lunedì 7 agosto 2017

La verità sul caso Harry Quebert.

La verità su questo libro di Joel Dicker è che la trama ha buoni elementi, ci sono delle belle idee, la maggior parte dei capitoli finisce con una imbeccata che letteralmente ti costringe a leggere il capitolo seguente. Praticamente nel finale di un capitolo lancia un sasso, una piccola scoperta, poi l'autore nasconde la mano in una pagina bianca. Il capitolo successivo si apre con una citazione tratta dal passato dei due protagonisti, segue altro vuoto bianco e sfogliando ancora riprende la direzione del sasso lanciato, con calma.
Eppure, nonostante tutti questi aspetti positivi, il libro non mi ha catturata come supponevo.
Ogni volta che entravo in libreria il mio sguardo veniva calamitato verso La verità sul caso Harry Quebert, tanto che alla fine, tra mille prendi e lascia, il mio ragazzo me l'ha comprato.

Mi affascinava l'idea che uno scrittore emergente in pieno blocco creativo, Marcus Goldman, si prestasse a fare il detective per trovare le prove dell'innocenza del suo mentore e amico Harry Quebert, anch'egli scrittore, di lunga fama. Harry è stato accusato dell'omicidio di Nola Kellergan, una ragazza di quindici anni scomparsa trentatré anni prima, dopo essere stata avvistata al limitare di un bosco inseguita da un uomo, ritrovata poi seppellita nel giardino della sua villetta. Marcus, convinto della sua innocenza e della purezza dei sentimenti che tre decenni prima aveva legato Harry e Nola, cercherà di venire a capo di questo mistero. Infatti la polizia non aveva sospettati, si aveva solo l'avvistamento di una macchina sospetta che gli agenti non erano riusciti a fermare. Marcus parlerà con tutti quelli che conoscevano la ragazza, a detta di tutti simpatica, gentile, educata, bella e quant'altro di buono. Ma più si va avanti e più la vita di Nola risulta torbida.
Nelle sue ricerche, che lo portano a scrivere un libro per un fantastico guadagno, ci sono delle falle: piste non seguite, che ogni spettatore di CSI o Criminal Minds avrebbe pensato necessari per la riuscita di un vero caso giuridico. Ma l'autore forse doveva aggiungere qualche altro colpo di scena al suo libro, oppure senza questo fraintendimento sarebbero mancate un centinaio di pagine, rendendo il libro "troppo leggero"; almeno sotto il punto di vista strettamente fisico.
La scrittura è semplice e scorrevole, la ricerca della verità va avanti a piccoli passi, però non è riuscito a coinvolgermi. Manca una certa vivacità nel filo del discorso, non saprei spiegarmi meglio. Ogni due pagine mi ritrovavo a pensare "Oh ma perché siamo ancora qua?!". Non certo una frase promettente.


Alla fine dei giochi, credo che il successo di questo libro sia riconducibile allo stesso motivo per cui il libro di Marcus ha avuto successo, e la parola chiave è: MARKETING.
Marketing, signori, l'arte del saper vendere.
Dalle sue stesse parole si può leggere:
(l'editore di Marcus:) "Tu, piuttosto, sei un tenero cacciatore di farfalle, un sognatore che saltella sul prato in cerca di ispirazione. Ma se mi scrivessi un capolavoro sul Sudan, io non lo pubblicherei. Perché la gente se ne fotte! Se ne fotte allegramente! E quindi sì, puoi considerarmi una carogna, ma io non faccio altro che rispondere alla domanda del mercato. Del Sudan non gliene fotte niente a nessuno, c'è poco da fare. Oggi si parla di Harry Quebert e di Nola Kellergan dappertutto, e bisogna approfittarne: tra due mesi si parlerà del nuovo presidente, e il tuo libro avrà smesso di esistere. Ma ne avremo vendute tante di quelle copie, caro Goldman, che a quel punto te la starai spassando alla grande nella tua nuova casa alle Bahamas."
In effetti, Barnaski era un vero campione dell'occupazione dello spazio mediatico. Tutti parlavano già del libro, e più se ne parlava, più lui ne faceva parlare moltiplicando le campagne pubblicitarie. (...)
"Marcus, sai quanto costa un singolo cartellone pubblicitario nella metropolitana di New York? Un patrimonio, ecco quanto costa. Si sborsa un'enorme quantità di denaro per un cartellone con una durata limitata e un altrettanto limitato numero di persone che lo vedranno: occorre che quelle persone siano a New York e prendano la metropolitana in quella stazione e in un preciso lasso di tempo. E invece ormai basta suscitare l'interesse in un modo o nell'altro, creare il buzz, come si dice in gergo, far parlare di sé e contare sulle persone affinché parlino di te sui social media, e così hai accesso a uno spazio pubblicitario gratuito e illimitato. Da un capo all'altro del mondo, migliaia di persone, senza neanche rendersene conto, provvedono a farti pubblicità su scala planetaria. Non è pazzesco? In pratica, gli utenti di Facebook sono degli uomini-sandwich che lavorano gratis. Sarebbe da idioti non approfittarne."
"Come hai fatto tu, no?"
"Offrendoti un milione di dollari? Esatto. Sborsa un ingaggio da NBA o da NHL a un tizio perché scriva un libro, e puoi star sicuro che tutti parleranno di lui."

Quindi basta saper esasperare un dettaglio, sbandierarlo ai quattro venti, poi aspettare che il seme si depositi e che germogli da solo sul terreno dei social media. Il punto ormai non è più scrivere qualcosa di memorabile, significativo, che resista al tempo mantenendo la sua vitalità. No, quello che conta è vendere e se vuoi vendere qualcosa deve essere qualcosa che la massa vuole. E la massa di questi tempi si concentra sui social media.
Un po' disillusa dopo queste (ed altre) amare riflessioni, ho deciso di leggere qualcosa che avesse almeno cent'anni. L'ho fatto, ma ne parlerò un'altra volta e con tutt'altri sentimenti: di quel libro me ne sono innamorata.