domenica 30 novembre 2014

Autobus, macerie e George Hautecourt.

Qualche tempo fa ho parlato dell'incontro con uno sconosciuto che mi ha parlato convinto di conoscermi. Io ho ancora dei dubbi ma vabbè. Era passato molto tempo dall'ultima volta che mi era capitata una cosa simile (sorvoliamo sulla pazza che, alle quattro del mattino a Parigi, ci ha raccontato di credere negli spiriti e nelle sensitive, che il suo albergo aveva i muri imbrattati di sangue, che Satana è cosa buona e rappresenta la passione umana ma la chiesa non lo dipinge così, e quant'altro).
Gli autobus sono il mezzo migliore per coltivare una conoscenza che durerà pochi minuti ma che ha il potere di cambiarti la giornata, o la settimana, o addirittura per molto più tempo.

Ricordo bene un'altra esperienza simile, solo che in quel caso ero sicura che l'anziano narratore fosse per me uno sconosciuto. Era il mio ultimo anno di liceo, ero uscita prima per chissà quale motivo. Il mio autobus era stranamente vuoto a quell'orario, cosa fortemente improbabile per gli orari scolastici. Cosa ancora più rara, trovai un posto a sedere e la musica nel mio i-pod non era messa al massimo, per una volta bastava un volume ragionevole per l'orecchio umano. L'autobus ad un certo punto si fermò e salì un vecchietto gobbo col bastone. Mi faceva male al cuore vederlo aggrappato e barcollante. Decisi di mollare quella rarità del posto a sedere, lo offrii all'anziano ma quello scoppiò a ridere. Sempre ridendo, disse che non era così vecchio da avere bisogno di sedersi (ottanta anni li aveva di sicuro, comunque *), che lui proveniva da un'altra epoca dove i giovani non erano così fiacchi come quelli di oggi.
Raccontò a me e ad alcune persone che ascoltavano lì vicino che ogni giorno camminava da una zona X a una zone Y della città che distano circa quindici chilometri per andare a scuola, dopo la scuola correva altri cinque chilometri per andare a lavorare nei campi, a sera percorreva i restanti chilometri per tornare a casa. Tutti quei chilometri macinati a piedi, ogni giorno, tutti i giorni tranne la domenica.
La domenica era festa, non c'era né scuola né lavoro, solo chiesa e pranzi coi parenti della durata di dodici ore (durata che tutt'oggi, nelle giornate di festa, viene rispettata, se non addirittura superata).
Ci ha raccontato che quando arrivarono le guerre, la gente aveva paura ma andava a lavorare comunque nei campi.  Quando le scuole chiusero, a lui dispiacque tanto da piangere per giorni. Quando gli inglesi sganciarono le bombe, dovettero lottare contro la paura e le macerie. Ormai non resta niente di quelle macerie, ricostruirono tutto.
Ritrovato il sorriso, ha raccontato che suo nipote non faceva a piedi neanche la strada per arrivare da casa sua alla vicina scuola, né andava dagli amici o in qualunque altro posto senza usare il motorino. Rideva perché lui e i suoi amici non andavano a piedi da nessuna parte perché si stancavano subito. Che molti giovani sono così: vogliono tutto e subito, capiscono l'importanza di poco e sono troppo pigri per lasciare auto e motorini e usare la vecchia umana forza motrice.
Affermò che, se non fosse diventato così lento con l'età, sarebbe andato ancora in giro a piedi, anche se farlo è pericoloso visto le macchine a grande velocità e la quasi totale assenza di marciapiede.

Certe cose le leggi nei libri, o le senti al telegiornale, ma l'impressione che ti da il racconto di chi davvero ci è passato è unica.
E a volte chi lo racconta è così bravo che ti distrai da qualunque altra cosa, facendoti scendere alla fermata successiva alla tua.
Ma erano cento metri, chi si lamenta...


* Oh oh, non sono più agile come quando avevo ottant'anni!
Adoravo 'sto vecchietto già da quando ero una bambina.

venerdì 21 novembre 2014

Lo scaricabarile emotivo.

Tra poco implodo.
Non sono mai stata una che parla molto, tranne quando sono molto nervosa. Allora parlo e straparlo, dico un sacco di cose, anche senza senso, non conosco vergogna o timidezza o diffidenza che tenga: l'impulso di parlare è troppo, non si può reprimere. Non sono mai stata neanche una che si confida spesso; giusto una volta tanto basta, no? Ecco, non ci ho mai riflettuto più di tanto (devo fermare questo flusso di coscienza ma ho perso il dominio sui miei neuroni) ma già da un po' la mia principale confidente nonché amica-sorella non è più tanto confidente, non so spiegarmi perché ma non mi viene più naturale parlarle di certi moti della mia anima, così i sentimenti si stanno accumulando sulla pancia, non riesco più a contattarla e dirle Mi devo sfogare oppure chiama la neuro, sto andando oltre (a volte sono un po' masochista, spesso non so prendermi cura di me stessa come dovrei, ma questo non dovrei dirlo in pubblico, no? Vi prego fermatemi). Non riesco neanche a scaricare il mio barile emotivo a G, lei deve pensare allo studio, tra poco si laurea, non voglio che si preoccupi per me. Perciò resto io, solo io. E io sono sempre stata brava a far stare meglio gli altri, non me stessa.
E' come ferragosto, quando scolavo bicchieri di vodka pur sapendo che sarei stata male, sapendo che erano giorni che mangiavo pochissimo, ma quella notte in spiaggia volevo il devasto, volevo ubriacarmi e l'ho fatto, ho fatto entrambe le cose mettendomi a svuotare bicchieri di rum come se la notte sarebbe stata infinita. Non mi sono mai rimproverata più di tanto per questo ferragosto, non dovevo guidare ed era ubriacarmi perdutamente che volevo. Volevo anche che una persona mi fosse accanto, ma sapevo che si trovava a tantissimi chilometri di distanza, e anche se non ci fossero stati tutti quei chilometri a dividerci, anche se lui si fosse trovato nella tenda accanto alla mia non sarebbe cambiato niente (o forse no, sarebbe stato peggio), a lui non sarebbe importato e io mi sarei incazzata con me stessa perché ci avrei sperato pur sapendo che era inutile, mi sarei incazzata con lui perché non mi avrebbe dimostrato che mi sbagliavo e mi sarei incazzata con me perché mi ero incazzata con lui. Capite il circolo vizioso?
Ora lui mi commenta su facebook una foto che ho messo, di quello che so essere un interesse comune. E non ho nessuno cui dire ti rendi conto? Non ci parliamo da mesi eppure mi commenta la foto come niente fosse! Ma pure tu in queste parole ci vedi una domanda occulta? Leggi! Leggi e dimmi se ha davvero fatto quella domanda sulla foto però intendendo chiedermi sottilmente se lui mi manca! Dimmi che non l'ho immaginato... Lo ha chiesto davvero? Mi sta forse chiedendo se gli manco pensando che mi sta bene pensare a lui mentre lui sta benissimo senza di me? Oppure no, dimmi che l'ho immaginato, che quella era semplicemente una domanda senza un secondo fine! Dimmi che puoi entrare nella sua testa e trovare le risposte alle domande che, traditrici e infami, mi tornano alla mente proprio quando il suo ricordo non mi sfiora neanche lontanamente. Scopri per me se gli manco, se gli sono mai mancata, se gli stavo a cuore almeno un pochino, se mi pensa mai, se avrebbe voluto fare qualcosa in più per non perdermi, se è rammaricato di avermi persa. Oppure no, non dirmi che lui ha pensato a me più di quanto io abbia pensato a lui o che ne soffre ancora (sarebbe orribile!). Dimmi solo che non sembro una patetica quindicenne al suo primo amore: non sono una quindicenne e non è il primo amore.
Fermatemi prima che mi metta a riflettere sui miei amori passati, non voglio più soppesare i miei sentimenti passati e terminati per giudicare se e quanto ero innamorata dei ragazzi che non sono rimasti con me.
Non ho mai visto nessuno passare tanto velocemente dalla tranquillità (giornata calma) alla gioia pura (mi parla di nuovo!) passando alla furia (come si permette di chiedermelo!) e all'angoscia (non posso trattenere tutti questi pensieri ma nessuno ascolta, quindi? Quindi vomito tutto in un post, getto il sasso nel mare e chi vede i cerchi sulla superficie li percepisce). Perché mi è così difficile volermi bene? Perché ho questi momenti dove non posso fare a meno di pensare cose che mi fanno sentire male?
Non credo esista risposta. Soffocherò l'angoscia in un bicchiere (oggi sarà di the, poi chissà) e nella musica, oggi sono i Verdena, domani chissà.
Ah, devo ricordarmi di tenermi saldamente durante la parte solo strumentale, soprattutto dal minuto 5.08 al 5.14, la sua bellezza mi colpisce sempre.


 Mi illudi, distratta, e crei ciò che vorrei
con piume blu stringimi satura
tu giura e fingi
e poi cuci il limite
mi smuovi e rendimi satura
ed io saprei reagire per te
Ma tu sei ovunque
mi giungi immensa
consumati su di me
mi smuovi e rendimi sicura e satura
ed io saprei reagire per te
ma tu sei ovunque
ovunque
hai quello che io vorrei
fragile Elide
ma tu sei ovunque

[Verdena, 1000 anni con Elide, da: Solo un grande sasso, del 2001]

domenica 16 novembre 2014

Quando non si sa dove si sta.

Dicono sempre che al sud Italia le persone siano più socievoli. Io ero la prova contraria.
Fin qui tutto bene.
Mi sono chiesta spesso quale sia il confine, sottilissimo direi, tra l'essere socievoli e l'essere invadenti per natura. Qualche giorno fa si è aggiunta a quella un'altra domanda retorica filo-sociale: qual è il confine tra l'essere socievole, l'essere invadente e l'essere un po' matto?
Quale poeta o scrittore diceva che siamo tutti un po' matti, solo che qualcuno lo nasconde meglio? In ogni caso, quale che sia il nome dell'autore, credo che abbia ragione. Abbiamo tutti qualche rotella fuori posto, chi più chi meno, alcuni lo nascondono bene, altri non altrettanto, altri ancora non se ne curano. Ecco, a me in genere piace l'ultima categoria.
Le altre rare volte non saprei dire, come nel caso di cui sono stata protagonista/spettatore. Se non mi sono spiegata capirete tra un po'.

Qualche giorno fa ero in un supermercato con mio fratello, mi trovavo a fare la fila alla cassa, avevo messo tutto sul rullo (o nastro, o come si chiama?!) e quindi mi restava solo da aspettare che il commesso finisse di mettere sul conto la roba del cliente che mi aveva preceduta con uno scatto degno di Valentino Rossi (stupidi carrelli con le ruote che vanno in direzioni diverse!). Tamburellavo nervosamente il piede sul pavimento appiccicoso e con la coda dell'occhio vedevo, o meglio percepivo, il carrello dietro di me che si allontanava di un po'. Qualche minuto dopo, un signore di circa sessant'anni si è fatto avanti fino a raggiungermi. Cortesemente, mi ha chiesto se poteva passare, avendo soltanto due prodotti. Non sono così insensibile da far aspettare un signore gentile che potrebbe essere mio nonno. Ho sorriso, nonostante il malumore, e l'ho fatto passare. Intanto ho notato che il cliente davanti a me non ha ancora finito, non ho fatto in tempo a pensare qualche insulto ben mirato che il signore cortese di prima mi ha regalato un gran sorriso, mi si è avvicinato a mano tesa e mi ha detto allegramente

Hey, ciao!

Sono rimasta tanto meravigliata che per istinto ho risposto alla mano tesa stringendola. Aveva una bella stretta di mano: calda, sicura e ferma, senza stringere troppo. Poi mi ha chiesto, affabile

Cosa fai?

In giro... - ho risposto completamente persa. Allora lui inizia a raccontare

Ah sì, capisco! Mio figlio Roberto* si è laureato in "Qualcosa Che Suonava Come Ingegneria Di Qualcosa*, ha preso 100 ma ancora non trova lavoro. Sono tempi difficili!

*nome di fantasia
Mentre continuava da solo quella chiacchierata io pensavo furiosamente: ma chi è? Lo conosco? Sarà un parente che non vedo mai? Sarà l'amico di un parente che non vedo da un po'? Mi sembra troppo lucido e affabile per essere uno sconosciuto, forse lo conosco davvero ma come??

Prima di poter trovare una qualsiasi risposta o di prendere una qualsivoglia decisione, il commesso ha richiamato la nostra attenzione augurando buona giornata al cliente servito; il signore allora si è affrettato a consegnare i due prodotti, è tornato da me sempre sorridente con la mano tesa e ci siamo scambiati un'altra bella stretta di mano.

Stammi bene, e buona fortuna!

Ho ricambiato le belle parole come ho potuto (Grazie, anche a lei credo sia sufficiente, no?), l'ho visto pagare, salutare ancora me e il commesso e andarsene a passo veloce. Sono rimasta spaesata ancora per un poco, poi mi sono dovuta scuotere per rimettere i prodotti nel mio carrello sgangherato.
Una volta in auto, mangiucchiando un dolce di pasta sfoglia contenente crema e mele, ho chiesto a mio fratello se lo conosceva. Mi ha risposto di no.
Chi fosse lui e chi lui credeva che io fossi resterà per sempre un mistero.
Sono così rari i buoni sentimenti, la cortesia, la buona educazione! Quanto è triste che le parole più gentili che mi siano state rivolte in almeno due mesi siano di un autore sconosciuto? Comunque sia, la conversazione con lo sconosciuto, con la mia partecipazione passiva, mi ha resa di buon umore.
Mi sono sempre piaciuti i racconti, soprattutto quelli inediti di persone che parlano tranquillamente, non perché io li stimolassi a parlare ma spinti dalla voglia di condividere puramente qualcosa, racconti che non sono permeati di giudizi, di falsità spacciate per verità, di frasi manipolanti, privi di malignità. Semplicemente il gusto della socialità.

Ma quel giorno non avevo motivi di essere malinconica, non quando l'autunno siciliano mi riserva una giornata simile dopo due giorni di pioggia torrenziale, tuoni e strade allagate.




lunedì 10 novembre 2014

The Listography Project pt. 43: things you wish you had a second chance to do.

Ormai mancano pochissime liste, dovrò inventarmi qualcosa per continuare a scrivere, soprattutto se la bella ideatrice del progetto non posta un prossimo capitolo... Se tolgo i post sulle liste, infatti, quest'anno ho scritto pochissimo. Probabilmente nel 2015 mi dimenticherò di questo spazio virtuale. Vedremo.
Intanto ecco la lista delle cose per cui spero di avere un'altra occasione da sprecare come la prima/ le prime.

  • Tornare a Parigi e magari restarci a tempo indefinito. Non c'è niente per me qui.
  • Andare all'estero e trovare un posto che sia più adatto a me, che mi aiuti a crescere, a capire, a vivere meglio. Sono stanca di essere un fottuto pesce smarrito e fuor d'acqua.
  • Innamorarmi di qualcuno che mi ami. So che morirò zitella, con sette gatti (per i miei periodi da eremita sociopatica) e sette cani (per i momenti in cui avrei bisogno di affetto), ma sarei ipocrita se dicessi che non mi piacerebbe. Solo non credo sia possibile per me, ecco.

Ho solo ventitre anni, direi che tre forti rimpianti siano più che sufficienti. Se poi ci dovessi mettere anche i rimpianti per cui è impossibile rimediare beh, finisce che gatti e cani li prendo adesso seduta stante.

Cià.


The Life In A Year