lunedì 7 agosto 2017

La verità sul caso Harry Quebert.

La verità su questo libro di Joel Dicker è che la trama ha buoni elementi, ci sono delle belle idee, la maggior parte dei capitoli finisce con una imbeccata che letteralmente ti costringe a leggere il capitolo seguente. Praticamente nel finale di un capitolo lancia un sasso, una piccola scoperta, poi l'autore nasconde la mano in una pagina bianca. Il capitolo successivo si apre con una citazione tratta dal passato dei due protagonisti, segue altro vuoto bianco e sfogliando ancora riprende la direzione del sasso lanciato, con calma.
Eppure, nonostante tutti questi aspetti positivi, il libro non mi ha catturata come supponevo.
Ogni volta che entravo in libreria il mio sguardo veniva calamitato verso La verità sul caso Harry Quebert, tanto che alla fine, tra mille prendi e lascia, il mio ragazzo me l'ha comprato.

Mi affascinava l'idea che uno scrittore emergente in pieno blocco creativo, Marcus Goldman, si prestasse a fare il detective per trovare le prove dell'innocenza del suo mentore e amico Harry Quebert, anch'egli scrittore, di lunga fama. Harry è stato accusato dell'omicidio di Nola Kellergan, una ragazza di quindici anni scomparsa trentatré anni prima, dopo essere stata avvistata al limitare di un bosco inseguita da un uomo, ritrovata poi seppellita nel giardino della sua villetta. Marcus, convinto della sua innocenza e della purezza dei sentimenti che tre decenni prima aveva legato Harry e Nola, cercherà di venire a capo di questo mistero. Infatti la polizia non aveva sospettati, si aveva solo l'avvistamento di una macchina sospetta che gli agenti non erano riusciti a fermare. Marcus parlerà con tutti quelli che conoscevano la ragazza, a detta di tutti simpatica, gentile, educata, bella e quant'altro di buono. Ma più si va avanti e più la vita di Nola risulta torbida.
Nelle sue ricerche, che lo portano a scrivere un libro per un fantastico guadagno, ci sono delle falle: piste non seguite, che ogni spettatore di CSI o Criminal Minds avrebbe pensato necessari per la riuscita di un vero caso giuridico. Ma l'autore forse doveva aggiungere qualche altro colpo di scena al suo libro, oppure senza questo fraintendimento sarebbero mancate un centinaio di pagine, rendendo il libro "troppo leggero"; almeno sotto il punto di vista strettamente fisico.
La scrittura è semplice e scorrevole, la ricerca della verità va avanti a piccoli passi, però non è riuscito a coinvolgermi. Manca una certa vivacità nel filo del discorso, non saprei spiegarmi meglio. Ogni due pagine mi ritrovavo a pensare "Oh ma perché siamo ancora qua?!". Non certo una frase promettente.


Alla fine dei giochi, credo che il successo di questo libro sia riconducibile allo stesso motivo per cui il libro di Marcus ha avuto successo, e la parola chiave è: MARKETING.
Marketing, signori, l'arte del saper vendere.
Dalle sue stesse parole si può leggere:
(l'editore di Marcus:) "Tu, piuttosto, sei un tenero cacciatore di farfalle, un sognatore che saltella sul prato in cerca di ispirazione. Ma se mi scrivessi un capolavoro sul Sudan, io non lo pubblicherei. Perché la gente se ne fotte! Se ne fotte allegramente! E quindi sì, puoi considerarmi una carogna, ma io non faccio altro che rispondere alla domanda del mercato. Del Sudan non gliene fotte niente a nessuno, c'è poco da fare. Oggi si parla di Harry Quebert e di Nola Kellergan dappertutto, e bisogna approfittarne: tra due mesi si parlerà del nuovo presidente, e il tuo libro avrà smesso di esistere. Ma ne avremo vendute tante di quelle copie, caro Goldman, che a quel punto te la starai spassando alla grande nella tua nuova casa alle Bahamas."
In effetti, Barnaski era un vero campione dell'occupazione dello spazio mediatico. Tutti parlavano già del libro, e più se ne parlava, più lui ne faceva parlare moltiplicando le campagne pubblicitarie. (...)
"Marcus, sai quanto costa un singolo cartellone pubblicitario nella metropolitana di New York? Un patrimonio, ecco quanto costa. Si sborsa un'enorme quantità di denaro per un cartellone con una durata limitata e un altrettanto limitato numero di persone che lo vedranno: occorre che quelle persone siano a New York e prendano la metropolitana in quella stazione e in un preciso lasso di tempo. E invece ormai basta suscitare l'interesse in un modo o nell'altro, creare il buzz, come si dice in gergo, far parlare di sé e contare sulle persone affinché parlino di te sui social media, e così hai accesso a uno spazio pubblicitario gratuito e illimitato. Da un capo all'altro del mondo, migliaia di persone, senza neanche rendersene conto, provvedono a farti pubblicità su scala planetaria. Non è pazzesco? In pratica, gli utenti di Facebook sono degli uomini-sandwich che lavorano gratis. Sarebbe da idioti non approfittarne."
"Come hai fatto tu, no?"
"Offrendoti un milione di dollari? Esatto. Sborsa un ingaggio da NBA o da NHL a un tizio perché scriva un libro, e puoi star sicuro che tutti parleranno di lui."

Quindi basta saper esasperare un dettaglio, sbandierarlo ai quattro venti, poi aspettare che il seme si depositi e che germogli da solo sul terreno dei social media. Il punto ormai non è più scrivere qualcosa di memorabile, significativo, che resista al tempo mantenendo la sua vitalità. No, quello che conta è vendere e se vuoi vendere qualcosa deve essere qualcosa che la massa vuole. E la massa di questi tempi si concentra sui social media.
Un po' disillusa dopo queste (ed altre) amare riflessioni, ho deciso di leggere qualcosa che avesse almeno cent'anni. L'ho fatto, ma ne parlerò un'altra volta e con tutt'altri sentimenti: di quel libro me ne sono innamorata.

mercoledì 19 luglio 2017

Forestiera.

Non ci sono scuse per le mie assenze, semplicemente al blocco della blogger si è aggiunto un viaggio di tre giorni a Roma, in veste di accompagnatrice e portafortuna (come accade da circa un anno e mezzo) per i due esami universitari che il mio Mezzo-Ingegnere doveva svolgere, stavolta, proprio a Roma.

Devo ammettere che tutte le chiacchiere che sentivo su questa città così turistica e sdoganata mi sembravano eccessive: eh vabbè i millemila posti storici e i centurioni con cui farsi le foto, chiese e chiesette ogni cento metri, musei, mausolei, reperti storici però insomma, se la tira un po' troppo, pensavo. La città eterna invece è davvero immensa, artistica e quant'altro si dice di solito, non mi dilungo oltre (mica sono un dépliant!), la fama è piuttosto veritiera. Sono stata così bombardata di arte e storia, di impressioni e sensazioni, di riflessioni e pensieri che al mio ritorno mi sono sentita sopraffatta e satura per settimane. Penso che mi piacerebbe vivere lì, anche se temo che ogni notte sarei così colma di percezioni... Assuefarsi a tutto ciò non porterebbe niente di buono ma si può vivere nella costante meraviglia di ciò che ci circonda?
I romani a quanto pare possono, in un modo o nell'altro, e guadagnarci pure dei polpacci da paura. Oh, non ho visto una sola persona, che fosse giovane o anziana, casual o elegante, sottopeso o normopeso o sovrappeso, che non avesse dei polpacci invidiabili.



Non è possibile immaginare quanti ingressi ho intravisto come quello qui sopra, neanche in una sola via avrei potuto immaginarne tanti e anche più riccamente adornati. Un pochino megalomani sti romani... ma mi piacciono così.

 
Tre giorni di dure camminate per vedere quasi tutti i must, avvalorati anche dal fatto che essendo la prima domenica del mese molti musei statali e altre grandi opere erano a ingresso gratuito, mentre per le mostre private (come ci è stato detto all'Ara Pacis) l'ingresso era gratuito solo per i residenti a Roma. Abbiamo girato completamente gratis tutto Castel Sant'Angelo, dal mausoleo di Adriano fino alle stanze papali (per la bellezza di 5 ore).
Un'altra meta che ci è costata parecchie ore (sette!) e un bel gruzzolo di danari (16-18€ se non ricordo male) ma molta soddisfazione e allegria è stato il Bio parco, all'interno di Villa Borghese. Calma, non metterò ogni foto che ho fatto per ogni animale: mi è troppo scappata la mano sulla fotocamera del telefono.
Di una cosa voglio rendere partecipi, cioè che finalmente ho realizzato uno dei miei sogni: vedere i FENNEC, peccato solo che era primo pomeriggio e le soffici bestioline stavano dormendo (come i lemuri, che mannaggia vedere i lemuri era un altro mio sogno). Ora però posso sognare più in grande: tipo POSSEDERE UN BIOPARCO DI FENNEC.

 Tutte queste diverse rane sono piccine, nel mio palmo avrei potuto tenerne comodamente due o anche tre.
 
Abbiamo visitato bene o male anche Colosseo, mercati di Traiano, Fori Imperiali, Altare della Patria, Pantheon, Piazza della Minerva, Piazza di Spagna, Piazza Navona, Fontana di Trevi, Bocca della verità (è piccola, me l'aspettavo più imponente... del resto tutto a Roma mi è sembrato IMPONENTE), Campo de' Fiori con il suo mercato, Piazza Barberini, Piazza del popolo, Ara Pacis, Circo Massimo, una Feltrinelli e altri posti dei quali non so o non ricordo il nome. Di queste risparmio le foto, tanto su internet se ne trovano anche di meglio.
Ah, ho pure visto la facciata del palazzo dove ha vissuto Stendhal, direi logico avvistamento dopo aver visitato la sua tomba a Montmartre.



Tutto in tre giorni di scarpinate che mi sono costate anche un paio di scarpe che ho dovuto sostituire nelle prime ore del girovagare al secondo giorno; e non sapete che emozione aver comprato con gli sconti un paio di scarpe sportive a 11€ da Piazza Italia e poi girare per le vie con i negozi delle più grandi firme internazionali, dove una coppia di cantanti lirici hanno accalappiato la nostra attenzione per almeno mezz'ora.
E l'albergo pure! Mai avrei pensato di trovare con pochi soldi un posticino così elegante ma non pretenzioso, tranquillo ma centrale, con una vista spettacolare dalla sala colazione con il terrazzo all'aperto. Io che non faccio mai colazione, sono stata grata e serena nel bere il mio the giornaliero proprio di mattina, lì fuori. Un poco meno grata del gabbiano che mi fissava mentre mangiavo, che aspettava il nostro ritiro per avventarsi sugli eventuali resti. Comunque non mi lamento: ho visto e/o sentito gabbiani praticamente ovunque andassimo.




Risultato del viaggio? Millemila ricordi, due centinaia di foto, mal di piedi e tendinite, scarpe nuove e due esami in più in saccoccia.
Ci ritornerei senza pensarci.

Grazie amore di un Quasi-Ingegnere.


venerdì 9 giugno 2017

One X. Alcamo.

Qualche giorno fa sono stata ad Alcamo con il mio ragazzo per un colloquio che chissà cosa porterà, SE porterà qualcosa. Questo piccolo viaggio mi ha riportata alla serenità, o ad una parvenza di essa, mi sono ritrovata a sorridere e a fare pace con il mio Fantozzi-Interiore. Insomma, bella compagnia, bella musica e bello sfondo in autostrada. Una canzone che non ascoltavo da un po' di tempo è stata un interruttore. (One-X, dall'album omonimo del 2006, del gruppo canadese Three days grace)

Do you think about everything you've been through?
You never thought you'd be so depressed
Are you wondering: is it life or death?
Do you think that there's no one like you?
(...) WE ARE ONE
WE ARE THE ONCE
WE GET KNOCKED DOWN
WE GET BACK UP AND STAND ABOVE THE CROWD
The life I think about is so much better than this
I never thought I'd be stuck in this mess
I'M SICK OF WONDERING: IS IT LIFE OR DEATH?
I need to figure out who's behind me.

Pensi mai a tutto ciò che hai passato? Non avresti mai immaginato che saresti stato così depresso. Ti stai chiedendo: è vivere o morire? Pensi che non ci sia nessun altro come te? Noi siamo unici. Noi siamo gli unici. Veniamo abbattuti, noi torniamo in piedi e stiamo sopra la folla. La vita a cui penso è molto meglio di questa. Non avrei mai immaginato di rimanere bloccato in questo casino. Sono stanco di chiedermi se questa è vita o morte. Ho bisogno di scoprire chi c'è dietro di me.

Forse la mia traduzione è imprecisa, ma l'ho sempre immaginata così e descrive i miei pensieri alla perfezione: da piccola mai avrei immaginato di essere così confusa, indecisa, abulica, inconcludente. A volte pensavo anche che non sarei arrivata all'età attuale, quindi perché preoccuparsi? Da adolescente il solito cliché: pensavo che incasinata come me non ce ne fossero, che le mie difficoltà fossero appunto solo mie, che nessun altro si sentisse così diverso, atipico. Ad ogni difficoltà reale ho creduto di non farcela eppure sono qui, più forte di prima. E c'è un momento magico dopo aver fatto bene qualcosa di complicato, un momento in cui ci si sente invincibili, al di sopra della persona mediocre, SOPRA LA FOLLA. Poi tutto si ristabilizza al solito livello, dopo scende, sprofonda e ci si chiede chissà se sono già morto oppure non so di vivere... E si ricomincia.
Ma smetto di divagare.
Dicevo, ho momentaneamente fatto pace con me stessa, ho accettato i miei casini interiori pronta a vedere il mondo e a compiacermene. Alcamo è una piccola città, per alcuni versi simili a Sciacca, per altri simili a Erice: le vie sono un continuo sali e scendi. Ora sei a livello del mare, un chilometro dopo stai molto più in alto, ora sei in città tra costruzioni moderne e altre in pietra, antiche, poi sbagli strada e in cinque minuti sei in aperta campagna, tra le colline.
La visuale ripaga:

 
Devo ammettere che vedere il mare da così lontano è sì molto bello e affascinante, ma per me (che sono nata e cresciuta nell'aria marina) mi ha dato anche un po' di ansia. Non sono per niente una ragazza di città! Dopo siamo anche andati a Castellammare del Golfo, da un promontorio si vedeva il porto, il castello e l'acqua di un blu così vivo e brillante da sembrare un quadro impressionista francese. Qualcosa di paradisiaco, insomma. Mi sono persino ritrovata a dire (dopo che l'oscurità delle settimane scorse mi ha fatto pensare peste e corna) che siamo fortunati a essere siciliani, a vivere tra queste meraviglie... non potevamo avere anche la fortuna di saperci governare bene. Sarebbe stata troppa grazia da chiedere a Madre Natura.


 
 



Ad Alcamo in centro c'è pure una piccola riserva con degli animali, alla quale si accede da un cancello e questa scalinata a sinistra, si arriva ad un laghetto (di cui in basso) dove abbiamo avvistato due piccole rane e una tartaruga dallo sguardo arcigno (che mi sarei aspettata di veder mostrare il dito medio, se lo avesse avuto) e più in là alcuni animali, tra cui un asino che ci si è avvicinato appena ci ha visti. Adorabile.
Forse tanto adorabile perché non ne avevo mai visto uno e per via di una foto che ho fatto mentre il mio ragazzo gli accarezzava il muso.






 


Ad Alcamo abbiamo anche pranzato. La tavola calda non era gran che, ma i dolci... oh, i dolci erano da bava alla bocca per la bontà! Ma il vero tasto dolente è stato il bagno. Da paura. Quindi rendo omaggio all'arte della Cessologia. Subito saltava agli occhi la bocchetta dello scolo dell'acqua a pochi millimetri dal wc, il quale si trovava in una angusta stanzetta dove per entrarci bisognava fare le torsioni tra muro, porta e asciugamano elettrico (il bastardo mi ha fatto saltare in aria tre volte, il maledetto sembrava azionarsi da solo). Per capire le dimensioni: l'unico modo per stare a braccia distese tipo in croce bisognava mettersi di traverso e comunque si toccavano le pareti. Non è finita qui, non era abbastanza squallido: il lavandino di marmo poteva anche essere carino, ma il rubinetto dovevano metterlo per forza così corto da non riuscire a lavarsi le mani senza toccare il medesimo? Un bar così carino nasconde un brutto segreto al suo interno...
Ah, e dal wc sentivo lavare i piatti nella stanza accanto perciò un dubbio mi ha assalita: quelli che lavano e cucinano ascoltano le persone nel bagno? Che duro lavoro.
  

venerdì 12 maggio 2017

Difficoltà fantasma.

Un periodo un po' strano, questo.
Tutto intorno a me sembra difficile, ostile. Come il vento che percuote gli alberi, le case, o leggero attraversa le ossa del mio corpo; un po' tramontana, un po' tira lo scirocco, lo scirocco che accarezza sempre la mia terra. Una terra che amo profondamente e che a volte odio. Quando la odio poi mi sento in colpa. Mi dico che non è colpa della terra se il mondo intorno a me sembra piccolo, asfissiante, senza sbocchi, senza zucchero né sale.
Sono irrequieta ma sento terribilmente l'abulia. Non riesco più a fare nulla, non riesco a costruire niente. Ma quale costruire se non so neanche mantenere quello che in passato ho costruito?
Dove sono gli amici degli ultimi sette anni? Dove sono quelle persone che credevo avrebbero partecipato alla mia vita? Eppure sono qui, pochi chilometri ci dividono, però non li vedo, non li sento. Non sono capace. Io non li cerco e loro non cercano me.
Le giornate scorrono con incredibile velocità e non posso neanche tirare le somme perché non c'è niente da sommare. Mi sento vuota.
Poi vedo il mio ragazzo, lo abbraccio forte. Non sono affatto forte, ho delle braccia di ricotta, ma ci sono volte che lo stringo così forte da impedirgli di respirare. Quando me ne accorgo lo libero e lui ride, contento. Io mi spavento. In quell'abbraccio trovo pace, serenità, faccio pace col mondo, ritrovo le energie, la voglia di fare concretamente qualcosa, qualunque cosa. Lui ride, io pure, e dentro sprofondo. Non è giusto dargli tutto questo potere, tutte queste responsabilità. Il mio stato emotivo non può dipendere da lui come da nessun altro. Allora mi dico "Appena rientro a casa mi metto a fare qualcosa, DEVO fare qualcosa..." e faccio progetti, progetti che puntualmente sfumano, si perdono, si infrangono. Non ho mai voglia di fare niente, non ho energie né idee. Il vuoto.


Mando sempre meno curriculum, chiamo o scrivo sempre più di rado, leggo una pagina ogni due settimane, non ho progetti per il futuro, non so cosa voglio diventare, non ho ambizioni e tutto questo mi sta facendo diventare un fantasma.
Le difficoltà sono per la maggior parte nella mia testa.
Potrei tornare all'università ma la memoria mi è traditrice.
Potrei lavorare ma il posto non c'è e non so come crearmene uno. Non so neanche cosa cercare.
Potrei scrivere una di quelle storie che ho iniziato e mai completato, ma non ho idee e ogni frase che scrivo mi sembra banale, puerile, stupida, inutile.
Eppure esistono persone che fanno queste cose quotidianamente, una o anche tutte insieme. Persone che studiano, lavorano, scrivono e magari riescono pure a essere pubblicati. E io sono bloccata da difficoltà fantasma.
Non so neanche cosa sto scrivendo o perché. Io non posso essere di esempio per nessuno, ci sono molte persone più degne di essere un esempio, persone che hanno sofferto più di me e che hanno difficoltà più dure e crudeli delle mie e che ce la fanno; posso solo dire di stringere i denti perché è l'unica cosa che so fare.
So solo che è tardi e non ho voglia neanche di dormire.
Sono già spenta.

giovedì 20 aprile 2017

Libri e lentezza.

Le mie letture ultimamente vanno molto a rilento, temo infatti che leggerò ancor meno libri rispetto agli anni precedenti, ma c'è qualcosa d'altro che va ancora più a rilento: me che scrivo post sulle mie letture. Forse è il caso che io dia una smistata agli affari letterari.
Non che io mi definisca una critica letteraria, eh. Sono solo una appassionata della parola scritta che in vita sua ha letto circa due centinaia di libri (alcuni riletti innumerevoli volte). Perciò delle letture dello scorso anno mi resta da spendere qualche parola su una manciata di racconti. Che dire, sono stata piuttosto lavativa in questo settore. Però ho sistemato una parte dei miei libri, circa un quarto.



Ora, il primo su cui mi soffermo brevemente è Il cacciatore di ossa, di Stuart MacBride. E dico "brevemente" perché il bigliettino allegato l'ho perso e si tratta di un libro prestato (e quindi restituito al legittimo proprietario), nel luglio 2016. La storia si basa sulle vicende del detective Logan McRae, caduto in disgrazia dopo aver risolto un caso difficile perché in una missione da lui guidata un suo collega viene ferito e in seguito al coma muore. Così Logan viene affidato dal suo capo ad un gruppo di agenti noti per essere gli sfigati falliti del dipartimento, capeggiato dalla lesbica più grezza e dal vocabolario più scurrile che io abbia mai incontrato. Logan si ritroverà quindi a dover risolvere un caso o a rischiare il suo posto di lavoro; il delitto riguarda una prostituta crudelmente picchiata e nessuna pista da seguire. Contemporaneamente, l'ispettore Insh, un gigante ripieno di caramelle, chiede a Logan di dare una mano anche in un altro caso: un piromane che prova piacere nel dare fuoco alle case dopo aver sigillato al suo interno gli abitanti. Un poliziesco "carino, leggero".


Dopo è stato il turno di Jack&Jill, scritto da James Patterson. Questo mi è piaciuto molto! Ci sono tanti eventi, tanti colpi di scena, con un finale che sembra non voler finire mai e non lasciare più tranquilli. La trama: una coppia di assassini uccide personaggi famosi e di rilievo a Washinton, come senatori e altri politici, attori, ricconi di varia specie; in ognuna delle scene del crimine viene trovata una poesia firmata Jack & Jill, che ammette il delitto, che lo giustifica e promette di compierne altri fino ad arrivare al vero obiettivo: il presidente degli Stati Uniti. Per cercare di identificarli collaborano forze di polizia, federali e servizi segreti. Tutto ciò che riescono a capire è che, per il modus operandi, uno dei due deve essere un ex mercenario della CIA sfuggito al controllo. Anche perché "Jack e Jill" sono gli pseudonimi che la sicurezza utilizza per indicare il presidente e sua moglie. Nel frattempo il detective Alex Cross si dedica anche ad un'altra indagine, che vede come vittime dei bambini che frequentano la stessa scuola dei suoi figli, bambini prima circuiti per essere portati in luoghi riparati e poi colpiti senza pietà con mazze da baseball. Libro consigliato, anche per chi non sopporta le descrizioni cruente e troppo dettagliate di un delitto (niente splatter insomma).


Dalla mente di Elizabeth George, ho letto un bel malloppo di oltre settecento pagine in caratteri minuti. Cercando nel buio è un affare losco, che riguarda l'investimento volontario e omicidio di Eugenie Davies, madre di un noto ex bambino prodigio del violino ora ventenne, Gideon, il quale nello stesso periodo soffre di un complicato blocco dell'artista: durante un concerto si blocca e da quel momento in poi non riesce più a suonare, né tantomeno a prendere in mano il suo prezioso violino. Le indagini vanno molto a rilento, ma pian piano gli altarini si scoprono: uno dei pezzi grossi della polizia aveva già conosciuto Eugenie, in quanto aveva partecipato alle indagini sulla morte per annegamento della figlia con la sindrome di down (dove i pregiudizi hanno svolto gran parte nella sua conclusione, indicando come colpevole Katja Wolf, la bambinaia tedesca dal passato mirabolante, scappata dalla Germania dell'est tramite mongolfiera). In questo tomo ci sono molti personaggi ma poche svolte, la storia volge lentamente. Le svolte più succose vengono fuori dalla terapia psicoanalitica di Gideon: la terapista lo convince a scrivere tutto ciò che ricorda della sua infanzia e all'inizio ciò che gli viene in mente è davvero poco. Non ricordava neanche l'esistenza di sua sorella, quindi neanche del processo, di Katja che era appena incinta e delle varie relazioni che c'erano in casa. Nella casa abitavano insieme al nonno con terribili crisi di furore dovute al trauma della prigionia durante la guerra, la nonna che badava agli "episodi" del nonno, una madre che dapprima fa il doppio lavoro (per allevare il piccolo genio di Gideon occorrono soldi) e dopo la morte della figlia svanisce, un padre che per non deludere il suo genitore fa di tutto per far diventare Gideon un pezzo grosso, James l'Inquilino che torna anche nell'indagine per l'omicidio di Eugenie (guarda caso la donna viene investita nella via dove lui abita ed è proprio lui a trovarne i resti), Raphael il maestro di violino e l'istitutrice Sarah Jane, perché le lezioni di violino sono tali da non consentire al bambino di andare a scuola normalmente. Così, in un tenore di vita fatto di fatiche e silenzi, procede l'infanzia di Gideon, dove la terapista lo conduce per trovarvi la causa dei suoi blocchi. Più che un romanzo poliziesco questo mi è sembrato un racconto di vite vissute, ognuno con una trama a sé, con i suoi misteri e segreti, alcuni terribili, altri comuni.


Lo stesso si può dire di Giochi d'ombra di Charlotte Link. Il miliardario ereditiere David invita per Natale quattro dei suoi ex amici nella sua tenuta, non per riallacciare i rapporti bensì per scoprire chi tra loro ha intenzione di ucciderlo e chi è stato a mandargli lettere con minacce di morte. Lui sa benissimo che ognuno di loro, persino la sua fidanzata, ha dei buoni motivi per volerlo morto. Ma David non avrà tempo di scoprirlo, perché dopo la cena viene ucciso da un colpo della sua stessa pistola. La situazione fa tanto "Agatha Christie".
Le indagini quindi portano al racconto di vita di ognuna di quelle cinque persone. La mite Mary vive una vita degradante con un marito violento, alcolizzato e che non l'ha mai amata, l'ha sposata solo perché il padre di lei lo ha pagato; tutto perché David l'aveva lasciata da sola in un pub durante un blitz della polizia, lei si era fatta abbindolare da uno sconosciuto che l'ha messa incinta e poi abbandonata. Per colpa della codardia di David, Steven è passato da figlio di papà a plurigaleotto, Natalie è stata violentata da dei ladri assassini. L'orgogliosa Gina, per una serie di circostanze sempre legate a David, perde l'amore della sua vita. E infine Laura, la sua fidanzata, che David tiene in pugno facendo leva sulla paura di lei di tornare a vivere tra povertà e degrado. Cinque persone dunque potrebbero volere la morte di David, ognuna indica David come colpevole della propria miserevole vita. Solo una persona alla fine gli da la morte, ma nonostante i ladri che erano entrati quella notte per svaligiare l'appartamento, i sospetti delle forze dell'ordine non si limitano ai ladri ma soprattutto agli invitati. Ho fatto un giro on line perché non riuscivo a ricordare un nome e mi sono accorta di aver letto solo belle parole per questo libro; mi sento però di scostarmi dal coro. Questo libro non è per niente un thriller psicologico. Comunque è pur vero che i fattori psicologici sono la parte fondamentale di questo libro: non si tratta di trovare un colpevole di omicidio, quanto di trovare le motivazioni che hanno spinto all'odio unanime verso una sola persona; ogni indagato, ogni racconto, ogni vita sono solo tessere di un puzzle, tutto sembra tendere verso la fine. In poche parole, sin dall'inizio delle indagini la sensazione è che basta leggere per trovare il colpevole, senza intoppi, senza troppe appendici, senza che nulla venga nascosto o intralciato. E così si arriva alla fine, persino piacevolmente. Ho voluto segnare un appunto, tratto dal libro, su cui mi sono fermata spesso a riflettere (Natalie, giornalista strafatta di antidepressivi e valium per tenere a bada le sue fobie):

Ho pensato a un famoso romanzo di Thornton Wilder "Il ponte di San Luis Rey". Un ponte crolla, e cinque persone, che non hanno nulla a che fare l'una con l'altra e che si trovano per caso in quello stesso momento sul ponte, muoiono. Scavando nelle loro vite, si capisce chiaramente perché dovessero morire tutti e cinque quel giorno e in quel preciso istante su quel ponte. Nel romanzo la parola più ricorrente è la colpa, perché nella vita dei cinque, c'è sempre qualcuno che li accusa di qualcosa, che crede che ciascuno di loro sia morto per qualcosa che ha detto o fatto, come se dovessero morire per colpa della loro condotta. Ma la conclusione del libro lascia intendere che la domanda non è di chi è la colpa. Le domande possiamo porle solo al destino, e probabilmente non riceveremmo alcuna risposta. No, anzi, sicuramente. Dobbiamo farcene una ragione. Anche tu Gina.
Gina rimase in silenzio, ma Natalie lesse nei suoi occhi che aveva capito, che lo aveva capito già da tempo ma che, ciononostante, non avrebbe saputo dire perché tutto quel dolore non accennava a sopirsi.


Questo è quanto per il 2016, penso di non avere altre questioni sospese. Parlerò un'altra volta del libro che ho letto a cavallo del cambio di cifra. Au revoir!

lunedì 6 marzo 2017

Passare dalle "mangiate" alla palestra. Tratto da una storia vera e triste.

Innanzi tutto si parte da un preciso evento, dal quale scaturisce un'idea persistente.
Mettiamo caso che a San Valentino il tuo fidanzato, a conoscenza della tua passione per fritti misti, pizza e dolci, prenda la brillante decisione di portarti in pizzeria con la misera scusante di una festicciola qualunque. Lui ti invita, ti sorprende con un regalo (anche se i patti prevedevano di presentarsi di "panza e presenza", ovvero senza doni ma con la fame in corpo) e ti fa quel sorriso che, mannaggia al diavolo, quando lo fa non capisci più niente e sei senza scampo. Per cui quel giorno mi sono ritrovata ad abbuffarmi (come se Natale, Capodanno e Compleanno non fossero stati sufficienti) e una piccola, subdola idea ha cominciato a manifestarsi in me.
Forse è il caso che mi iscrivo in palestra, o cene come questa le digerirò dopo una settimana.
Ma per un breve periodo ho resistito alla tentazione, con l'aggiunta dell'entusiasmo del Mezzo-Ingegnere che pensava stavolta di convincermi ad andare con lui al mattatoio in palestra.
Come se questo pensiero non fosse già di per sé disturbante, quella sera mi sento costretta ad usufruire del bagno. Per trovarlo ci vuole una mappa e a nulla sono valse le informazioni del mio Mezzo-Ingegnere, che ne aveva dovuto usufruire prima di me, poiché il bagno dei maschietti si trova all'estrema destra della pizzeria mentre quello delle donne si trova all'estrema sinistra, per altro dietro un pannello di legno situato alle spalle del bancone. Per cui non solo ho dovuto far fronte alla naturale repellenza che mi procura l'andare in un bagno pubblico, ho dovuto far fronte alla sensazione di smarrimento e scazzamento (perché deve essere così complicato una cosa così semplice come fare pipì?!) e anche al sentimento di sentirmi un'intrusa, come se mi stessi intrufolando di straforo nelle zone destinate solo ai banconisti. Purtroppo la sequenza di spiacevoli sensazioni non finisce qui. Non era abbastanza disagio, quindi hanno pensato bene di fare l'anticamera enorme, con due lavandini separati ma un solo rubinetto presente, mentre il bagno vero e proprio è uno sgabuzzino di tre metri per due di forma trapezoidale. E ciliegina sulla torta, piastrelle asfissianti ovunque: destra, sinistra, intorno alla porta, sopra e sotto (solo il tetto si è miracolosamente salvato).








Ritrovarsi circondati da tutti questi quadratini in uno spazio angusto è stato traumatico.
Un bugigattolo che può essere eletto il peggior incubo d'un claustrofobico che soffre il mal di male.









Passati questi terribili attimi, la serata è andata abbastanza liscia. Ma quell'idea di fare esercizio fisico ha messo radici, nonostante la mia convinzione (che confermo tutt'ora) che è assurdo pagare degli estranei per farsi torturare in una palestra, buttar giù sudore e farsi increspare ancora di più dei riccioli già abbastanza capricciosi. Comunque resisto all'idea e procedo con la vita di tutti i giorni.
E poi all'improvviso giunge un invito. Il caro amico suggerisce allegramente l'idea del ristorante cinese all you can eat. E tu che fai, dici di no all'amico con cui uscivi assiduamente e che ora vedi di tanto in tanto perché si è trasferito a centocinquanta km di distanza? Dici di no a tutto quel buon pesce e ai loro deliziosi amici crostacei?
Non c'ho avuto il cuore di dire no. Anche perché era da dicembre che ne parlavo con il Mezzo-Ingegnere mia metà.
Risultato? Ho mangiato più di tutti i presenti e ho rotolato per due giorni ancora sazia e panzolla.
Mezzo-Ingegnere coglie allora la palla al balzo: perché non ti iscrivi in palestra dove vado io? chiede, Ti aiuto con gli esercizi, ci andiamo due volte a settimana, che sarà mai... tra l'altro c'è un promozione, se ti iscrivi entro tot data costa di meno per un anno!
Insomma, per chi e per come, mi sono ritrovata iscritta e pure all'opera nella stessa ora.
Mi faccio coraggio, quei pantaloncini aderenti mi stanno bene nonostante le cosciotte e mi fanno pure un culo che caspita, manco sapevo di avercelo!
Iniziamo con il correre sul tapis roulant. Seguo le istruzioni e cammino per tre minuti, e fin qui tutto bene. Poi mi dice Aumenta la velocità così e corri. Mentalmente mi faccio gli auguri e spero per il meglio, obbedendo.

Dopo 3 minuti di corsa ho già le visioni mistiche alla Fantozzi, ma a me non si manifesta l'arcangelo Gabriele, bensì RAFFAELLA CARRA' in uno sfavillante vestito di paillettes che mi indica con una leggiadra mano mentre l'altra la appoggia delicatamente al suo petto. E a quel punto mi sorride e si mette a cantare SCOPPIA SCOPPIA MI SCO'! SCOPPIA SCOPPIA MI SCOPPIA IL CUOR!

E a quel punto una cosa mi è chiara: nessuno sarà mai figa quanto la Carrà. Carrà maestra di vita!

La storia vera e triste si conclude qua. Nel senso che quel giorno è stato ricoperto da una coltre nebulosa e non ricordo altro, il giorno seguente è stato meno traumatico e poi il ciclo mi ha salvata.
E qui ci sta una bella torsione all'indietro degno della Carrà che ingiuria quelli "da Trieste in su", ma tanto l'importante è farlo sempre e con chi hai voglia tu.


 
PS: Invito a fermarsi sulle parole, che magari lo sbrilluccichio distrae, secondo me si possono interpretare in modi diversi:
Se lui ti porta su un letto vuoto
il vuoto daglielo indietro a lui
fagli vedere che non è un gioco
fagli capire quello che vuoi
(...)
E se si attacca col sentimento
portalo in fondo ad un cielo blu
le sue paure di quel momento
le fai scoppiare soltanto tu

mercoledì 8 febbraio 2017

Nuddru ammiscatu cu nente. Ovvero di nullità ed altre cose.



 Nella mia madre patria Sicilia esiste un affascinante detto: Iddro è nuddru ammiscatu cu nente, ovvero "lui è nessuno mischiato con niente"; per dire che un certo tizio è un signor nessuno che vale meno di niente.
Quando mi parte l'insulto erudito mi piace pronunciare, stile scioglilingua, una cosa imparata al liceo: l'essere è e non è possibile che non sia, il non essere non è e non è possibile che sia. Ora, chi non ha studiato filosofia e Parmenide o non ha l'udito ben acuito difficilmente mi capisce a primo colpo. Di solito si lanciano in esclamazioni come eh? Cosa? Che hai detto? oppure si limitano a pensare che sono pazza, o schizofrenica, o semplicemente una rompicoglioni che dice parole a caso. Andiamo, a chi non è mai capitato di trovarsi a parlare con una persona insopportabile a causa del carattere, dell'educazione o dell'orgogliosa e cieca stupidità? Magari ci è impossibile rispondere con un aperto e salutare insulto (si viene spesso indicati come immaturi, puerili o cattivi), tipo quel detto siciliano di poc'anzi, però secondo me ci sono situazioni nelle quali tacere completamente è sbagliato, urge una risposta di qualche tipo.
Per esempio: mettiamo caso che una persona ci stia pubblicamente prendendo in giro/insultando o mettendo volutamente a disagio di fronte ad altri. Mettiamo caso che non ci sia nel gruppo qualcuno disposto a contraccambiare per difenderci o che creda che la frecciatina rivolta a noi sia una semplice battuta e non un deliberato atto di svalutazione. Non ditemi che dovrei restare calma, fare buon viso a cattivo gioco, porgere l'altra guancia o che dir si voglia; non me lo dite, perché nella mia testa in questi casi già risuona la Cavalcata delle Valchirie. Purtroppo sono dotata di un certo livello di educazione e civiltà, per quanto a volte così non sembra, con un personalissimo senso della riservatezza. Per cui le soluzioni sono due: o faccio un sorrisetto come per dire "Che povero idiota, neanche meriti una risposta", che comunque va per la maggiore, oppure me ne esco fuori con battute complicate, distorte e arzigogolate che rendono la gente come minimo perplessa.
Poi però capita che la persona alla quale rivolgo quella frase, definiamola pure non-sense, capisca che l'ho insultata. Ecco, provo una specie di soddisfazione sadica quando succede.

Eh sì, mio caro Mister Perfezione/mia cara Ms. Perfezione: oso ribattere e ti metto al tappeto, sia pur metaforico, perché io non sarò una gran figa intelligentissima, bellissima, coltissima, simpaticissima come tu ritieni di essere, ma perché TU SI NUDDRU AMMISCATU CU NENTE.


TU

NON

VALI

UN

CAZZO.






PS: questo è uno sfogo in termini generali, ma negli ultimi tempi c'è una persona nella mia vita reale, quella non virtuale, alla quale dedicherei questo messaggio.