gocciolava in una maniera tale che sembrava di avere qualcuno che camminava con i tacchi sul tetto e non si riusciva a capire da dove provenisse quel rumore. Come se ciò non fosse sufficiente ad impedire il sonno, c'era pure una vecchietta in stanza che parlava nel sonno. Mentre dormiva lei parlava a voce normale (che nel silenzio della notte pareva gridare), facendomi saltare in aria. Ad esempio "parlava"con suo figlio, che non era neanche presente, dicendo cose tipo "Peppe (nome di fantasia), statti fermo, droco, fermo! U vire, u vire! Ti l'avia rittu eo, statti fermo, u vire chi truppicasti. Ora t'arrangi!" . Oppure vedeva delle belle bambine e chiedeva di vederle più da vicino. Oppure indicava in quale cassetto si trovasse il prezzemolo. Cose così, tutta la notte. E quando finalmente si era stancata e stavo per addormentarmi, zac! Le infermiere entravano accendendo la luce e gridando buongiorno.
Per non so quante settimane successive, anche nel caldo accogliente del mio letto, mi svegliavo intorno alle tre e alle sei del mattino, orari in cui nella stanza di ospedale entravano gli infermieri.
Perseguitata.
Dopo il ritorno a casa, mia madre è ancora debilitata perciò tocca a me e a mia nonna occuparci della casa. In questi giorni ho stirato per la prima volta una camicia e devo ammettere che detesto stirare, quindi preferisco che a stirare ci pensi la forza di gravità dopo che li ho stesi.
Nel frattempo anche il mio Lui si è ammalato, lui che non si ammala mai; neanche gli antibiotici e l'aerosol hanno battuto quella brutta tosse, che probabilmente si era trovata bene nella sua gola perché ci è rimasta per tre settimane. Siccome non ci facciamo mancare mai nulla, ha ricevuto LA MAIL. La mail importante che aspettava da mesi è arrivata quando proprio non se la aspettava più. Sto parlando della mail dell'università che lo convocava per la sua laurea. Nei primi di marzo siamo quindi partiti alla volta di Roma per il suo gran giorno, con lui che ancora tossicchiava e io con il ciclo.

A sinistra Castel Sant'Angelo, a destra il Tevere, nel mezzo le bancarelle

Sarà che sono innamorata di Roma, ma anche con il cielo grigio è bellissima. Sono stati tre giorni faticosi ma molto belli ed ora non posso più chiamare il mio Lui con l'appellativo di Quasi-Ingegnere, o Ingegniero, o cose così: l'ho promosso all'appellativo ufficiale di Ingegnere Junior. Ovviamente a Roma abbiamo mangiato, ad esempio in un posto dall'arredamento discutibile (il cui bagno dorato era una miniatura di come mi immagino uno dei bagni di Arcore) e in una pizzeria carina abbiamo mangiato la pinsa circondati da romani (dopo essere stati esclusi il giorno prima perché il posto era tutto pieno e non avevamo prenotato). Abbiamo pernottato nello stesso albergo dell'anno scorso, ma in un piano diverso.

Attacchi di felicità alla vigilia della laurea

Mi sono mancati i comodini kitsch laccati di rosso, ma tutto era ben pulito e profumato, cosa che non posso proprio dire dell'albergo tre stelle dove abbiamo pernottato a Parma.
Sì, giacché eravamo in viaggio abbiamo voluto fare una visita a sorpresa alla mia adorata amica G. E non solo: abbiamo visitato anche Bologna (per la quale non provo nessun sentimento, non mi ha colpita; neanche la sua Feltrinelli mi ha fatta emozionare) e girato qualche città del Veneto (dove non ho visto Feltrinelli, mia tappa obbligata in ogni città dove passo, in compenso però ho trovato una libreria Libraccio ben fornita e Tiger, dove ho comprato degli oggetti colorati bellissimi che neanche mi servono).
A quanto pare era tutto troppo bello perché atterrare a Palermo è stato un incubo: pioggia, forte vento e nuvoloni scuri hanno fatto ballare e tremare l'aereo così tanto che nessuno parlava e ci si guardava straniti l'un l'altro; è stata così brutta la discesa che siamo tutti scoppiati ad applaudire quando l'aereo ancora correva e frenava sulla pista. I piloti sono stati bravissimi, viste le condizioni, e il sollievo di essere sani e salvi è stato grande. Da allora però sia io che il mio Ingegner Junior abbiamo avuto problemi di nausea e vertigini che ci hanno assillato per quasi un mese.

Gocce di pioggia pirotecniche

Insomma, è stato un mese e mezzo abbastanza complicato e difficile, fatto di male e di bene, dolceamaro. C'è stato sia dolore sia gioia. Ci sono state delle belle lezioni, ma alla lezione sull'uso dello strumento demoniaco noto come ferro da stiro, ne preferisco un'altra: non so se siano state le difficoltà e chi c'era effettivamente accanto a me, oppure sia stato per l'ennesimo colpo goffo in fatto di amicizie (capitolo tristemente lungo che finisce sempre con la scomparsa) ma sembra che io abbia imparato a lasciar scorrere senza attaccarsi, senza appiccicarmi addosso rabbia, risentimento, delusione o altri tipi di agitazione.
A volte si da ma non si riceve. Semplice, succede sempre. E sempre sono andata avanti.

Quindi, non mi rivolgi più la parola? STI CAZZI.
Parli male di me agli altri? STI CAZZI.
Quegli altri non mi vogliono più frequentare? STI CAZZI AL CUBO.
Non vuoi più uscire in mia compagnia? STI CAZZI.
Vuoi offrirmi la colazione al bar dopo tutto ciò? STI...amo appena mangiando un cupcake, che non ne prendiamo almeno tre?

Anche se si tratta della stessa persona? . Ho scoperto che si può e la situazione non mi brucia. Okay, qualcosa mi brucia ancora ma è solo il dolorino che provoca lo strapparsi la crosticina da una vecchia ferita. Sbandiero l'inno delle ovvietà: tutti sbagliano, il passato non si può cambiare, ci si gode il sole finché c'è.
Non potete capire come mi sento zen in questi giorni! Certo, fa male pensare a quante belle amicizie ho visto rovinarsi senza neanche validi motivi, tuttavia ho accettato finalmente che le cose sono cambiate. Senza rancore. In pratica ho imparato a chiudere la porta lasciando un pezzo di soglia libero, un ingresso per far entrare solo eventi piacevoli, che sia una chiacchierata, una uscita, una telefonata. Ho scoperto il mondo tra l'essere veri Amici e i conoscenti.
Non so se questo possa essere chiamato "perdono". So solo che questa è una situazione nuova per me e mi sento più leggera.



Direi che non manca nulla in questo resoconto, nulla a parte tantissimi momenti stampati nella memoria, risate, biscotti, metro, treni nordici di inizio Novecento (che davvero hanno il coraggio di dire a noi siculi che siamo retrogradi, con quella schifezza di treno che ancora gira?), foto e momenti privati e non, dei quali temo che parlarne rovinerebbe la magia. Nel dubbio, li tengo per me.
Appena smetto di fare la casalinga disperata mi metterò a leggere i vari blog e magari anche quell'Oliver Twist abbandonato sul mio comodino da almeno due mesi.
Santa pazienza!

Per ora è tutto 😊